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MOTIVAZIONE PREMIO GIORNALISTICO "CITTA’ DI SIENA-ISF" SETTIMA EDIZIONE

SIENA , 30 NOVEMBRE 2007

 

Questa settima edizione del Premio ISF Città di Siena per la libertà di informazione è dominata dall’angoscia e dalla speranza. Angoscia e speranza legate al destino di due giovani giornalisti di nemmeno trent’anni. Adnan Hassanpour (27 anni) e Abdolvahed “Hiwa” Boutimar (29 anni) sono  stati condannati all’impiccagione, il 16 luglio scorso, dal un Tribunale della Rivoluzione Islamica di Sanandaj.
L’attribuzione del Premio ai due colleghi curdo - iraniani, colpevoli solo di aver scritto rivendicando i diritti del proprio popolo perseguitato, è quindi prima di tutto un convinto e determinato tentativo per salvare le loro due vite.
La campagna di mobilitazione che abbiamo lanciato assieme all’associazione Articolo21 gi la scorsa estate ha raccolto le firme di 80 parlamentari italiani e raccolto l’impegno del Governo Italiano e di quello Francese oltre che della Presidenza dell’Unione Europea. In Iran ben duecento giornalisti hanno sottoscritto un appello.
Questo atto di oggi rappresenta un nuovo momento di solidarietà e di mobilitazione in vista di quel traguardo che è naturalmente, quello prioritario di tutti noi.
Ringrazio quindi il Comune e la Provincia di Siena per aver voluto aderire, collocando il Premio all’interno della Festa della Toscana che celebra l’atto con il quale il Granduca Leopoldo abolì per primo la Pena capitale e la Tortura il 30 novembre del 1786.
E ringraziamo anche il Presidente del Consiglio Regionale Riccardo Nencini e la Commissione Cultura, che riceveranno i nostri ospiti oggi pomeriggio, nello stesso spirito di celebrazione attiva di quella storica ricorrenza.
Il Regime di Teheran è considerato uno dei principali nemici della libertà di stampa nel mondo, l’associazione Reporters Sans Frontieres ha definito l’Iran “ la più grande prigione di giornalisti del mondo”. E qui a Siena lo si sa bene, dopo che il Premio, lo scorso anno, ha contribuito alla campagna per la liberazione dal carcere di Akbar Ganji, uno dei più eminenti intellettuali dissidenti di quel Paese.
Purtroppo,nel frattempo, come si vede, la condizione della libertà di stampa in genere e quella di espressione in generale, non sono certo migliorati. Teheran il boia lavora a pieno ritmo: sono centinaia le condanne a morte eseguite ai danni di detenuti comuni, di omosessuali e di molti minorenni. Ma soprattutto nel mirino ci sono i dissidenti e gli oppositori, spesso appartenenti ad alcune delle molte minoranze etniche di cui è ricco l’Iran , come Adnan e Hiwa che sono curdi.
Il giudice li ha definiti “mohareb” , cioè : nemici di Allah . Un termine che potremmo tradurre con quello a noi più tragicamente noto di “ eretici”. 
Anche la nostra Storia ha conosciuto le esecuzioni capitali attuate in nome di Dio, che rappresentano la più grave e terribile delle bestemmie, proprio per i credenti.
Stabilire infatti un nesso tra una qualunque religione ed il ricorso alla pena di morte è un’operazione di fanatismo politico che utilizza la religione per giustificare i misfatti di un regime.

Non lo dico io, ma un autorevole islamista come il professor Tariq Ramadan, presidente dell'European Muslim Network, che ha recentemente scritto un appello a sostegno della Moratoria Universale della Pena di Morte.
''L'applicazione della sharia , la legge islamica , - scrive Ramadan - e' strumentalizzata oggi da poteri repressivi che se la prendono con le donne, con i poveri e con i loro oppositori politici, in un vuoto giuridico quasi totale in cui si moltiplicano le esecuzioni sommarie di accusati senza difesa, senza avvocati e dei quali non si rispetta la dignità umana ''.
Se a questa riflessione si aggiunge il fatto che importanti Paesi islamici come l’Algeria, la Tunisia e il Marocco, hanno di fatto da anni sospeso le esecuzioni capitali e hanno fornito il proprio sostegno alla campagna per la Moratoria presso le Nazioni Unite, si capisce allora come sia priva di fondamento la tesi che vuole oggi contrapporre la visione dei diritti umani all’interno di un preteso scontro di civiltà.
E così la tesi , sollevata proprio in occasione della discussione sulla Moratoria presso la Commissione dell’Onu, da alcuni Paesi difensori del boia, che attribuisce la campagna abolizionista a pretese tendenze neocolonialiste che vorrebbero imporre da Occidente a Oriente ideologie imperiali globalizzate. Gli Stati Uniti sono tra i principali sostenitori della Pena Capitale, assieme alla Cina, Arabia Saudita, Egitto e Iran.
Così scriveva Albert Camus nel 1957 : “ i delitti di Stato superano di gran lunga i delitti individuali. Non parlo neppure delle guerre, mondiali o locali che siano. Ma il numero degli individui uccisi direttamente dallo Stato ha assunto proporzioni astronomiche e supera infinitamente quello dei delitti individuali. Continuano a diminuire i condannati per reati comuni e ad aumentare i condannati politici. Quelli che fanno versare la maggiore quantità di sangue sono gli stessi che credono di avere dalla loro parte il diritto, la logica, e la storia”.
E qui ci si riferiva alla Francia. Ma oggi queste righe sembrano descrivere la situazione quotidiana di un Paese come l’Iran.
Il Premio ad Adnan e Hiwa vuol dunque anche essere un atto di promozione della campagna contro la Pena di Morte. Ma rappresenta anche un atto per ribadire la piena eguaglianza dei diritti fra gli uomini di tutto il mondo. In Iran ci sono migliaia di persone, intellettuali, giornalisti, ma anche cittadini comuni, che rivendicano libertà,giustizia e democrazia, esattamente quei principi che noi sentiamo nostri. E lo fanno in piena autonomia e nel nome dell’islam.
Non esiste un copyright della libertà, perché è un principio universale.
Crediamo che dare loro visibilità e sostegno in casa nostra sia un utile antidoto alle teorie razziste e aggressive dello scontro fra civiltà e alle tentazioni belligeranti che covano oggi nella Comunità Internazionale.
Disegnare uno scenario dove i nostri interlocutori a Oriente siano solo fanatici,terroristi e dittatori è il modo per trascinarci verso nuovi, terribili, scontri. O per continuare ad ignorare questo genocidio in nome del realismo politico.
Concludo. Questo premio ad Adnan e Hiwa è un atto militante per salvare due vite, per difendere il diritto alla libertà di espressione dei giornalisti e dei popoli, una condanna della pena di morte , un appello all’azione comune fra tutti coloro che nel mondo, credono nei principi riassumibili nella parola LIBERTA’. Che va sempre coniugata con la parola PACE.

   
   

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