Parvin Ardalan: la mia lotta per
la democrazia in Iran
di Marina Forti
fonte: il Manifesto
10 marzo 2008
Parvin
Ardalan ha accumulato una lunga esperienza di attivismo per i
diritti civili, anche se ha un viso da ragazzina, e quando le chiedo
come è arrivata a definirsi «femminista» mi parla della rivoluzione
del 1979. Allora lei aveva appena dodici anni: «Prima della
rivoluzione avevo una bicicletta, dopo mi hanno detto che non potevo
usarla. Un giorno poi mi hanno fatto uscire da scuola perché non
avevo il foulard, e da quel momento ho dovuto coprire la testa.
Voglio dire: mi hanno fatto capire molto presto la differenza di
essere donna». Era l'epoca in cui le donne che avevano partecipato
alla rivoluzione contro il regime dittatoriale dello Shah si sono
sentire dire che il loro posto era separato: le magistrate dovevano
lasciare i tribunali, le insegnanti dovevano passare al vaglio della
«rivoluzione culturale islamica», tutte dovevano rispettare
l'abbigliamento islamico, e nuove leggi ispirate alla shari'a
ridefinivano il loro statuto personale: diritto di famiglia,
eredità... La cosa non è andata liscia: l'8 marzo del 1980 migliaia
di donne avevano traversato il centro di Tehran verso la piazza
Azadi («Libertà», così ribattezzata dopo aver ospitato gli oceanici
raduni della rivoluzione): gridavano «nella primavera della libertà
manca il posto per le donne».
Parvin però era piccola, «una bambina può solo obbedire». Ecco
dunque una rappresentante della folta generazione di donne iraniane
cresciute «sotto l'hijjab», il copricapo islamico. «Quando sono
arrivata all'università era impossibile perfino parlare con i
compagni di corso, non come adesso». All'università si è messa a
scrivere su questioni sociali, poi ha cominciato a lavorare per un
magazine di sinistra, Odineh («vengo da una famiglia politicamente
impegnata»). Erano i primi anni '90, il periodo detto della
«ricostruzione», quando finita la lunga guerra Iran-Iraq il
presidente Hashemi Rafsanjani aveva avviato una parziale
liberalizzazione economica e la relativa apertura sociale che ha
preparato il terreno alla presidenza «riformista» di Mohammad
Khatami («Ironico vero? Quando poi è arrivato Khatami i conservatori
hanno chiuso il nostro giornale»). Odineh ha dovuto sospendere le
pubblicazioni quando il suo direttore, un noto intellettuale critico
del sistema, è stato arrestato in circostanze avventurose (in
aeroporto, sotto gli occhi di Parvin che ha avvertito la famiglia
nonostante l'ammonimento a tacere). Nel suo percorso c'è anche Zanan
(«Donne»), la rivista che per prima ha dato conto della lenta ma
inesorabile marcia delle donne per riconquistare lo spazio pubblico:
è rimasta famosa l'intervista della direttrice Shahla Sherkat a
Mohammad Khatami nel 1997, quando lui era appena stato eletto
presidente e dichiarava di riconoscere alle iraniane un ruolo di
protagoniste nella società (anche Zanan ha dovuto chiudere, il mese
scorso). Nel frattempo Parvin aveva cominciato a impegnarsi anche
con il Centro culturale delle donne, fondato nel 2002 da un gruppo
di attiviste sociali, giornaliste, editrici, giuriste.
«In tutti questi anni sono sempre stata sotto la pressione della
polizia», continua Parvin Ardalan. Fino a pochi giorni fa, quando è
stata costretta a rinunciare ad andare a Stoccolma per ricevere il
Premio Olof Palme per i diritti umani 2007. La Fondazione intitolata
al premier svedese ucciso nel 1986 premia l'attivista iraniana per
aver «reso la rivendicazione di eguali diritti tra donne e uomini un
elemento centrale della lotta per la democrazia in Iran»: la
consegna del riconoscimento (e di 75mila euro) è avvenuta giovedì,
il 6 marzo. «Avevo tutto in regola, e nessuno mi ha fatto obiezioni
al controllo passaporti. Hanno aspettato: solo quando ero ormai
seduta nell'aereo, un volo Air France, è arrivata la polizia a dire
che non potevo partire. Il personale del volo mi ha difeso, ero su
un velivolo francese e potevo rifiutare di scendere. Ma alla fine
sono scesa». Perché? «Beh, perché io volevo andare in Svezia ma
anche tornare. Perché non mi hanno fermato al controllo passaporti?
Sembra che volessero spingermi ad andarmene e non farmi più vedere.
Ma la mia vita è in Iran, e voglio fare qui la mia battaglia».
Il premio a Stoccolma sarebbe stata un'occasione per parlare dei
movimenti delle donne iraniane. E' proprio ciò che le autorità
volevano evitare? «So solo che pochi giorni dopo l'annuncio del
premio ho ricevuto una convocazione a presentarmi in tribunale. Sono
andata, ma il giudice che mi aveva fatto chiamare non c'era. Dicono
che volevano farmi solo "qualche domanda", non so cosa volessero da
me. L'avvocata Shirin Ebadi mi ha consigliato di aspettare una
prossima convocazione, che non è mai arrivata». Il premio, e poi il
divieto di partire, hanno fatto rimbalzare il nome di Parvin Ardalan
sulle agenzie internazionali. Lei ripete che il loro è un movimento
collettivo. «Io non sto facendo nulla contro la "sicurezza
nazionale", sono secolare e indipendente, e nessuna autorità
gradisce gruppi o persone indipendenti». Ride: «Noi cerchiamo di
democratizzare il sistema, e il sistema spinge i movimenti a
radicalizzarsi»
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