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Note dell'autore sul libro

"Le Olimpiadi di Pechino saranno il fatto politico dell'anno insieme alle Presidenziali Usa".
A dirlo è stato lo Speciale dell'Economist dedicato alle previsioni sui principali appuntamenti del 2008 ma il giudizio è largamente condiviso nel mondo. Nel 2001 per ottenere l'assegnazione dei giochi la Cina aveva promesso una pronunciata democratizzazione/liberalizzazione del sistema. Dove sono finite queste preannunciate buone intenzioni?
"Doppi Giochi" è un libro inchiesta su questo tema, un'indagine sulla dimensione extrasportiva dell'evento olimpico,su censura e diritti umani nella nazione più popolosa ed economicamente dinamica del pianeta. Racconta cosa è accaduto a contadini perseguitati, a cittadini picchiati a morte dai miliziani, a giornalisti condannati a dure pene detentive. Storie illuminanti e emblematiche di persone vittime innocenti di violenza e repressione. Il libro offre una documentazione inedita per l'Italia: dalle sentenze dei tribunali cinesi,a uno studio del Financial Times sugli strumenti usati dal governo per controllare il Web, al rapporto di Reporter sans frontières sulla censura in Internet.
"Doppi Giochi" riserva una particolare attenzione alla Rete perché è sul terreno delle moderne tecnologie dell’informazione che si deciderà buona parte del futuro della Cina. Saranno un dirompente strumento di libertà? La posizione delle grandi multinazionali appare ambigua se non complice. Lo si vede dai comportamenti di Google, Microsoft, Murdoch e News Corp, Yahoo. A questo proposito il libro riporta con ricchezza di particolari i contenuti di un’appassionante audizione che nel novembre 2007 si è svolta davanti al Congresso americano. Un faccia a faccia con i dirigenti di Yahoo accusati di aver collaborato con le autorità di Pechino e favorito l'arresto di alcuni dissidenti. Le corporation, anche quelle con il look libertario e giovanile, vanno in Cina a fare affari e non pensano ad altro.
"Doppi Giochi" ci invita invece ad aprire gli occhi sulla realtà cinese, ad "approfittare"  delle Olimpiadi per occuparci di un paese dove vive un quinto dell’umanità. Il libro segnala come dagli stessi dissidenti non venga la domanda di un boicottaggio dell’appuntamento sportivo quanto piuttosto la richiesta ai dirigenti del partito/stato di scarcerare i detenuti politici e di mantenere le promesse di liberalizzazione del sistema. Fra gli analisti più avvertiti si sostiene che la Cina di oggi, con le sue incredibili ingiustizie sociali (accentuate  dal boom economico), metta insieme il "peggio di comunismo e capitalismo". Gli ottimisti dicono che ricchezza e tecnologie porteranno nel medio termine a una società più aperta e tollerante. Intanto però economia di mercato e autoritarismo comunista convivono e la Cina diventa una sorta “laboratorio negativo” per tutti quei  soggetti e centri di potere mondiali che amano gli affari più della libertà. Per questo quello che accade a Pechino riguarda direttamente tutti noi. Per questo le Olimpiadi sono un’occasione imperdibile per l’Occidente per ragionare criticamente sulla democrazia al tempo della globalizzazione.


Ci dicono i rapporti internazionali sulla libertà d'informazione che nel 2007 in Italia le maggiori minacce per i giornalisti sono arrivate dalle mafie. Il plurale è d'obbligo ma oggi l'orizzonte nazionale è assolutamente parziale se vogliamo comprendere che futuro ci aspetti in tema di libertà d'espressione. Solo avendo coscienza delle interconnessioni in base alle quali si muovono le grandi aziende che operano nel settore della comunicazione si può capire qualcosa  di quanto sta succedendo sul pianeta e di quali rischi corriamo come “cittadini del mondo”.
Prendiamo la vicenda Olimpiadi di Pechino. Cosa dobbiamo sapere per uscire dall'ambito della banalità, delle considerazioni generiche e scontate? “Doppi Giochi” è uno strumento volutamente non commerciale che si propone di dare un contributo per rispondere a questa domanda. Il libro porta alla luce la faccia nascosta di Pechino 2008.  Ricostruisce le storie di dissidenti e comuni cittadini che hanno pagato con la vita o col carcere duro la loro richiesta di giustizia in primo luogo sociale.
Il libro vede nell'appuntamento olimpico una straordinaria occasione per portare alla luce le mille ambiguità (da qui il senso del titolo e dell'inquietante maschera in copertina) che hanno segnato in questi anni il rapporto fra noi e la Cina. Racconta come si decida sul Web la grande partita della libertà di espressione in quel paese e nel mondo. Insisto su questo punto perché a Pechino, con la regia del partito comunista e la complicità tecnologico/affaristica di molte aziende occidentali, si pratica un capitalismo privo di diritti e democrazia. Si tratta  di una  prospettiva che dovrebbe allarmare tutti noi. Autorevoli giornali come il Financial Times, non sospettabili di simpatie con l'estremismo di qualsiasi matrice, hanno parlato addirittura di “fine della democrazia” chiamando in causa anche quanto  di oscuro e negativo sta parallelamente avvenendo nella vicina Russia così amata dai nostri governanti. Non è il caso di cominciare ad aprire gli occhi anche in Italia?
Nel marzo di quest'anno l’esplodere delle proteste popolari in Tibet e la stretta repressiva imposta dal regime cinese, hanno  fatto tornare in primo piano la questione di un possibile ritiro degli atleti stranieri  dalle Olimpiadi. Poi, nelle settimane successive, la vicenda è scomparsa dalle prime pagine. Personalmente ritengo del tutto ipocrita parlare di boicottaggio perché sono talmente tanti gli interessi occidentali coinvolti nella gestione dell'evento che una simile scelta non sarà mai assunta. Piuttosto occorrerebbero gesti politici significativi e forti che il Comitato Olimpico Internazionale e i Governi si sono ben guardati fino ad oggi dall'assumere. 
E noi, intanto, cosa possiamo fare? “Doppi Giochi” ha come sottotitolo “le altre Olimpiadi, contro la censura, per i diritti umani”. Cosa si è voluto dire?
Sostanzialmente penso che il primo passo da fare  in Occidente sia quello di documentare e illuminare questa realtà della censura, fare “lievitare” la conoscenza. Non si tratta solo di un generico approccio da utopisti dell’ultima ora. Se ci limitiamo a una denuncia vaga e ripetitiva, se ci accontentiamo di dire che in Cina c’è meno libertà che da noi e poi magari contemporaneamente esaltiamo i progressi economici raggiunti da Pechino, non facciamo molti passi in avanti. E’ importante uscire da una dimensione fatta di slogan più o meno superficiali e raccontare invece nel dettaglio come stiano le cose. L’ occasione che ci offrono le Olimpiadi  è quella di costringerci a “saperne di più sulla Cina”.
E’ fondamentale fare sì ad esempio che i nomi dei dissidenti, di  quelle “persone come noi” che stanno pagando con la galera l’esercizio di diritti  assolutamente elementari, comincino a diventare familiari agli italiani e a tutti gli occidentali.  Il problema  è ridurre la nostra distanza dalla realtà cinese. Farlo sul serio, perché è stata questa “lontananza” che ha consentito che in questi decenni avvenisse qualcosa di altrimenti impossibile.  A cosa mi riferisco?
Essenzialmente al fatto che la Cina sia stata vista dall’ Ovest solo come un mercato, un posto dove fare affari, un luogo dove delocalizzare attività produttive. Le autorità di Pechino hanno incontrato un Occidente attratto  unicamente dal profitto. Un interlocutore  col quale hanno stabilito uno “splendido rapporto” basato su interessi comuni e convergenti. Nella storia dell’umanità questo genere di cose sono sempre accadute. Ma in questa circostanza c’è stato qualcosa di più. Questa impostazione tutta commerciale delle reciproche relazioni  ha spinto il regime a avanzare una precisa richiesta: che europei e americani non si occupassero degli “affari interni del paese” e che piuttosto facessero proprio (perché compartecipi dei profitti) il “valore della stabilità del paese”.
Del resto, poteva interessare a qualcuno fuori della Cina il fatto che i contadini  facessero una vita di stenti? Che ci fossero decine di migliaia di morti sul lavoro era questione che potesse suscitare qualche reazione? L’ Occidente ha chiuso gli occhi, magari accontentandosi di osservare  che trenta anni fa le cose andavano ancora peggio.
L’ America di Bush poi, con i suoi scheletri nell’armadio (il carcere iracheno di Abu Ghraib e Guantanamo non sono certo un grande modello di rispetto dei diritti umani), è stata sul piano etico poco credibile. Distratta come era, dal punto di vista politico/militare, dalla cosiddetta  “Guerra al Terrore”. E’ questo il terreno sul quale dobbiamo e possiamo operare per ottenere un “cambiamento di linea”. E la prima cosa che possiamo fare (come cittadini del mondo)  in questa vigilia olimpica è utilizzare la scadenza di agosto. Trasformarla in un’occasione per ridurre la nostra lontananza dalla realtà cinese. La conoscenza delle condizioni  in cui vivono tantissime persone, l’emergere del prezzo da loro pagato allo sviluppo (in termini di mancanza diritti), tolgono spazio a una visione puramente cinica dei rapporti internazionali.  
C’è un elemento che probabilmente le autorità di Pechino non avevano ben calcolato investendo così pesantemente su questa scommessa  olimpica. Non avevano tenuto conto che non avrebbero dovuto confrontarsi soltanto con comitati, governi e grandi aziende, tutti più che disposti a trovare un’intesa.  Il regime utilizza mezzi ultramoderni ma ragiona sulla base di categorie antiche. Davanti alle documentate critiche provenienti dai grandi organi di informazione occidentali  o dai Parlamenti il partito al potere  ha reagito accusando gli stranieri di operare “delle interferenze negli affari interni del paese”.  
Quello che Pechino non ha compreso è che nel 2008 siamo tutti  più “interconnessi” che mai. La rete delle telecomunicazioni è talmente cresciuta da consentire a chiunque ( dalla Nuova Zelanda al Canada, passando per l’Europa) di accedere a informazioni di prima mano, di potersi avvicinare a qualsiasi realtà del pianeta. E sulla Cina, anche in lingua inglese, ci sono ormai migliaia di siti che forniscono notizie, documentano eventi, raccontano storie. Pagine Web che il  partito comunista non può fare oscurare, almeno all’estero. Esiste insomma oggi uno spazio comune nel quale può confrontarsi un’opinione pubblica mondiale. Si possono cancellare i confini per le merci e  pretendere di mantenerli invece  rigidi per le idee e per i diritti? E’ questa la questione di fondo che Pechino non ha avvertito. 
Certo il tempo e l’attenzione che tutti noi abbiamo quotidianamente a disposizione non sono una “risorsa illimitata”. Non possiamo occuparci di ogni cosa, contemporaneamente. Ma la scadenza olimpica ha inesorabilmente spostato molti riflettori proprio sulla Cina. Ci ha dato una motivazione per scuoterci dall’inerzia. Per stabilire un contatto diretto con un popolo, con delle persone che dobbiamo imparare a “frequentare” e a conoscere . Chi si batte a Pechino per la democrazia rappresenta l’unico motore possibile di un cambiamento che non potrà non venire (questo è chiaro a chiunque)  che dall’interno. Ma che potrà essere sostenuto dall’opinione pubblica mondiale attraverso gesti di mobilitazione piccoli o grandi che siano.

Roberto Reale

   
   

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