Italia: le rappresaglie della mafia
2 maggio 2008
In Italia, le minacce provengono
dalla mafia, o piuttosto dalle mafie che operano nel sud del Paese: la Camorra a
Napoli, la 'ndrangheta in Calabria, Cosa Nostra in Sicilia e la Sacra Corona
Unita in Puglia. Dieci giornalisti nel Paese lavorano sotto la protezione della
polizia. La Calabria e la Sicilia sono le due regioni più pericolose per i
professionisti dell'informazione che osano criticare i capi mafia. Le minacce,
le lettere anonime, le auto danneggiate, le gomme tagliate non si contano più.
Tutti i giornalisti che si occupano di questioni giudiziarie o che scrivono
sulle attività mafiose hanno ad un certo punto ricevuto un messaggio, un segnale
che faceva loro capire che erano ormai sotto sorveglianza, seguiti,
controllati.
Lirio
Abbate, 38 anni, corrispondente a Palermo dell'agenzia di stampa Ansa, è
il caso più emblematico di questa situazione. Il 2 settembre 2007, è stato
vittima di un tentato omicidio. Due uomini sono stati scoperti mentre sabotavano
la sua auto. I poliziotti responsabili della sua protezione hanno sorpreso in
piena notte due sconosciuti che stavano collocando un ordigno sotto la vettura
del giornalista. Questo tentativo di assassinio è stato organizzato pochi giorni
dopo il ritorno a Palermo di Lirio Abbate e dopo mesi di minacce profferite
contro di lui per la pubblicazione del suo libro, "I Complici", nel quale
analizza le connivenze tra il mondo politico e la mafia.
A Palermo, incontriamo Lirio Abbate nel suo ufficio. Accende subito la
televisione ed alza il volume. Solo in seguito incomincia a parlare con un tono
di voce piuttosto basso. E' sotto scorta 24 ore su 24. Due guardie del corpo lo
accompagnano continuamente, durante ogni suo spostamento, e sorvegliano il suo
domicilio durante la notte. "Certo, la presenza delle guardie del corpo complica
il mio lavoro. Devo trovare modi alternativi per trovare le informazioni. Non
posso più andare solo per strada come facevo prima ed incontrare le mie fonti,
la gente in tutta tranquillità. Preferisco tuttavia essere protetto".
Lirio Abbate è molto esposto ai rischi. Innanzitutto perché lavora per l'Ansa,
un'agenzia di stampa. Il suo lavoro è ripreso dall'insieme dei media del Paese.
Abbate è un giornalista ma anche una preziosa fonte di informazioni per tutti i
colleghi che lavorano sul crimine organizzato. Nel mese di ottobre 2007, il capo
mafia, Leoluca Bagarella, l'ha minacciato pubblicamente in aula, durante un
processo. "Da allora, lo ammetto, sono preoccupato. Bagarella ha mandato dal
carcere un messaggio ai suoi complici facendo chiaramente il mio nome. E' in
prigione dal 1995 e visto che lavoro per un'agenzia di stampa e che non firmo i
miei pezzi, come faceva a sapere che sono l'autore degli articoli 'incriminati'?
Non voglio lasciare la Sicilia ma forse un giorno sarò costretto a farlo".
Per lui,
esattamente come per gli altri giornalisti incontrati in Sicilia, la situazione
non migliora. Il periodo cruento delle uccisioni politiche, all'inizio degli
anni '90, pare essere chiuso, ma la mafia sembra oggi interessarsi sempre più ai
giornalisti. "Da dieci, quindici anni, i capi mafia sono cambiati. Non si tratta
più di contadini, di uomini delle campagne. Oggi, sono medici, uomini politici,
persone che hanno studiato, laureati. Sanno a che punto l'informazione sia
importante e per questo motivo cercano di manipolarla. La violenza è solo la
punta dell'iceberg. I giornalisti possono anche cedere alle pressioni, essere
corrotti e comprati".
Per il giornalista di
Palermo, il professionista dell'informazione siciliano non si espone ai rischi
solo perché scrive di mafia: "Citare il nome di una persona dicendo che
appartiene alla mafia non è rischioso. Al contrario, spesso questo lusinga i
capi mafia. Ma se il giornalista incomincia a parlare delle attività del boss in
questione, ad analizzarle, se spiega come questo gestisce il suo giro d'affari
ed accumula ricchezze, allora sì: si sente minacciato e punisce".
Lirio Abbate sceglie
meticolosamente i luoghi che frequenta, le persone che incontra. Perfino i caffé
dove si reca sono selezionati con cura. Quando esce dal suo ufficio, sempre
accompagnato dalle sue due guardie del corpo cammina a lungo prima di entrare in un caffé. Non entra mai in quello più
vicino alla redazione: "E' stato finanziato con i soldi della mafia", rivela,
sorridendo.
Lo scrittore e giornalista
Roberto Saviano, 28 anni, autore del libro "Gomorra", vive una situazione
simile. Vive nascosto, sotto la protezione della polizia dal mese di ottobre
2006, a causa delle minacce a lui rivolte dopo la pubblicazione del suo libro
sulla camorra.
Nino Amadore, autore di un altro libro sulla mafia "La zona grigia", ha visto la
sua auto danneggiata a più riprese, i pneumatici tagliati subito dopo alcune
presentazioni pubbliche del libro, in Sicilia. "Questi fatti non sono molto
gravi, ma rappresentano dei segnali. Già nel 1990, quando, studente
all'università di Messina, scrivevo per il quotidiano La Sicilia, dormivo
con un coltello sul comodino.
Oggi vivo in un quartiere
popolare di Palermo e, a volte,
mi dico che potrebbe succedermi
qualcosa".
Il giornalista, oggi corrispondente a Palermo per il quotidiano Il Sole 24
Ore, dice che non si autocensura mai, anche se le pressioni sono spesso
molto forti. "Un giorno, all'inizio degli anni '90, mio padre mi disse: 'Quando
smetterai di scrivere tutto questo? Tu vai a vivere a Milano, noi rimaniamo
qui.' Poco dopo, alcune persone sono venute nella nostra casa di campagna per
tagliare delle giovani piante di ulivo, un segnale intimidatorio forte e
chiaro."
Secondo Nino Amadore, la situazione è ancora più grave nelle campagne dove la
mafia è onnipresente.
Giuseppe Maniaci, è il direttore di un'emittente locale,
Telejato, a Partinico (circa 40 km a ovest di Palermo). La città è
controllata dalla famiglia Vitale, un clan mafioso molto influente nella
regione. "Mandiamo in onda numerosi servizi contro la mafia. Negli ultimi anni
abbiamo avuto 40 pneumatici tagliati, auto danneggiate, abbiamo ricevuto lettere
intimidatorie e telefonate minatorie", racconta Giuseppe Maniaci. Ancora più
grave, alla fine del mese di gennaio, il direttore di Telejato è stato
aggredito da un giovane della famiglia Vitale, 16 anni, e da un suo compagno.
"Da anni ormai mandavamo in onda reportage sull'esistenza di costruzioni
immobiliari illegali gestite ed occupate dalla mafia. Alla fine, le autorità
locali hanno predisposto la distruzione di questi immobili. Poco tempo dopo, ho
incrociato per caso a Partinico il figlio Vitale, Michele. Ha cercato di
strozzarmi con la mia cravatta, poi ha bloccato la mia gamba con la porta della
mia auto. Mi ha ripetutamente colpito, aiutato dal suo amico..." Da allora,
Giuseppe Maniaci è sotto scorta. E, quando si reca nella vicina Corleone, deve
avvertire la polizia locale che l'accompagna durante i suoi spostamenti nella
città.Sua moglie,
Patrizia, l'aiuta con il figlio Giovanni, 20 anni, e la figlia di 23, Letizia.
La più piccola, Simona, ha solo 14 anni. "Ma sa già usare la telecamera", spiega
suo padre. "Dopo l'aggressione, abbiamo fatto una riunione di famiglia per
decidere se dovevamo continuare il nostro lavoro o interromperlo. I miei figli
mi hanno detto che potevo anche andare a riposarmi, si sarebbero occupati loro
della televisione e avrebbero continuato loro con Telejato."
Giuseppe Maniaci non vuole cedere ai ricatti : "Certo, abbiamo paura. Chi ha
detto che non abbiamo paura? Ma oggi sarebbe più pericoloso smettere di lavorare
che continuare. Se smetto, sarei disarmato. E la mafia non dimentica."
A Corleone (60 km a sud di
Palermo), Dino Paternostro
lavora nell'amministrazione
ospedaliera della città. Ma è
anche un giornalista,
collaboratore volontario di
diversi organi di stampa della
regione. "La mia attività
giornalistica è frutto del mio
impegno civile. Lavoro solo e
non ho una redazione che possa
proteggermi. Desidero sviluppare
la cultura della parola in una
regione dominata dal silenzio e
dall'omertà".
Nel 1991, la redazione del suo giornale Città Nuove è stata incendiata.
Da allora, ha effettuato una lunga ricerca storica sulle origini della mafia
locale e ha pubblicato un libro "I Corleonesi". Vi analizza la gestione del
potere da parte dei capi mafia della città, e la successione dei sanguinosi «
colpi di stato » interni che hanno caratterizzato Corleone.
Il 28 gennaio 2006, alle quattro del mattino, la polizia l'ha svegliato per
informarlo che la sua auto era in fiamme. Da allora, ha ricevuto varie
telefonate notturne mute. Un'inchiesta ufficiale è in corso. "Visto che la mafia
è implicata, questa inchiesta non darà alcun risultato. Tutti lo sanno".
In Calabria, i
professionisti dell'informazione sono forse ancor più vulnerabili di fronte alle
pressioni. I media sono meno potenti che in Sicilia, meno strutturati, e la
'ndrangheta è più discreta, più difficile da analizzare, circoscrivere,
arginare.
Per Concetta Guido,
collaboratrice di Il quotidiano della Calabria, i giornalisti locali sono
spesso portati ad
auto-censurarsi. A volte, gli
inviati speciali delle grandi
redazioni nazionali o gli
inviati stranieri possono con
più facilità e libertà fare
delle inchieste sul crimine
organizzato locale. "Affrontare
la realtà mafiosa della
'ndrangheta è un lusso molto
rischioso per i professionisti
dell'informazione calabresi".
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