di Giulio
Abbadie
fonte: il Manifesto
19 marzo 2008
«Oggi l'informazione in Tibet è un duopolio, in mano a due differenti macchine
di propaganda politica. Una è a Pechino, l'altra a Dharamsala. L'informazione
che proviene da una parte è esattamente il contrario di quanto affermato
dall'altra. In questa situazione assurda, la soluzione paradossale attuata dai
più sembra essere la seguente: scegliere prima da che parte stare e decidere
fin da subito che la propria macchina di propaganda ha ragione». Su uno dei
siti che riesce più di altri a forare la censura cinese, grazie a blog su
server stranieri e con apposite accortezze tecniche, la discussione si apre
con la frase di Wang Lixiong, uno storico cinese che da anni si occupa di
Tibet. L'invito è a farsi un'idea, condividendo informazioni e ragionamenti
individuali. La discussione, quindi, sembra aprirsi a nuovi spiragli.
Alcuni siti raccolgono le testimonianze: i cinesi tentano di mettere alla
prova la fermezza delle proprie posizioni, e superare le querelle relative ai
numeri dei due «uffici propagandistici». Basta discutere di quanti morti e
quanti negozi bruciati e quanti feriti. Discutiamo del Tibet, del perché,
delle motivazioni, delle ragioni che lo rendono una questione così aperta e
importante per la politica cinese. Non è poco, specie se si considera che nei
primi giorni di disordini a Lhasa, in giro per le community cinesi, più che
insulti e accuse nei confronti dei tibetani e del «suo capo disonesto» (il
Dalai Lama), non si era letto. Per favorire la discussione, con esplicita
richiesta di interventi da parte di tibetani, alcuni blog hanno dovuto usare
alcuni accorgimenti. E' stata celebrata da tutti gli attivisti e internauti
della Cina la traduzione nella propria lingua del manuale per postare sui blog
e navigare su internet in modo anonimo. Il web - non solo in Cina - è
controllato. Con le moderne tecniche di tracking è possibile risalire
all'autore anche di un semplice link. Alcuni blog hanno permesso agli utenti
di arginare tanto la tracciabilità quanto la possibilità di prendere parte a
discussioni online, garantendosi l'anonimato. E' un passo importante per una
comunità internet destinata a diventare la più grande del mondo e già
ampiamente nota per le proprie capacità tecnologiche (come dimostra la
partecipazione di hackers cinesi ad importanti incontri del mondo underground
dell'attivismo digitale internazionale).
Ed ecco che, dopo coloriti insulti, la discussione prende altre strade. Ci
sono ancora resoconti di chi parla di «tibetani pagati per commettere
vandalismi contro i cinesi» o di prove evidenti del sabotaggio in atto da
parte del Dalai Lama, ma tra i commenti comincia a serpeggiare una discussione
meno faziosa e leggermente più aperta, interrotta dai consueti sfoghi e
insulti on line. I cinesi sembrano non capacitarsi innanzitutto del perché:
«gli diamo un sacco di soldi, cosa vogliono i tibetani? Dovrebbe bastargli
l'ampia autonomia». E' la questione che ritorna e riecheggia sui blog e sui
forum. Qualcuno associa gli eventi di Lhasa con quelli di Pechino nel 1989.
Alcuni danno le stesse risposte: «come allora, faranno a bene a non permettere
che la protesta vada avanti». Altri pongono dubbi: «e se provassimo a
capirli?»
Tra un commento e l'altro, come le occidentali dirette minuto per minuto,
scorrono le notizie, sia da Lhasa, sia dal mondo internet. Si scopre così che
Baidu, il Google cinese, non dà più risposte per la ricerca alla parola
«Tibet», mentre QQ, lo strumento di messaggistica immediata più usato in Cina,
blocca le conversazioni quando ricorrono le parole «Tibet» e «proteste». Basta
poco per scatenare i più contrari alle ragioni tibetane, come un commento che
riporta alcune discussioni su forum giapponesi, favorevoli all'indipendenza
del Tibet, per fare tornare le discussioni ad una lite da bar. Quando poi
qualcuno posta immagini «scandalose» (una mappa della Cina con bandiera del
Tibet nel sud ovest e la mezza luna turca nel nord ovest, la zona uigura)
tratte da una pagina web americana, il sito va in tilt: troppi insulti. E la
censura si ribalta: chi garantiva la libertà dei commenti è costretto a
bloccare quelli più violenti.