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IRAN: GIORNALISTA CURDO DENUNCIA, "UN GENOCIDIO BIANCO CI CANCELLA DALLA STORIA DEL PAESE, COSI' TEHERAN TIENE LE MINORANZE LONTANE DAL POTERE"

Quello che la Repubblica Islamica mette in atto contro la popolazione iraniana di etnia curda è un "vero genocidio bianco", destinato a cancellare la cultura e la dignità di questi cittadini, costringendoli a "restare fuori dalla storia del paese". E' l'amara constatazione di Jalil Azadikhah, intellettuale curdo iraniano, ex direttore del settimanale 'Aso', fuggito dall'Iran circa un anno fa, dopo aver subito pressioni e gravi minacce. "Vivere in Iran e portare avanti il mio lavoro era l'obiettivo della mia vita - spiega Azadikhah in un'intervista rilasciata ad AKI-ADNKRONOS INTERNATIONAL da una località  che chiede di non rivelare - Ma andare avanti era diventato impossibile".
Il giornalista racconta che, dopo trenta anni di attività  giornalistica e di impegno a favore dei diritti dei curdi in Iran, "le autorità  hanno cominciato a privarmi del diritto di scrivere, prendere parte a eventi pubblici, addirittura pronunciare discorsi. La redazione di Aso è stata portata in tribunale, il corso di lingua curda che tenevo per una Ong di Kermanshah chiuso. Infine mi è stato negato il diritto di recarmi all'estero". Jalil Azadikhah è un ex collega e amico di Adnan Hassanpour, il giovane giornalista curdo in prigione a Marivan in attesa che venga eseguita la condanna a morte emessa nei suoi confronti.
"Quando lo hanno imprigionato - spiega - non ho più avuto dubbi sul fatto che avevano deciso di distruggerci. Da dicembre 2006 le pressioni sono diventate insostenibili, la sicurezza raccoglieva presunte prove contro di me e si preparava a punirmi. Così ho deciso di lasciare il mio paese e rifugiarmi all'estero".
Le pressioni e i "diritti umani e sociali negati" accomunano Azadikhah al resto della popolazione curda dell'Iran. "Le autorità  - spiega - usano diversi stratagemmi per tenerci lontani dal potere e negarci i nostri
diritti". Ci sono "espedienti legali, come il divieto costituzionale per i non sciiti di ricoprire cariche di spicco nel governo. E la grande maggioranza dei cittadini curdi non è di credo sciita. Di conseguenza -
prosegue - non possiamo aspirare alla carica di presidente, di ministro, di governatore, di sindaco. E spesso neanche a quella di semplice capo ufficio".
Alle vie legali si aggiungono quelli che l'intellettuale definisce "trucchi", come i "filtri" alla candidatura di curdi alle elezioni, soprattutto di quelli meno graditi al potere a causa del loro impegno per i diritti umani. Ma soprattutto c'è¨ la "repressione culturale", un vero e proprio "genocidio bianco": in Iran non si può insegnare il curdo nelle scuole, le pubblicazioni in questa lingua sono soggette a forti controlli, le pratiche religiose non ufficiali sono vietate e la gente è "sottoposta a conversioni forzate".
Il giornalista riferisce che "in un solo anno, sei pubblicazioni in lingua curda sono state chiuse" e tutto ciò si somma alle condizioni di estrema povertà  in cui versano le aree a maggioranza curda: "L'agricoltura è ferma ai metodi tradizionali - spiega - Le infrastrutture non esistono o sono in pessime condizioni. Per tutto ciò di cui abbiamo bisogno quotidianamente, dipendiamo da industrie e infrastrutture
che si trovano in altre parti del paese". Per dare un'idea della situazione economica disastrosa di queste aree, Azadikhah ricorda che Kermanshah, la più grande città  curda dell'Iran, ha da anni il più alto tasso di disoccupazione del paese.
Il giornalista è pessimista in merito alla possibilità  che la situazione della minoranza curda migliori in tempi brevi, perché le responsabilità non sono riconducibili solo a Mahmoud Ahmadinejad e al suo governo, ma all'intera classe politica iraniana.
"Questo processo di esclusione è stato messo in atto nel corso di tutta la storia politica del paese dai diversi governi e regimi che si sono succeduti - spiega - Ognuno lo ha attuato a modo suo, usando modalità  ed espedienti diversi". Il problema, per Azadikhah è la stessa struttura politica del paese, in cui c'è "un governo centrale dal potere assoluto, che ha tutto in pugno e controlla la vita di ogni singolo cittadino".
Nella situazione attuale, "il cambiamento è impossibile" e anche la comunità  internazionale ha le sue responsabilità . "E' evidente che finora si è fatto poco per i problemi dei curdi in Iran - afferma il giornalista - Il loro caso non è mai stato preso seriamente in considerazione dai circoli del potere internazionale. Ma la nostra condizione è arrivata a un punto tale che il mondo non può più starsene fermo, come un osservatore impassibile delle nostre sofferenze".
Una speranza di cambiamento, secondo il giornalista,  arriva dall'interno del paese, da alcuni settori della società che non possono più tollerare la continua violazione dei diritti umani attuata nella Repubblica Islamica, ma anche la profonda crisi economica e l'isolamento internazionale in cui è precipitato il paese. Si tratta degli "studenti e dei giovani delle classi medio-alte, che rifiutano il sistema medievale di
valori" imposto da Teheran. "All'inizio - prosegue - le loro speranze coincidevano con quelle dei riformisti". Ma quando, "dopo otto anni di presidenza, il riformista Mohammad Khatami non è riuscito a trovare una soluzione a questa crisi", questi giovani "si sono organizzati con propri centri culturali, istituzioni e organizzazioni non governative". Questi organismi "sono diventati la vera forza di opposizione del paese" come testimonia l'accanimento del potere centrale nei loro confronti. "Certamente questa opposizione è profonda e dinamica - assicura Azadikhah - Ha richieste precise e una strategia chiara" e può "giocare un ruolo importante per cambiare l'atmosfera nel paese".
Infine il giornalista torna a parlare della triste vicenda di Adnan Hassanpour, che ha lavorato per due anni alla rivista Aso e che, insieme a Hiva Boutimar, giornalista e attivista curdo che si batteva per la tutela dell'ambiente, è stato arrestato e condannato alla pena capitale per 'inimicizia con Dio'. "Questa sentenza, più che il verdetto di un giudice, è una decisione politica - afferma - Tutto quello che le autorità 
di sicurezza e il cosiddetto potere giudiziario affermano in merito a loro attività  politiche sono solo bugie e le confessioni che i due hanno rilasciato sono state estorte con la violenza".
Contro l'esecuzione delle due condanne a morte, numerose organizzazioni in tutto il mondo si sono attivate. A dicembre, i fratelli di Hassanpour e Boutimar sono stati in Italia, dove hanno ritirato a loro nome il premio 'Città di Siena-Isf' assegnato ai giornalisti che si battono per la libertà  di stampa. Intanto, la magistratura iraniana ha disposto la revisione del processo di Boutimar, ma ha confermato la condanna a morte di Hassanpour. "La Repubblica Islamica non ha rispetto per il diritto internazionale, nè si cura dell'opinione pubblica - conclude Azadikhah - Quindi, se le iniziative della comunità internazionale
a favore della cancellazione della sentenza non sono ferme e continue, l'esecuzione di Hassanpour sarà  presto eseguita".
   
   

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