La
forca per una fotocopia
24 gennaio 2008
di Emanuele Giordana (lettera
22)
Fonte: il Manifesto
«Mi hanno portato in un'aula a
porte chiuse verso le quattro
del pomeriggio. C'erano solo tre
giudici e un procuratore ma non
mi hanno consentito di dire
nulla. Mi hanno mostrato una
lettera che avrei dovuto
sottoscrivere ma non ho
accettato. Su un altro foglio mi
hanno fatto avere la sentenza di
morte per blasfemia...». Il
racconto di Parwiz Kambakhsh, un
giovane giornalista della
provincia afgana di Balq che un
tribunale islamico di Mazar-i
Sharif ha condannato a morte,
arriva attraverso la rete e il
lavoro di KabulPress, un
giornale telematico diretto da
un collega che, dopo aver
provato la galera in
Afghanistan, è riparato in
India. La storia dell'arresto e
della detenzione di Parwiz sulla
base di accuse molto fragili e,
soprattutto, in netta
controtendenza rispetto ai
proclami sul cammino della
democrazia afghana, viaggiano
sulla rete da qualche settimana.
Ma martedi scorso la vicenda ha
avuto un'accelerazione che gela
il sangue nelle vene assai di
più delle temperature polari che
si registrano in questi giorni a
Kabul, dove il termometro scende
a meno 20.
La condanna a morte per
blasfemia, con l'accusa di aver
posseduto e forse fatto girare
un articolo uscito sul web che
discuteva dei dettami del Corano
e dei diritti delle donne, è
stata fatta conoscere martedì
alla famiglia. La blasfemia, in
Afghanistan, si può pagare con
la morte e Parwiz, che non è
stato seguito durante l'udienza
da alcun legale e non ha potuto
nemmeno autodifendersi, ha
davanti a sè solo la speranza
dischiusa dai due processi di
appello che, se saranno seguiti
con la stessa attenzione che
sino ad ora la sua storia ha
destato sui media locali e
internazionali, non potranno che
condurlo verso il patibolo. Le
cose però si stanno finalmente
muovendo anche se tra mille
difficoltà. Un magistrato di
Balq, tale Hafizullah Khaliq,
avrebbe infatti anche minacciato
i colleghi di Parwiz dal fare
troppa pressione: li arresto
tutti, avrebbe detto, se provano
a difenderlo. Il governatore
della provincia Atta Mohammad
Noor ha invece preferito
scivolare via. I giornalisti, ha
detto, possono dire quello che
vogliono in Afghanistan, ma
quando gli hanno chiesto di
Parwiz ha risposto che bisogna
rispettare le decisioni della
corte. Anche se portano a una
corda saponata intorno al collo.
A livello ufficiale per ora qui
a Kabul non si muove foglia,
nonostante gli appelli nati da
KabulPress e rivolti a Karzai e
subito ripresi da associazioni
di reporter locali, dalla
Federazione internazionale dei
giornalisti e da Reporter senza
frontiere. Filtra la notizia che
gli americani stiano preparando
una dichiarazione ufficiale, il
che significa una pressione
forte sul presidente Karzai. Con
una guerra in pieno impasse, il
recente attacco all'Hotel Serena
che ha segnato un salto di
qualità e tutte le beghe in sede
Nato, che si condanni a morte
per un reato d'opinione sarebbe
davvero troppo.
La notizia comincia a correre il
16 gennaio quando KabulPress,
diretta dal giornalista in
esilio Kamran Mir Hazar,
pubblica un appello a Karzai.
Parwiz è in carcere da tre mesi
a Mazar per aver scaricato da
internet un articolo che
discuteva alcuni versi del
Corano in merito alla questione
femminile, articolo che secondo
l'accusa avrebbe poi
distribuito. Della vicenda si
interessano la Federazione
internazionale dei giornalisti,
Reporter senza frontiere e
l'Associazione indipendente
afghana dei cronisti (Aija) che,
seguendo la cosa da vicino, ha
denunciato le pressioni della
magistratura sulla stampa locale
perché non si occupasse del
caso. Ieri la Federazione
internazionale ha chiesto che la
sentenza venga rivista mentre
anche a Balq la cosa ha
cominciato a fare rumore e a
sollevare proteste, anche se
reporter e membri di
associazioni della società
civile sono stati tenuti fuori
dal processo a porte chiuse.
Rahimullah Samander, presidente
di Aija, ha spiegato che la
corte si è mossa sulla base
dell'articolo 130 della
Costituzione che sanziona le
offese alla religione,
contestazione mossa da diversi
mullah locali contro il
giornalista di Jahan-e Now,
giornale locale della provincia
che avrebbe umiliato la parola
del profeta. Ma, ricorda il
presidente di Aija, l'articolo
34 della suprema Carta difende
chiaramente il diritto di
espressione, definito
«inviolabile». La stessa
posizione è quella della
direttrice per l'Asia-Pacifico
della Federazione internazionale
dei giornalisti, Jacqueline
Park.
Ma c'è di più. Anzi di peggio.
Secondo Jean MacKenzie,
direttore per l'Afghanistan
dell'Institute for War and Peace
(Iwpr), giornale telematico che
non le manda a dire, Parwiz
sarebbe stato punito per colpire
in realtà suo fratello Sayed
Yaqub Ibrahimi. Yakub scrive per
l'Iwpr e con i suoi articoli
avrebbe messo in piazza gli
abusi di un potente signore
della guerra di Balq, Piram Qul,
un ex comandante della Jamiat-e
Islami e attuale parlamentare,
che ha respinto al mittente le
accuse. Tempesta, insomma, con
pessimi scheletri nell'armadio:
un giornale, il Jahan-e Now, e
il suo editore, Hafiz Khaliqyar,
sotto tiro, manifestazioni di
mullah contro Parwiz, proteste
sotto traccia della società
civile, un discreto silenzio
attorno alla vicenda. Che
racconta di un Afghanistan sotto
pressione anche nelle zone
ritenute libere dai talebani. Ma
dove evidentemente è in corso
una vera e propria guerra dei
diritti fondamentali.