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IRAN: PRIGIONIERA DI TEHERAN, la scrittrice MARINA NEMAT RACCONTA I GIORNI PASSATI IN CELLA NEL CARCERE DI EVIN

17 dicembre 2007
(Fonte: ADN Kronos International)

Marina Nemat, scrittrice canadese d'origine iraniana, è stata a Roma per presentare il suo libro 'Prigioniera di Teheran' (Cairo Publishing, pagg. 317, euro 17), dove narra la sua vita, da quando a 16 anni fu arrestata nella Repubblica Islamica. Oggi madre di due figli, la Nemat, che è cristiana, vive in Canada. La scrittrice finisce nel carcere tre anni dopo la vittoria della rivoluzione khomeinista, nell'ormai lontano 1982. Due anni, due mesi e dieci giorni passati nel tristemente famoso carcere di Evin, hanno segnato la sua vita per sempre, ma nel suo libro, malgrado questa triste e dolorosa esperienza, non vi è traccia di odio. L'amico e compagno della sua adolescenza iraniana, Arash, ha avuto meno fortuna di lei ed è stato ucciso. "In compagnia di Arash - ricorda oggi la Nemat - mi sentivo semplicemente felice". L'ultima volta che vede il suo amico Arash, è un cadavere senza vita in un documentario televisivo. "Un cadavere gettato dai soldati su una camionetta insieme a decine di altri cadaveri", ricorda la scrittrice. Il suo racconto, dal suo arresto alle torture subite, ha commosso lettori di tanti paesi, dove il suo libro è stato tradotto. "Mi sono chiesta spesso perché sono sopravvissuta", dice con un sorriso la scrittrice, che si risponde "forse per scrivere questo libro, che mi ha restituito la pace".
La Nemat viene arrestata a soli 16 anni. "Alcuni dei miei amici e compagni erano stati già arrestati e perciò in parte me lo aspettavo. Era notte quando mi hanno prelevata da casa il 15 gennaio 1982. Mi stavo spogliando per fare il bagno quando suonò il campanello, chiusi l'acqua della vasca, uscii dal bagno, e vidi un uomo barbuto, con la divisa militare verde scuro che mi puntava contro la pistola". Era uno dei due guardiani della rivoluzione che erano venuti ad arrestarla. Parlando della rivoluzione anti monarchica dell'ayatollah Khomeini, la Nemat dice: "gli iraniani volevano la democrazia, vedevano nello Scià la corruzione. Ma quando l'ayatollah Khomeini prese il potere, la situazione politica ebbe un'escalation negativa. Nessuno di noi si rese conto di quello che stava per succedere fino a quando ormai era troppo tardi per fermare il corso della nostra triste storia. Noi giovani donne cresciute in piena libertà, d'improvviso fummo costrette a coprirci il corpo con vergogna e a parlare a voce bassa e solo tra ragazze; tutto fu bollato come male". Per decenni in Iran, musulmani e cristiani, religiosi e laici hanno convissuto con relatica pace e armonia, è possibile ristabilire la tolleranza in Iran?
Per Marina Nema "è difficile riportare indietro l'orologio della storia". La scrittrice va giù dura anche con il relativismo diffuso in Occidente. "Da parte occidentale esiste una ossessione per il politically correct. Gli occidentali, per paura di dire qualcosa che offenda gli islamici, hanno optato per il silenzio. Un silenzio che ricorda molto l'autocensura".
La Nemat non condivide nemmeno la politica islamofobica di certi ambienti politici e culturali occidentali. "Il movimento fondamentalista interpretano l'Islam in chiave politica per garantirsi il potere, ma non rappresentano in nessun momento la maggioranza degli islamici". La scrittrice, che è una cristiana credente, è convinta che la fede l'ha aiutata a sopravvivere al carcere e e alle torture. "Durante le torture, le privazioni e le violenze, ho sempre pensato che tutto sarebbe finito e che sarei tornata a casa dalla mia famiglia; miracolosamente è andata proprio così". E dice di aver perdonato, in nome di questa fede, anche i suoi aguzzini. "Era importante per me perdonare le persone che mi hanno torturato e ci sono riuscita, ma non mi fraintenda, perché ho perdonato gli individui, ma non posso perdonare il sistema che ha trasformato questi uomini in aguzzini".
   
   

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