Marina Nemat, scrittrice canadese d'origine iraniana, è stata a Roma per
presentare il suo libro 'Prigioniera di Teheran' (Cairo Publishing, pagg. 317, euro 17),
dove narra la sua vita, da quando a 16 anni fu arrestata nella
Repubblica Islamica. Oggi madre di due figli, la Nemat, che è
cristiana, vive in Canada. La scrittrice finisce nel carcere tre anni
dopo la vittoria della rivoluzione khomeinista, nell'ormai lontano
1982. Due anni, due mesi e dieci giorni passati nel tristemente famoso
carcere di Evin, hanno segnato la sua vita per sempre, ma nel suo
libro, malgrado questa triste e dolorosa esperienza, non vi è traccia
di odio. L'amico e compagno della sua adolescenza iraniana, Arash, ha
avuto meno fortuna di lei ed è stato ucciso. "In compagnia di Arash -
ricorda oggi la Nemat - mi sentivo semplicemente felice". L'ultima
volta che vede il suo amico Arash, è un cadavere senza vita in un
documentario televisivo. "Un cadavere gettato dai soldati su una
camionetta insieme a decine di altri cadaveri", ricorda la scrittrice.
Il suo racconto, dal suo arresto alle torture subite, ha commosso
lettori di tanti paesi, dove il suo libro è stato tradotto. "Mi sono
chiesta spesso perché sono sopravvissuta", dice con un sorriso la
scrittrice, che si risponde "forse per scrivere questo libro, che mi
ha restituito la pace". |
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