|
Nel 2007: |
Il
numero dei giornalisti uccisi è aumentato del 244 % in cinque anni
Almeno 86 giornalisti sono stati uccisi nel mondo nel 2007. Dal 2002, il numero è in aumento costante. In cinque anni è passato da 25 a 86, il che corrisponde ad un incremento del 244 %. Bisognerebbe ritornare al 1994 per ritrovare numeri così elevati e preoccupanti. Nel 1994, 103 giornalisti avevano perso la vita, di cui circa la metà durante il genocidio in Rwanda, una ventina in Algeria, vittime della guerra civile, e una decina nell’ex-Jugoslavia.
Più della metà dei giornalisti uccisi nel 2007 sono morti in Iraq.
Tutti i giornalisti uccisi in
Iraq (47 vittime), ad eccezione di un reporter russo, erano di
nazionalità irachena. Quasi tutti lavoravano per dei media iracheni e sono stati
oggetto di omicidi premeditati. I motivi della loro uccisione sono spesso
difficili da identificare con precisione ma, ogni volta, sono chiaramente
riconducibili al lavoro svolto dalle vittime e alla linea editoriale dell’organo
di informazione per il quale lavoravano. I gruppi armati colpiscono solitamente
i giornalisti che collaborano con una testata che gravita intorno ad un gruppo
religioso diverso dal loro, con media stranieri o finanziati dall’estero. Ciò che peggiora la
situazione è che le autorità del Paese sono oggi caratterizzate da un
inquietante immobilismo. Il governo iracheno non ha trovato, per il momento, una
soluzione efficace per arginare queste violenze. Una delle rare proposte fatte
dai dirigenti nazionali è stata quella di permettere ai giornalisti iracheni di
disporre, anche loro, di armi per assicurare la loro personale protezione in
caso di aggressione.
In Somalia (8
giornalisti uccisi), il 2007 – uno degli anni più sanguinosi dell’ultimo
decennio per il Paese – è stato caratterizzato da un’ondata senza precedenti di
attacchi. I militanti islamici hanno colpito le truppe del governo di
transizione e del suo alleato, l’Etiopia. In questo contesto – mentre i reporter
stranieri preferivano non recarsi più nel Paese – i giornalisti somali, in prima
linea, sono diventati le facili prede della violenza e dell’anarchia dilaganti.
La metà dei giornalisti
uccisi nel 2007 sono caduti vittime di uccisioni mirate, compiute da killer
professionisti. Tre di questi giornalisti uccisi erano delle personalità di
spicco dell’universo giornalistico somalo: il co-fondatore di Radio HornAfrik,
un famoso cronista e il direttore del gruppo di stampa nazionale Shabelle
Media. Dopo queste uccisioni, quasi tutti i responsabili dei media
indipendenti somali hanno preferito lasciare la Somalia per paura di diventare
le nuove vittime delle ritorsioni e delle violenze in corso nel Paese. I
giornalisti di Mogadiscio temono oggi che la città diventi una "piccola Bagdad".
In Pakistan
(6 giornalisti uccisi), gli attentati suicidi e i violenti combattimenti tra
l’esercito e gli islamici spiegano in parte l’aumento del numero dei giornalisti
uccisi nel 2007. Muhammad Arif, collaboratore dell’emittente Ary One World,
è una delle 133 vittime dell’attentato kamikaze organizzato per colpire il
leader dell’opposizione Benazir Bhutto, nello scorso mese di ottobre, a Karachi.
In aprile, un kamikaze che voleva uccidere un ministro, ha causato la morte di
28 persone. Tra queste vi era Mehboob Khan, un giovane fotografo free-lance.
Nel mese di
giugno Noor Hakim, del quotidiano in urdu Pakistan e vice-presidente
dell’Unione dei giornalisti delle zone tribali (TUJ), ha perso la vita in un
attentato compiuto nella zona tribale di Bajaur (Nord-Ovest). Javed Khan,
cameraman di DM Digital TV, è stato ucciso mentre filmava, nello scorso
mese di luglio, l’assalto delle forze di sicurezza alla Moschea rossa di
Islamabad.
In Sri Lanka
(3 giornalisti uccisi), i combattimenti tra le forze di sicurezza e le Tigri
Tamil si sono intensificati e una vera e propria guerra è scoppiata tra militari
e paramilitari da un lato e giornalisti Tamil dall’altro, in particolare a
Jaffna. Nel 2007, il quotidiano Uthayan è stato preso di mira a più
riprese: un giovane giornalista è stato assassinato e un segretario di redazione
è stato rapito. Due altri reporter sono stati uccisi nelle zone controllate
dalle forze governative.
In Eritrea (2 vittime)
– all’ultimo posto della classifica mondiale 2007 sulla libertà di stampa
realizzata da Reporters sans frontières – un giornalista è morto in carcere.
Fessehaye Yohannes, chiamato "Joshua", uno dei principali esponenti della vita
intellettuale del Paese, è morto all’inizio del 2007, a causa – secondo quanto
è stato riferito da fonti attendibili – delle terribili condizioni di detenzione
alle quali è stato sottoposto in prigione. Qualche mese dopo, un altro
giornalista, Paulos Kidane, è morto di sfinimento alla frontiera con il Sudan
mentre cercava di fuggire dal Paese. Nel 2006 era stato imprigionato e
torturato.
Un numero inferiore di
collaboratori dei media ("stringer", autisti, traduttori, tecnici, agenti di
sicurezza, etc.) sono stati uccisi nel 2007 rispetto all’anno precedente (20 nel
2007, 32 nel 2006).
Diversamente da altre
organizzazioni, Reporters sans frontières non prende in considerazione i
professionisti dell’informazione che hanno perso la vita per motivi non
strettamente legati alla loro professione. Numerosi casi non sono pertanto stati
inseriti in questo bilancio perché le circostanze del loro decesso non sono
ancora state chiarite o perché la loro morte non è legata ad una violazione
della libertà di stampa (si tratta dunque di morti accidentali o non
riconducibili alla professione della vittima).
Due processi fondamentali attesi per il 2008
Circa il
90 % degli omicidi di giornalisti restano totalmente o parzialmente impuniti.
Spesso, i governi dei Paesi nei quali i giornalisti perdono la vita sperano che
tempo ed indifferenza proteggeranno gli assassini contro eventuali sanzioni e si
permettono, in questo modo, il lusso dell’inazione. Reporters sans frontières
lotta contro questa impunità e continua, anno dopo anno, a mobilitarsi per far
luce sui drammi dimenticati del passato.
Nel 2007,
l'organizzazione ha così denunciato, nove anni dopo i fatti, il comportamento
scandaloso delle autorità del Burkina Faso che hanno chiuso l’inchiesta
sull’assassinio del giornalista Norbert Zongo, senza voler identificare e punire
i colpevoli, quando prove schiaccianti sottolineavano il coinvolgimento di
alcuni membri della guardia presidenziale nazionale. RSF ha inoltre fermamente
condannato le lentezze deliberate e l’opacità che hanno caratterizzato, nel
dicembre 2004, l’inchiesta sull’uccisione di Deyda Hydara, corrispondente
dell’organizzazione in Gambia. Anche in questo caso, innumerevoli indizi fanno
sospettare un coinvolgimento diretto del Palazzo presidenziale.
Reporters
sans frontières ha chiesto un ampliamento del mandato del Tribunale
internazionale per il Libano, affinché questo possa far luce su tutte le
uccisioni commesse nel Paese dal 2004, dunque anche su quelle dei giornalisti
Gébrane Tuéni e Samir Kassir, uccisi nel 2005.
Hrant
Dink, direttore del giornale turco-armeno Agos, è stato ucciso il 19
gennaio 2007 in una strada di Istanbul. Probabilmente vittima di alcuni
militanti ultranazionalisti turchi, il processo dei suoi presunti assassini –
che riprenderà l’11 febbraio 2008 –, dovrà stabilire con chiarezza chi sono i
responsabili e far luce sull’esistenza di eventuali complici all’interno delle
forze dell’ordine nazionali.
Il
processo dei killer di Anna Politkovskaïa è atteso con altrettanta impazienza.
In pieno periodo elettorale – i risultati dello scrutinio presidenziale
dovrebbero essere resi pubblici il prossimo 2 marzo - la Russia deve
assolutamente arginare e mettere fine all’ondata di violenze perpetrate, in
tutta impunità, contro i giornalisti. 18 giornalisti sono stati uccisi in Russia
da quando, nel mese di marzo 2000, Vladimir Putin è asceso al potere. Anna
Politkovskaïa è l’ultima della lista. Solo uno di questi 18 crimini è stato
chiarito e i suoi responsabili sono stati condannati.
Più
di due giornalisti arrestati ogni giorno nel 2007
Oggi, nel
mondo, 135 giornalisti sono ancora in carcere. Questa cifra rimane, da anni, più
o meno la stessa. I giornalisti liberati sono sostituiti molto rapidamente da
nuovi detenuti. In totale, 887 giornalisti sono stati privati della loro libertà
durante il 2007. Il Pakistan batte tutti i record con 195 giornalisti fermati.
Il Paese è seguito da Cuba, con 55 arresti, e l’Iran con 54.
La Cina
(33 giornalisti in carcere) e Cuba (24) sono, ormai da quattro anni, le più
grandi prigioni del mondo per i professionisti dell’informazione.
In Azerbaidjan, altri sette giornalisti sono stati
arrestati nel 2007, il che porta a 8 il numero totale dei reporter detenuti nel
Paese. Questa tendenza, nuova nel Paese, è emblematica della degradazione della
situazione della libertà di stampa e dell’ irrigidimento delle autorità nei
confronti dei giornalisti più critici.
Ai 135
giornalisti in carcere, bisogna aggiungere i 65 cyberdissidenti detenuti
per essersi espressi liberamente su Internet. La Cina mantiene la sua
leadership mondiale per quanto riguarda la cyber-repressione con ben 50
cyberdissidenti oggi in carcere. Altri otto sono attualmente in prigione in
Vietnam. In Egitto, il giovane Kareem Amer è stato condannato a 4 anni di
reclusione per aver criticato sul suo blog il capo dello Stato e per aver
denunciato la grande influenza degli islamici sulle università del Paese.
Il
carcere non rappresenta l’unico mezzo per privare un giornalista della sua
libertà di movimento e di espressione. Nel 2007, almeno 67 professionisti dei
media sono stati rapiti in 15 Paesi. Il Paese più a rischio rimane l’Iraq,
dove 25 giornalisti sono stati rapiti dall’inizio del 2007. Dieci ostaggi sono
stati uccisi dai loro sequestratori. In Afghanistan i due collaboratori del
giornalista italiano Daniele Mastrogiacomo, sequestrati nel mese di marzo 2007,
sono stati uccisi dai loro rapitori. In Pakistan, cinque giornalisti sono stati
rapiti, alcuni dalla stessa polizia. Tutti sono stati liberati.
Almeno
14 giornalisti sono attualmente sotto sequestro, tutti in Iraq.
Più di 2600 siti e blog censurati
Alcuni governi, come per
esempio quello cinese, birmano o siriano, cercano di trasformare il Web in una
specie di Intranet, una rete unicamente al servizio degli scambi di informazioni
all’interno del Paese e facilmente accessibile solo alle persone “autorizzate”.
Nel 2007, almeno 2676 siti Internet sono stati chiusi o sospesi nel mondo dalle
autorità di alcuni Paesi repressivi. Quasi tutti questi siti erano dei forum di
discussione on-line.La cyber-censura più vigorosa
ha colpito la Cina, prima e durante il 17esimo Congresso del Partito comunista
cinese. Circa 2500 siti, blog e forum di discussione sono stati proibiti dalle
autorità. Anche in Siria più di un centinaio di siti e di servizi Internet sono
stati sospesi nel 2007. Facebook, Hotmail e il software che
permette di telefonare via Internet Skype,
sono ancora inaccessibili. Secondo il governo di Damasco tutti questi servizi
sono stati infiltrati dal Mossad israeliano.
Nel mese di ottobre 2007,
durante le manifestazioni dei monaci buddisti, la giunta militare di Rangoon ha
cercato di controllare il flusso di informazioni che usciva dal Paese via
Internet, bloccando semplicemente l’accesso generale alla Rete. La censura della
Giunta non ha colpito solo i siti-web critici nei confronti del regime ma anche
telecamere, macchine fotografiche, telefoni cellulari, etc.
|
per ulteriori informazioni e per scriverci: direttore.isf@libero.it |