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NEL MIRINO DELLE MAFIE
Dossier sugli attacchi della criminalità organizzata ai giornalisti italiani 

Roma 28 maggio 2008


CRONISTI IN ZONA DI GUERRA  

Novanta miliardi di euro l’anno. Secondo il rapporto presentato da Confesercenti lo scorso anno, è questo il fatturato di quella che viene chiamata Mafia spa, cioè l’insieme delle varie organizzazioni che agiscono sul territorio italiano. Una cifra che corrisponde al 7 per cento del PIL, all’ammontare di cinque manovre finanziarie. Secondo il FMI (Fondo Monetario Internazionale) il 57 per cento di queste risorse provenienti dalle attività criminali vengono reinvestite nell’economia ufficiale. Può non avere riflessi sulla vita economica, sociale e politica dell’Italia, un Paese in preda a una pesante crisi economica, un impatto finanziario così consistente? Secondo il collega Nino Amadore del Sole 24 Ore , che ha pubblicato il libro La zona grigia, ha ad esempio l’effetto di generare una borghesia mafiosa, un'area di complicità fatta di avvocati, notai, architetti, impiegati pubblici e imprenditori che ha intrecciato rapporti sempre più stretti con le famiglie mafiose, fino a ricoprire ruoli dirigenti all’interno delle varie organizzazioni. E’ quella che si chiama mafia bianca e un tempo si chiamava la mafia dei colletti bianchi.

Ma una rete di organizzazioni criminali che si alimenta, oltre che con la droga e le estorsioni, con gli appalti pubblici (edilizi, ma sempre più anche nella sanità, che assorbe la quota maggiore di finanziamenti regionali ed europei) non può non avere rapporti stretti con la politica. Ne ha scritto, nel suo libro  I complici, il collega Lirio Abbate, assieme al giornalista dell’Espresso Peter Gomez. Ricostruendo le complicità che hanno consentito la latitanza del capo di Cosa Nostra Provenzano, Abbate è arrivato su, su fino al Parlamento. E, come Amadore, ha fatto i nomi.

Lo stesso valga per un giovane scrittore napoletano, Roberto Saviano, che nel suo Gomorra, ha descritto le attività economiche del Sistema camorristico dei clan di Secondigliano e il loro sogno di dominio assoluto. Saviano, da anni lancia accuse pesantissime contro il sistema politico–istituzionale, in nome di un popolo privato dei diritti più elementari:
Si muore di una peste silenziosa che ti nasce in corpo dove vivi e ti porta a finire nei reparti oncologici di mezza Italia. Gli ultimi dati pubblicati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità mostrano che la situazione campana è incredibile, parlano di un aumento vertiginoso delle patologie di cancro. Pancreas, polmoni, dotti biliari più del 12% rispetto alla media nazionale. La rivista medica The Lancet Oncology già nel settembre 2004 parlava di un aumento del 24% dei tumori al fegato nei territori delle discariche e le donne sono le più colpite. Val la pena ricordare che il dato nelle zone più a rischio del nord Italia è un aumento del 14%".
Questa la denuncia della gestione camorristica del grande businnes dello smaltimento dei rifiuti.
“Ma forse queste vicende avvengono in un altro paese. Perché chi governa e chi è all’opposizione, chi racconta e chi discute, vive in un altro paese. Perché se vivessero nello stesso paese sarebbe impensabile accorgersi di tutto questo solo quando le strade sono colme di rifiuti. Forse accadeva in un altro paese che il presidente della Commissione Affari Generali della Regione Campania fosse proprietario di un’impresa - l’Ecocampania - che raccoglieva rifiuti in ogni angolo della regione e oltre, e non avesse il certificato antimafia“.

Non è un caso che tutti e tre questi colleghi si trovino oggi sotto scorta per le pesanti minacce ricevute da Camorra e Cosa Nostra.

Loro come tutti gli altri, elencati in questo dossier che vuol rappresentare sono l’inizio di un lavoro di documentazione, di vigilanza e di solidarietà, che ci impegniamo qui oggi a proseguire nel tempo, portando l’emergenza italiana anche all’attenzione delle associazioni che si occupano di libertà di stampa a livello internazionale.

Raccogliendo questi episodi di intimidazione e aggressione verso i colleghi, abbiamo provato le stesse sensazioni di quando ci siamo occupato della condizione dei giornalisti in Paesi come la Colombia o la Federazione Russa.

Ma siamo italiani, e abbiamo provato anche un po’ di vergogna.

Dobbiamo dunque raccogliere l’allarme che viene dai colleghi impegnati nella guerra di mafia in atto nel nostro Paese da decenni e che ha già prodotto molte vittime e quello lanciato da Unione Cronisti, Fnsi e Ordine dei Giornalisti il 3 maggio scorso (Giornata Mondiale per la Libertà di Stampa dell’ONU), che ha ricevuto l’adesione dei vertici istituzionali, a cominciare dal Presidente della Repubblica. E dare sostegno alle campagne avviate da associazioni come Libera, Articolo 21, ma anche Confindustria.

E’ di pochi giorni fa la notizia del sondaggio effettuato tra gli studenti del liceo classico di Palermo dove quasi il 70 per cento degli studenti ha detto di considerare Cosa Nostra più forte dello Stato. Lo stupore, di fronte a questa risposta, è ipocrita: si tratta di una banale constatazione. Ricorda Saviano che, “dal 92 ad oggi, le organizzazioni hanno ucciso più di 3.100 persone? Più che a Beirut“. E non sono cifre buttate lì con la tecnica dello scrittore di successo.

Il Dossier Ndrangheta 2008 appena presentato da Eurispes, che non è certo un testo destinato al grande pubblico, denuncia che Tra il 1999 e il 2008 in Calabria si sono verificati 202 omicidi per motivi di ‘ndrangheta facendo registrare un incremento del 667%“.
E lo stesso rapporto ci informa che “Ammonta a quasi 44 miliardi di euro il giro d’affari della ‘Ndrangheta per il 2007. Un fatturato fuori legge pari al 2,9% del prodotto interno lordo italiano attestato, per l’anno in esame, a 1.535 miliardi di euro“.

Siamo al centro di un’emergenza che non può non vedere i giornalisti in prima linea. Ma per non abbandonarli a sé stessi, bisogna raccogliere e far circolare le notizie per pubblicare le quali rischiano la vita. Ne I complici, Abbate riporta la trascrizione di un’intercettazione dove il medico Giuseppe Guttadauro, capo mandamento del quartiere Brancaccio, parla della possibilità di pagare per pubblicare articoli su un quotidiano (Il Foglio). Si ipotizza anche di organizzare un tour umanitario per alcuni giornalisti nel carcere dell’Ucciardone. Già negli anni Novanta il boss Leoluca Bagarella progettava di fondare un giornale, i boss arrestati nell’operazione Gotha stavano contattando un giornalista loro amico, e Matteo Messina Denaro preparava una campagna stampa garantista a favore dei mafiosi detenuti sotto il 416 bis.

Lirio Abbate sostiene che esiste una linea sottilissima, un confine oltre il quale non è concesso indagare impunemente. Quello oltre il quale fioriscono i più intimi rapporti tra mafia e politica. E aggiunge : “Purtroppo il problema non sono i giornalisti , sono in molti a svolgere correttamente il proprio lavoro. Il vero problema è la mancanza di editori ‘coraggiosi’ o solamente interessati a far conoscere la verità, mancanza che si sente soprattutto qui al Sud”.

Se ne è avuta conferma poco tempo fa, quando il giornalista Marco Travaglio ha rilanciato da un programma televisivo Rai alcune notizie sui rapporti tra il Presidente del senato Schifani e alcuni personaggi condannati per mafia, già pubblicate ne I complici di Abbate e Gomez. La politica, da destra e da sinistra, ha minacciato provvedimenti e richiesto scuse per le “ gravi offese” lanciate contro la Seconda carica dello Stato. Ma quelle notizie, sono vere o no? Nessuno è entrato nel merito, la questione non era se le affermazioni dei giornalisti siano vere o no , ma che era inopportuno diffonderle al grande pubblico.

Sono dunque i politici a decidere se una notizia possa o no essere resa pubblica, in quali forme e con quali conseguenze .

Lirio Abbate è dunque un eroe quando viene minacciato dalla Mafia per le notizie che ha il coraggio di pubblicare, ma quelle notizie devono restare sconosciute al grande pubblico, altrimenti diventa un provocatore. Così come il successo internazionale di Gomorra di Saviano, suscita ogni giorno dissociazioni, critiche ed esplicite accuse nei confronti di un intellettuale che diffonde nel mondo un’immagine scorretta di Napoli, della Campania e del nostro Paese.

Lanciamo dunque un appello anche alle associazioni internazionali per la libertà di stampa e la sicurezza dei giornalisti: la questione degli attacchi delle mafie al giornalismo è globale. Ma la gravità e la dimensione del fenomeno che riguarda l’Italia, un paese fondatore dell’Unione Europea, la rende una vera e propria emergenza, accanto a quella dei Pesi dei Balcani e alla Federazione Russa.

L’Italia è il quarto Paese al mondo per riciclaggio di proventi illegali  lo denuncia Nino Amadore ne La zona grigia), per cui la capacità di inquinamento e di condizionamento dei clan non si arresta ai nostri confini e riguarda direttamente il sistema economico finanziario, e forse anche mediatico, di tutto il continente.

Oltre la solidarietà ai colleghi che fronteggiano quotidianamente la criminalità organizzata, è necessario portare a conoscenza dell’opinione pubblica i fatti da loro denunciati. Altrimenti è come per la collega Anna Politkovskaja: tutti l’hanno celebrata, soprattutto da morta, ma nessuno ha mai raccolto e sviluppato sui media internazionali le sue denunce sul Regime di Putin, le condizioni della democrazia nella Federazione Russa, la tragedia della Guerra in Cecenia, che resta cancellata dallo scenario mediatico internazionale.

Se le notizie sono il lavoro e  in certi casi, la scelta di vita dei giornalisti, il silenzio è la loro condanna a morte.

Questo dossier, che certamente è incompleto e parziale, è solo l’inizio di un lavoro che vuol dare un pubblico a quelle notizie che mettono a repentaglio la vita di tanti colleghi , li costringono sotto scorta, spesso li isolano. Sono cronisti in zona di guerra che non hanno il privilegio di poter tornare a casa, perché ci sono già. Dobbiamo porci il problema della loro sicurezza, esattamente come per quelli che operano sugli scenari bellici internazionali.

La conclusione la lasciamo a un collega di prima linea, Sergio Nazzaro, freelance (o sarebbe meglio dire precario, come il povero Giancarlo Siani) che ha affidato questo suo mesto sfogo a Megachip.  

“Giornalismo in terra di camorra: se minacciano uno dei nostri inviati super pagati in Iraq via al putiferio mediatico. Se sei minacciato a Napoli perché scrivi di camorra, è il momento buono per fare le valigie o cominciare a scrivere di sport. Sostanzialmente si è gente senza amor proprio, animati da una rabbia assurda e suicida, si vive in totale solitudine, disperatamente. Forse siamo semplicemente carenti di affetti e diventiamo kamikaze al contrario. Però siamo fortunati nessuno ci legge, qualche amico che poi comincia a non salutarvi più, e soprattutto gli uffici stampa della camorra, gli avvocati che si leggono tutto e riferiscono. Da lì partono le minacce e, prima che un disgraziato di giornale, dopo tante insistenze ha deciso di pubblicarvi“.  

29 GENNAIO 2006
CORLEONE – SICILIA – DINO PATERNOSTRO –LA SICILIA –AUTO BRUCIATA 

Il 29 gennaio 2006, a Corleone, prima che Bernardo Provenzano venisse arrestato, l’auto di Dino Paternostro, corrispondente de La  Sicilia e segretario della Camera del Lavoro è stata presa di mira: gli hanno dato fuoco. Polizia e carabinieri vigileranno sull’incolumità di Dino Paternostro, il giornalista e segretario della Camera del Lavoro di Corleone cui, nella notte tra venerdì e sabato scorso, è stata bruciata l’auto in un atto intimidatorio di stampo chiaramente mafioso (la stessa notte, sempre a Corleone, è stata bruciata la macchina a un’impiegata del Centro di documentazione antimafia).”È la prima volta che subisci un’intimidazione? Purtroppo no. Nella notte tra il 16 e il 17 aprile 1991 qualcuno incendiò la redazione di «Città nuove», un giornale, all’epoca cartaceo, che adesso pubblichiamo online. Nel luglio del 2002 qualcuno ha tagliato i 4 copertoni della mia auto. E nel marzo dell’anno scorso hanno murato con dello stucco la porta d’ingresso della Camera del lavoro di Corleone, situata nel pieno centro della Città “. “Ho segnalato al Comitato di aver recentemente pubblicato un libro, I Corleonesi, nel quale ricostruisco l’albero genealogico della mafia di Corleone dall’Ottocento a oggi. Ho fatto emergere anche le complicità di quei mafiosi con la politica a livello locale e nazionale. Forse a tante famiglie “bene” che ci sono oggi a Corleone e a Palermo, ricche di professionisti ed imprenditori di successo, può aver dato fastidio aver riportato alla luce certe origini “ (fonte : narcomafie).

13 OTTOBRE 2006
NAPOLI –
CAMPANIA – ROBERTO SAVIANO – L’ESPRESSO – MINACCE 

Minacce allo scrittore che ha raccontato la camorra imprenditrice e le storie della faida di Scampia. Lettere minatorie, telefonate mute. E anche un isolamento ambientale che mette paura forse più delle intimidazioni. Adesso dovranno essere adottate nuove misure di protezione per Roberto Saviano, 28 anni, l’autore del libro-inchiesta “Gomorra”, edito da Mondadori, da cinque mesi in testa alle classifiche e vincitore del premio Viareggio Repaci. Il prefetto di Caserta, Maria Elena Stasi, ha aperto un procedimento formale che passerà al vaglio del comitato provinciale per l’ordine pubblico. Lo rivela il settimanale “L’espresso”, con il quale Saviano collabora, nel numero che sarà in edicola oggi. Esponenti di primo piano della camorra campana come Michele Zagaria e Antonio Iovine, il più celebre Francesco Schiavone soprannominato “Sandokan”, “hanno mal tollerato - si legge nel lungo servizio - il successo di Gomorra, che ha imposto i loro traffici all’attenzione nazionale”. Non solo. I clan si sono anche “infuriati per la sfida che Saviano ha portato nel loro feudo, nella Casal di Principe che negli anni ‘90 aveva il record di omicidi”. Lo scrittore, ricorda “L’espresso”, si è presentato sul palco della cittadina casertana il 23 settembre scorso, insieme al presidente della Camera Fausto Bertinotti, nell’ultima di quattro giornate di mobilitazione anticamorra aperta dal ministro della Giustizia Clemente Mastella. Saviano “ha chiamato i padrini per nome - scrive il settimanale - “Iovine, Schiavone, Zagaria, non valete nulla. Loro poggiano la loro potenza sulla vostra paura, se ne devono andare da questa terra””. Ma se l’ira della camorra poteva essere messa nel conto delle reazioni che un libro coraggioso come “Gomorra” e i reportages realizzati dal giovane scrittore avrebbero suscitato, altra cosa è l’emarginazione seguita alle sue denunce. “Colpisce il disprezzo delle autorità locali - accusa “L’espresso” - testimoniato dalle bordate di Rosa Russo Iervolino. Il sindaco partenopeo, nel consegnare a Saviano il premio Siani, lo ha definito “simbolo di quella Napoli che lui denuncia”, offendendo sia l’autore sia la memoria del giornalista ammazzato 21 anni fa”. Ma c’è anche chi si sta mobilitando per non lasciarlo solo. Un appello improvvisato in sostegno di Roberto Saviano ha raccolto, evidenzia il settimanale, “firme di scrittori e lettori: tra i primi Massimo Carlotto e Giancarlo De Cataldo. Poche righe che denunciano “un isolamento fatto da ciò che non ti fanno e che vogliono farti credere ti faranno. Ma intanto ti fermano, creano diffidenza intorno, screditano, insultano, allontanano tutti dalla tua vita perché mettendo paura ti creano attorno il deserto. A questo punto devono venire fuori altre voci”. Intanto a Napoli la camorra continua a colpire e a fare soldi. Il Viminale lavora a un piano per la città. I firmatari dell’appello non vogliono fermarsi alle parole. Pensano a una grande manifestazione che dovrebbe svolgersi proprio in provincia di Caserta. Nella terra d’origine dello scrittore, e di quella camorra che vorrebbe mettere a tacere chi ne ha denunciato pubblicamente gli intrecci e gli inganni. ( fonte: La Repubblica ) 

9 GENNAIO 2007
Napoli
– CAMPANIA – MIMMO RUBBIO – NAPOLI METROPOLI – NUOVE MINACCE
 

“ BRIGUGLIO. - Al Ministro dell’interno. - Per sapere - premesso che: nel comune di Arzano (Napoli) a partire dal 2005 si sono registrati una serie di gravi e crescenti atti di intimidazioni da parte della camorra contro rappresentanti delle istituzioni locali ed esponenti della società civile. Il primo grave episodio risale al giugno 2005 quando una lettera con proiettili e minacce di morte fu recapitata al giornalista professionista, Mimmo Rubio, all’epoca vice caposervizio del settimanale Napoli Metropoli che con un’inchiesta giornalistica denunciò le illegittimità procedurali e le possibili infiltrazioni della camorra su un project financing per la costruzione del nuovo cimitero di Arzano. Un business in odore di camorra da oltre 20 milioni di euro. Inchiesta giornalistica che ne bloccò poi la realizzazione dell’opera ed interessò la Dda (Direzione distrettuale antimafia) che fece recapitare oltre una decina di avvisi di garanzia. Sempre nel 2005 il Rubio, eletto nel frattempo consigliere comunale di Alleanza nazionale ad Arzano, proseguendo l’opera di denuncia anche sul piano politico contro il malaffare e le commistioni camorristiche locali (Prg, Multiservizi, licenze edilizie, eccetera) è stato, unitamente alla sua famiglia, oggetto di nuove e reiterate minacce. Ma la camorra non si è fermata qui ed ha alzato addirittura il tiro. Nel mese di novembre 2005, a finire nel mirino dell’Antistato è stavolta il deputato di An, Antonio Pezzella impegnato da tempo in una crociata per la legalità sia ad Arzano che in tutta l’area dei comuni a nord di Napoli. Passa solo qualche mese, il 31 gennaio 2006, si registra un nuovo ed ancor più grave atto intimidatorio. Un pacco bomba viene recapitato presso l’abitazione del presidente del consiglio comunale di Arzano, Elpidio Capasso, rappresentante dell’Italia dei Valori, la cui esplosione ne provoca il ferimento della moglie. Capasso si sarebbe opposto all’interno dello stesso schieramento di centrosinistra su alcuni stravolgimenti da adottare per il Prg e avrebbe fatto dietrofront sul project financing del nuovo cimitero dove però sono già piovuti da tempo onerosi e sospetti investimenti privati. L’intimidazione con il pacco bomba porterà nelle settimane successive alle dimissioni dello stesso presidente Capasso e al suo allontanamento dalla scena politica locale. Nel frattempo in città, tra denunce e inchieste delle forze dell’ordine, si registrano una serie di blitz ed inchieste sulla casa comunale. Il 28 luglio 2006 s’insedia finalmente la Commissione d’accesso al comune di Arzano che è tuttora in attività con fase di proroga. Ma passano solo pochi giorni ed ecco arrivare nuove minacce al consigliere Rubio ed alla sua famiglia, per il quale il Comitato per l’Ordine pubblico e la Sicurezza dispone subito la tutela e protezione. La longa manus della camorra va avanti e sfida, addirittura, lo Stato con intimidazioni nello stesso periodo contro i rappresentanti dell’Arma che da tempo stanno scandagliando i meandri del malaffare locale. Bersaglio è infatti anche l’ex comandante della locale Tenenza dell’Arma, Roberto Ragucci, destinatario, unitamente altri esponenti dei carabinieri impegnati in varie e delicate inchieste sul territorio, di lettere con proiettili e minacce di morte che vengono fatte recapitare direttamente in caserma. Infine il 9 gennaio 2007, a pochi giorni dalla proroga d’indagini della Dda sul project financing del nuovo cimitero e della Commissione d’accesso, nuove minacce contro la famiglia del consigliere Rubio impegnato a produrre in queste ultime settimane altre denunce alla Magistratura ed alla Corte dei conti sulla malagestione e gli abusi perpetrati da amministratori e funzionari locali. Si ricorda, altresì, che sul territorio del Comune di Arzano, come da possibile riscontro della Commissione Antimafia, operano sia esponenti del clan Moccia di Afragola che uomini legati all’Alleanza di Secondigliano e del clan Misso della Sanità. Il territorio è stato in questi ultime tre anni interessato anche dalla sanguinosa faida di Scampia tra cosiddetti «scissionisti» e «dilauriani» con una serie di efferati omicidi ed arresti eccellenti -: se il Ministro in indirizzo non intenda intervenire con forza e decisione per appurare con celerità mandanti ed esecutori di queste continue e gravi intimidazioni, ridando fiducia ai cittadini onesti che si battono per il recupero civile e sociale di Arzano in un contesto difficile come quello della provincia napoletana nonché per garantire la massima sicurezza ed incolumità di chi si contrappone e denuncia questo sistema di illegalità e commistioni “.02482) (Interrogazione a risposta scritta 4-02482 presentata dal deputato CARMELO BRIGUGLIO mercoledì 7 febbraio 2007 nella seduta n.105 ). 

9 FEBBRAIO 2007
TRANI
– PUGLIA – ALESSIO DE PALO – RADIO REGIO STEREO – AGGREDITO : DUE COSTOLE ROTTE
 

“ Una radio libera e un giornalista-direttore scomodo al potere politico, economico e mafioso. La memoria torna indietro negli anni e si ferma a Peppino Impastato ucciso dalla mafia e alla sua Radio Aut. Allora in Sicilia, oggi ad Altamura, 67 mila abitanti, città col record delle violazioni edilizie: 2.300: La Radio si chiama Regio Stereo, il suo direttore conduttore da 15 anni del programma quotidiano “La Cronaca”, 50 anni, sposato senza figli, è Alessio Dipalo.

La radio va bene, almeno finché non decide di ficcare il naso nello smaltimento dei rifiuti. I temi che Dipalo affronta ogni giorno sono di quelli che scottano, soprattutto in Puglia dove, secondo Legambiente, l’ecomafia è fortissima. Dipalo si occupa di sversamento dei fanghi sulla Murgia, di inquinamenti da scarichi di depuratori misti a fanghi tossici. E della discarica TRadeco, una delle più grandi d’Italia, che raccoglie un milione di metri cubi di rifiuti e che, secondo Dipalo, sarebbe un centro di potere e una “agenzia di collocamento” dei politici al termine del loro mandato.

Un susseguirsi di coincidenze strane, di minacce, avvertimenti e aggressioni subite dal giornalista finita nelle mani della Dda di Bari. “Lello Crivelli, ex sindaco di Altamura di Rifondazione e attuale segretario provinciale è divenuto dirigente di quinto livello della Viri, costola della Tradeco, e della stessa Tradeco – spiega Dipalo -. Crivelli è stato arrestato il 13 marzo del 2006 nell’ambito dello scandalo della discarica di Canosa , per attentato alla salute pubblica, associazione a delinquere e traffico illecito di rifiuti. Il processo inizierà tra poco”. E tante altre coincidenze che portano tutte alla Tradeco. Vito Casiello, segretario dell’Udc (stesso partito dell’attuale sindaco di Altamura, Mario Stacca) ha collaudato la discarica della Tradeco. Francesco Petronella, socialista autonomista, consigliere comunale di opposizione in carica, anche lui arrestato il 13 marzo del 2006, è cognato di Carlo Columella, titolare della Tradeco. Michele Marroccoli, dei Popolari per la Puglia, attuale assessore ai Lavori pubblici, revisore dei conti della Tradeco fino al momento della nomina, che ha preso il posto di Michele Clemente, socio di studio di consulenza di Marroccoli, che effettuava la revisione dei conti della Tradeco.Ma andiamo con ordine. “Due anni fa – spiega Dipalo -, il Consiglio comunale di Altamura all’unanimità, giunta di centro-sinistra, approva una delibera che chiede a Procura, Questura e Prefettura di “monitorare” i mezzi di informazione locale: unico nome indicato, Radio Regio Stereo. Provvedimento proposto dall’assessore Michele Clemente”. Un atto senza precedenti, censurato dall’Ordine dei Giornalisti, che finisce al Parlamento europeo in un’interrogazione a firma di Lilli Gruber e Michele Santoro.Il 15 settembre 2005, altro caso unico in Italia e in Europa, Radio Regio Stereo viene chiusa dai giudici di Bari per due mesi con l’accusa di diffamazione aggravata a seguito di querele presentate da Carlo Columella, titolare della Tradeco, senza che il giornalista venisse interrogato. Il processo inizierà il 4 aprile. Tante querele, finora non una condanna e mai un interrogatorio, il primo è di venerdì scorso quando Dipalo è stato sentito dai pm della Dda di Bari per le violenze subite.Voce cristallina, Dipalo va avanti nonostante la trasmissione venga frequentemente interrotta dall’arrivo, una volta della Guardia di Finanza, un’altra volta dei Carabinieri, un’altra ancora dei Vigili Urbani che ispezionano, perlustrano lo studio lasciando attoniti i suoi ospiti. Molti collaboratori della Radio ricevono avvertimenti. I titolari delle attività commerciali che tengono in vita la Radio con la pubblicità, consigliati a strappare i contratti. E il 5 luglio alle 14,15, Dipalo viene aggredito, due costole rotte, sotto casa da due pluripregiudicati dopo che il 2 e il 3 luglio aveva mandato in onda la registrazione di un dibattito a cui aveva partecipato assieme al collega del Corriere della Sera Carlo Vulpio, svoltosi il 29 giugno sulla discarica Grottelline, 500 mila metri cubi con possibile ampliamento, a Spinazzola, provincia di Andria-Barletta, autorizzazione già firmata dal Presidente della Regione Vendola, su un sito archeologico neolitico scoperto dall’Università di Pisa, contratto per la gestione aggiudicato alla Tradeco per 17 anni.La Procura di Trani ha aperto un’inchiesta. Di uno dei due aggressori, Biagio Genco, padre e fratello che lavorano alla Tradeco, si sono perse le tracce, si teme si tratti di una caso di lupara bianca. Mentre l’altro aggressore, Laterza, poco dopo l’arresto è divenuto collaboratore di giustizia. E il 9 febbraio scorso l’auto di Dipalo viene incendiata sotto casa. Ora, improvvisamente, Dipalo da giornalista scomodo diventa giornalista in pericolo. Sabato il sindaco di Altamura ha chiesto che venga protetto. Questo il commento di Dipalo dai microfoni della sua Radio: “Trovo paradossale che il sindaco crei le condizioni e i presupposti per le mie inchieste e poi chieda che venga scortato”. E aggiunge: “E pensare che per vedere riconosciuto un diritto, la caratterizzazione della discarica (collaudata nell’87 dall’attuale segretario del partito del sindaco) per sapere cosa c’è dentro e la capacità di non inquinare, che avrebbe dovuto fare il sindaco, abbiamo dovuto promuovere una petizione raccogliendo 5 mila firme e ancora stiamo aspettando che il sindaco firmi il provvedimento”.Al suo fianco, l’associazione Senza reti, la città e la sua Radio Aut, con indici di ascolto altissimi in Puglia e in Basilicata. E Dipalo continua a ripetere con un sorriso infantile: “Io sono testardo e non mi piacciono le intimidazioni”. (fonte: L’Unità ) 

4 MARZO 2007
COSENZA –
CALABRIA – ANONIMO – CALABRIA ORA – MINACCE
 

L’aggressione e le minacce a un redattore del quotidiano calabrese Calabria Ora è resa nota in un comunicato della direzione, che non fa mai il nome del cronista.

“Nei giorni scorsi, in seguito a due articoli sulle dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia Cosimo Scaglione, il quale riferiva che il suo pentimento era stato pilotato da un altro pentito, Antonio Di Dieco si verificavano i seguenti episodi. Sabato 31 marzo, il cronista, appena rientrato a casa, riceveva una telefonata. Una voce maschile con forte inflessione dialettale affermava : ‘Non c’ hai capito un ca.... Mi meraviglio di te. Falla finita se no finisce male. Lo sai’. Pochi minuti dopo, sul cellulare privato del giornalista, giungeva una telefonata della madre del collaboratore Di Dieco che, in lacrime, esclamava :’Cosa stai facendo. Ma sei pazzo? Neanche immagini dentro quale casino ti stai mettendo. Io conosco tuo padre. Lascia stare Antonio. Smettila, smettila, smettila!. Il giorno successivo, sempre sullo stesso cellulare, giungeva una telefonata del collaboratore di giustizia Antonio Di Dieco, che con voce ferma e decisa affermava: ‘Stai scrivendo un mucchio di bugie sul mio conto. Lo sai che sono cose pericolose quelle che scrivi: conosci i rischi a cui vai incontro. So che ti ha chiamato mia madre e mi dispiace. Ma tu sai come sono fatte le madri. Mi dispiace inoltre per la telefonata che hai ricevuto ieri a casa. Mettiti in contatto con il mio avvocato che ti può dare spiegazioni. Ieri mattina il giornalista, uscendo di casa per recarsi al lavoro, ha trovato il finestrino posteriore e lo specchietto retrovisore della sua autovettura distrutti. L’ episodio e’ stato denunciato alla polizia. La direzione di Calabria Ora  ringrazia il Questore di Cosenza per essere prontamente intervenuto disponendo immediatamente un servizio speciale di vigilanza a tutela del giornalista minacciato. Quanto e’ avvenuto e’ gravissimo. Un collaboratore di giustizia non può permettersi d’ intervenire nella tranquillità di chi esercita la professione del giornalista. Invitiamo la magistratura ad occuparsi celermente di questi gravi episodi. E invitiamo l’ordine dei giornalisti e il sindacato ad intraprendere iniziative che tutelino il diritto all’ informazione in una regione molto difficile come la Calabria. Non saranno questi episodi ad intimidirci e a fermarci. Continueremo ad informare e a preservare la sacralità delle notizie”. (fonte: Calabria Ora) 

23 MAGGIO 2007
PALERMO
–SICILIA – LIRIO ABBATE – ANSA LA STAMPA – MINACCE SCORTA
 

“ Lirio Abbate, redattore dell’agenzia Ansa e collaboratore de «La Stampa», dal 23 maggio scorso viene scortato da un’automobile blindata e da due agenti di Polizia. La decisione di mettere sotto tutela il cronista è stata presa dal Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza di Palermo, dopo che la squadra mobile del capoluogo siciliano aveva scoperto l’esistenza di un piano della mafia per eliminarlo. Abbate ha denunciato di aver ricevuto inequivocabili messaggi intimidatori: una telefonata anonima, un biglietto lasciato sotto il tergicristallo dell’automobile e un altro sotto il portone dello stabile dove ha sede l’Ansa. Le minacce provengono, secondo gli inquirenti, da mafiosi del quartiere Brancaccio, dominato almeno fino alla data del suo arresto, nel 2002, dal medico nonché presunto boss Giuseppe Guttadauro. Abbate si è occupato dei principali procedimenti giudiziari contro Cosa nostra degli ultimi 15 anni e ha seguito in prima persona l’arresto del boss Bernardo Provenzano l’11 aprile 2006, diffondendo la notizia in anteprima. Con Peter Gomez ha recentemente scritto il libro I complici – Tutti gli uomini di Bernardo Provenzano“. (fonte: Narcomafie ) 

2 SETTEMBRE 2007
PALERMO
–SICILIA – LIRIO ABBATE –  ANSA LA STAMPA - ATTENTATO

“Minacce al cronista della sede palermitana dell’«Ansa» e corrispondente de «La Stampa» Lirio Abbate, già sottoposto a intimidazioni nei mesi scorsi a causa del suo libro «I complici - Tutti gli uomini di Bernardo Provenzano da Corleone al Parlamento», scritto in collaborazione con Peter Gomez . Due sconosciuti hanno cercato di mettere sotto la sua automobile, posteggiata nei pressi dell’abitazione del giornalista, in un quartiere popolare del capoluogo siciliano, un ordigno rudimentale costruito con un paio di contenitori di liquido infiammabile e alcuni cavi elettrici. A notarli sono stati gli agenti del «servizio di bonifica» dell’Ufficio scorte di Palermo, che da un paio di mesi proteggono il giornalista: le due persone sono comunque riuscite a far perdere le loro tracce. Per rimuovere l’involucro sono stati chiamati gli artificieri e sono state spostate le altre auto posteggiate nelle vicinanze. Il fatto risale a sabato notte, ma si è appreso soltanto oggi ed è stato confermato in ambienti giudiziari. L’ordigno sarebbe stato efficiente e in grado di funzionare.
Le prime situazioni di pericolo erano emerse nel corso di indagini della Squadra mobile la scorsa primavera, poco dopo la pubblicazione del libro «I complici- Tutti gli uomini di Bernardo Provenzano da Corleone al Parlamento», scritto dal cronista assieme a Peter Gomez. Poi ad Abbate erano arrivate lettere minatorie e il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza gli aveva assegnato una tutela. Il giornalista, che si occupa di nera e giudiziaria, è protetto dalla polizia ed era stato trasferito temporaneamente, per motivi di sicurezza, a Roma. A Lirio Abbate erano arrivati numerosissimi attestati di solidarietà da esponenti del giornalismo, della politica, delle istituzioni e della società civile. Lo stesso Presidente della Repubblica è rimasto colpito dal richiamo di Abbate, dal suo appello perché sia “tenuta sempre alta la guardia”, con la più efficace mobilitazione dello Stato e della società civile». Lo scrive Pasquale Cascella, il consigliere del Presidente della Repubblica per la stampa e l’informazione, in una lettera al direttore dell’Ansa Giampiero Gramaglia, dopo il caso del cronista Lirio Abbate della sede palermitana dell’agenzia di stampa minacciato dalla mafia. Cascella scrive ancora che il comportamento di Abbate è «espressione di dignità e di partecipazione al necessario sforzo di tutti - dalle istituzioni e le strutture dello Stato alle organizzazioni politiche e alle espressioni più vive della società - per garantire la legalità, la sicurezza e la giustizia contro ogni minaccia e violenza della criminalità organizzata. È questo moto di coscienza civile che il Presidente della Repubblica vuole sostenere, anche esprimendo a Lirio Abbate i suoi sentimenti di solidarietà e di augurio”. (fonte: La Stampa ) 

13 SETTEMBRE 2007
CASERTA –
CAMPANIA – ENZO PALMESANO CARLO PASCARELLA – GIORNALE DI CASERTA – MINACCE
 

“ Minacce e intimidazioni per due giornalisti casertani. Succede a Pignataro Maggiore dove opera il clan Lubrano-Nuvoletta, affiliato a Cosa Nostra, e coinvolto negli omicidi del sindacalista Francesco Imposimato, del carabiniere Salvatore Nuvoletta e del giornalista Giancarlo Siani. Le minacce e le intimidazioni sono arrivate a due giornalisti: Enzo Palmesano e Carlo Pascarella, responsabile della cronaca nera del quotidiano “Il Giornale di Caserta”, entrambi di Pignataro.

Da anni i due si occupano di denunciare le collusioni su quel territorio, tra camorra e politica, camorra e colletti bianchi. Il clima pesante si era già registrato da diversi mesi con una serie di episodi. A Palmesano nell’aprile scorso due giovani a bordo di una moto lanciarono una bottiglia contro una porta di casa. Un altro episodio. Pascarella, il 28 maggio scorso, con un altro collaboratore del Giornale di Caserta, Davide De Stavola, si recò alla villa bunker di via del Conte, confiscata dalla magistratura al boss Raffaele Ligato. I due cronisti erano andati sul posto con una macchina fotografica per documentare lo stato di degrado in cui versava l’immobile.

Lì, nonostante la villa fosse già confiscata, trovarono il figlio del boss Raffaele Ligato, Pietro, a colloquio con due persone, in una delle quali i cronisti del “Giornale di Caserta” riconobbero un imprenditore locale. Dopo questa vicenda Ligato minacciò Pascarella. Le minacce si sono fatte poi più insistenti. Tanto che da tre mesi il capo cronista del “Giornale di Caserta” è sotto protezione della squadra mobile della questura di Caserta e i suoi familiari sono sotto la vigilanza costante dei carabinieri di Pignataro Maggiore.

Ma non è finita qui. In una lettera aperta, Carlo Pascarella, il 15 settembre scorso, denunciava che il boss Pietro Ligato alcuni giorni prima, davanti all’obitorio di Caserta, gli aveva detto: «Non ti preoccupare, ti farò vedere». Dopo due giorni gli arrivò una cartolina nella quale c’era scritto «Stai attento». Dopo due giorni ancora, nella notte tra il 12 e il 13 settembre scorso, in viale Kennedy a Vitulazio, sconosciuti incendiavano il tir Fiat Daily del mobilificio Pascarella utilizzando del liquido infiammabile sotto l’abitazione di Giovanna Pascarella, sorella del cronista e titolare dell’attività commerciale.E ieri mattina, proprio per il clima pesante che si respira a Pignataro, Enzo Palmesano ha presentato una denuncia circostanziata alla Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere, alla Direzione distrettuale antimafia di Napoli, al prefetto di Caserta, al ministro dell’Interno, alla Commissione parlamentare antimafia e inviata anche ai consiglieri comunali di Pignataro Maggiore, nella quale, tra l’altro scrive: «Il 14 giugno 2007, Pietro Ligato si recò dalla sorella di Carlo Pascarella, Giovanna, e – secondo quanto riferitomi dal giornalista – le disse una frase dal tenore inequivocabile: «Non capisco perché tuo fratello va appresso a uno come Palmesano che non sta bene con la testa. Uno di questi giorni vado a casa di Palmesano e gli sparo quattro botte». «La mia denuncia – afferma Palmesano – vuole portare all’attenzione dell’opinione pubblica che a Pignataro il giornalismo d’inchiesta non è soggetto solo alle minacce di morte della camorra, ma anche a pressioni politiche di esponenti locali e nazionali, da valanghe di querele, e dalle “attenzioni” di imprenditori dalle multiformi attività». 

26 OTTOBRE 2007
COSENZA
– CALABRIA – SAVERIO ALESSIO EMILIANO MORRONE – LA SOCIETA’ SPARENTE – MINACCE CENSURA
 

«Attento alle tue mosse, taci». È questo il testo di un biglietto scritto con ritagli di giornale che, il 26 ottobre 2007, Francesco Saverio Alessio ha ricevuto presso la sua abitazione di San Giovanni in Fiore (CS).Lo scrittore ha ipotizzato un collegamento con alcune dichiarazioni successive all’uscita del suo libro “La società sparente” (Neftasia editore, Pesaro, 2007) su ‘ndrangheta e politica, scritto con il giornalista Emiliano Morrone e incentrato su come si espande la criminalità organizzata calabrese della quale racconta storie e protagonisti.Ricevuto il biglietto, Alessio ha dichiarato che «il clima è torbido e confuso, quindi occorre non spaventarsi ma nemmeno sottovalutare». Morrone ha sottolineato, poi, che «serve un sostegno morale, corale e istituzionale, per evitare l’isolamento di scrittori scomodi che denunciano i rapporti tra politica e mafia nel profondo Sud».Solo pochi quotidiani calabresi hanno dato la notizia dell’episodio capitato ad Alessio, mentre la Rai regionale e la TV di San Giovanni in Fiore non ha accennato all’accaduto. Non è, poi, pervenuta alcuna condanna pubblica del gesto dai rappresentanti della politica.Dopo la minaccia, gli autori di “La società sparente” hanno anticipato a domenica 11 novembre 2007 la presentazione del libro, prevista, invece, per il prossimo dicembre.Avuta, in proposito, la disponibilità d’una sala privata da imprenditori locali, Alessio e Morrone hanno poi ricevuto disdetta «per inagibilità dei servizi pubblici, causata da adolescenti» durante una festa recente. Da una verifica, i bagni del locale risultano funzionanti.Nei giorni scorsi, la proposta di un funzionario comunale di inserire “La società sparente” nella settimana di lettura organizzata dalla biblioteca comunale ha ricevuto un violento diniego da esponenti politici. Né sembrano disponibili altri spazi, pubblici o privati, per la presentazione del volume nel centro silano.In seguito a queste difficoltà, Alessio e Morrone hanno rinunciato a presentare il loro libro a San Giovanni in Fiore, spostando a Cosenza l’appuntamento.Per ultimo, alcune librerie calabresi stanno informando i lettori che il testo è stato ritirato dal commercio.“La società sparente” è sempre in vendita, invece, dalla pubblicazione nello scorso ottobre. 

12 GENNAIO 2008
PALERMO
– SICILIA – NINO AMADORE ROBERTO GALULLO – IL SOLE 24Ore – MINACCE
 

“ Chiedo scusa ai lettori se parliamo di noi. Ma episodi come quello accaduto ieri al nostro giornalista Nino Amadore non possono essere taciuti. Amadore è il cronista che segue da Palermo il tentativo di molti imprenditori coraggiosi di liberarsi dal ricatto quotidiano del “pizzo” e da storici e radicati tentacoli mafiosi. I suoi articoli, e quelli di tanti altri colleghi del Sole 24 Ore, hanno dato corpo e sostegno a una nuova stagione di coraggio civile, sfociata nella decisione della Confindustria siciliana di espellere chi cede al “pizzo”. Venerdì sera Amadore ha presentato ad Agrigento, insieme al presidente dell’Unione industriale, Giuseppe Catanzaro, il suo libro La zona grigia, professionisti al servizio della Mafia (La Zisa editore) in cui si denunciano omertà, collusioni, quando non vere e proprie complicità, di esponenti del mondo economico e professionale siciliano con cosche e padrini. Ieri mattina, nella città all’ultimo posto nella classifica del Sole-24 Ore del Lunedì fra le città capoluogo di provincia per sicurezza e vivibilità, Amadore ha trovato la sua auto seriamente danneggiata. Un gesto d’intimidazione non grave ma significativo nei confronti di un collega impegnato, insieme a esponenti della società civile che vivono ormai da mesi sotto scorta, in una quotidiana battaglia di civiltà. Amadore e «Il Sole 24 Ore» continueranno a fare il loro lavoro. Non ci sono alternative. Ogni piccolo cedimento, e lo sanno molti servitori dello Stato schierati sul fronte invisibile della lotta alla criminalità, è una grande vittoria di chi attenta alla legalità di un Paese che ne ha poca, pochissima. L’episodio di Agrigento mi spinge a rivelare un altro episodio che ci riguarda, accaduto nelle scorse settimane e che in un primo momento ho preferito tenere riservato. Una busta con due proiettili è stata indirizzata alla direzione di questo giornale. Conteneva una serie di considerazioni, chiamiamole così, sull’inchiesta condotta da Roberto Galullo, un valido inviato che da mesi scrive sull’attività e sui legami economici della ‘ndrangheta calabrese. Inutile dire che Galullo e «Il Sole 24 Ore», come sopra, continueranno a fare la loro pur piccola parte. (f. de b.) (fonte: Il Sole 24 Ore) 

20 GENNAIO 2008
CASERTA –
CAMPANIA – SALVATORE MINIERI –GAZZETTA DI CASERTA –COLPI LUPARA
 

“Hanno sparato con un fucile caricato a pallettoni all’indirizzo di una finestra illuminata, contro la casa del giornalista della “Gazzetta di Caserta” Salvatore Minieri, molto impegnato in pericolose inchieste sulla cupola politico-affaristico-mafiosa di Pignataro Maggiore, città tristemente nota come la “Svizzera della camorra”. Poteva uccidere il commando delle cosche che è entrato in azione nella notte tra domenica 20 e lunedì 21 gennaio 2008, alle ore 1,25, in via degli Ulivi. Un’autovettura, proveniente dall’incrocio di via degli Ulivi con via Partignano, si è fermata all’altezza dell’abitazione della famiglia Minieri, avendo di fronte le finestre illuminate; uno degli occupanti dell’automobile, senza scendere dal mezzo, ha mirato ed ha esploso la micidiale scarica di pallettoni. Sette, otto pallettoni si sono fortunatamente infranti sulla pesante lastra di ferro che protegge il cancello; se si fosse trattato di una semplice lamiera, i pallettoni l’avrebbero perforata con forza e raggiunto una delle finestre, mentre Salvatore Minieri era ancora sveglio, guardava un film. Uno dei pallettoni è riuscito addirittura a bucare la lastra di ferro; e accostando l’occhio al foro si vede inquadrata la finestra, che era il bersaglio dei killer della camorra. Udito il tremendo colpo, Salvatore Minieri ha subito capito che avevano sparato, se l’aspettava. Lo aveva detto più volte ai colleghi di Pignataro Maggiore: “L’aria è pesante”. E’ un’aria di piombo, di camorra e di inconfessabili e non sanzionate complicità tra politica e cosche, nel feudo del clan Lubrano-Ligato. “E’ la risposta agli articoli sulla villa di via del Conte”, dice Salvatore Minieri, che anche negli ultimi giorni si è occupato dell’immobile confiscato al boss Raffaele Ligato; un bunker rimasto nella piena disponibilità della criminalità organizzata. A conferma che i beni confiscati sono ancora sotto il controllo della camorra, il nuovo collaboratore di giustizia Giuseppe Pettrone detto “Uccello” ha rivelato che lui e Pietro Ligato (figlio di “don Rafele”) nascondevano armi in via del Conte, in un canneto vicino alla villa bunker. E’ uno scandalo senza fine, costantemente tenuto sotto i riflettori dai cronisti pignataresi; un’attenzione che non piace ai boss e ai loro complici. Non appena si è diffusa la notizia dell’attentato, sono state numerose le attestazioni di solidarietà a Salvatore Minieri e alla sua famiglia, a cominciare da quelle dei colleghi Enzo Palmesano, Davide De Stavola e Carlo Pascarella; quest’ultimo di buon mattino ha tirato tutti giù dal letto con un giro di telefonate. Consapevole del pericolo, Salvatore Minieri, ma deciso a continuare il suo impegno anti-camorra; solidarietà anche alla madre del cronista, la professoressa Antonella De Lucia, vedova del compianto Pasquale Minieri, che fu giornalista pubblicista e sindaco di Pignataro Maggiore. Il fratello di Salvatore, Gianpio Minieri, maresciallo dell’Arma dei carabinieri, è stato informato telefonicamente. E sono stati proprio i carabinieri della Stazione di Pignataro Maggiore, della Compagnia di Capua e del Comando provinciale di Caserta ad intervenire sul posto, in via degli Ulivi, per i i rilievi del caso e le prime indagini, che sicuramente andranno ad inserirsi nel filone delle minacce agli altri giornalisti e della “notte delle bombe” del 31 dicembre 2007. Un fascicolo scottante di cui si sta occupando il valoroso pubblico ministero della Direzione distrettuale antimafia, Giovanni Conzo, che ha recentemente chiesto e ottenuto l’arresto del pericoloso boss Pietro Ligato e del fratello Antonio Raffaele, con l’accusa di detenzione di proiettili, parti di armi da guerra e di una devastante bomba carta. Il clan Lubrano-Ligato è fortemente indiziato pure per il colpo di lupara sparato contro la casa di Salvatore Minieri “. (fonte: Casertaoggi) 

28 GENNAIO 2008
MILANO – ROMA – CALABRIA – 7 DIRETTORI – MINACCE
 

“Ancora lettere intimidatorie, con tanto di proiettile, spedite a redazioni di giornali. Cinque in tutto negli ultimi due giorni, dirette ad altrettanti direttori di quotidiani: Paolo Mieli (Corriere della Sera), Ferruccio De Bortoli (Il Sole 24 Ore), Ezio Mauro (La Repubblica), Emanuele Giacoia (Quotidiano della Calabria) e Paolo Pollichieni (Calabria Ora). Le prime due sono state intercettate nella notte tra lunedì e martedì da un addetto del centro di smistamento di Peschiera Borromeo e consegnate alla polizia. Le altre sono state invece recapitate alle rispettive redazioni, quella romana per La Repubblica. L’ultima lettera contenente intimidazioni era stata recapitata appena lunedì alla sede de La Padania .

Le due buste inviate a Mieli e De Bortoli contenevano una pallottola calibro 7,65 e un messaggio riguardante la situazione della criminalità in provincia di Crotone, parole che la Questura ha subito definito «abbastanza farneticanti». Così per le lettere nel frattempo giunte alle redazioni de La Repubblica, del Quotidiano della Calabria e di Calabria Ora, ma con proiettili di calibri differenti. A firmare le missive «un gruppo di commercianti, imprenditori e artigiani della provincia di Crotone». Il contenuto è stato definito da Pollichieni come un testo che «trasuda volgarità e violenza e si pone come elogio di quel cancro, che è la ‘ndrangheta, che uccide il futuro della Calabria. Trentaquattro righe di delirio tendenti ad accreditare le cosche mafiose come elemento di stabilità e di sicurezza per gli imprenditori locali, nonché come “giustizieri” da attivare per vendicarsi di supposti torti subiti».

Le lettere rivolgevano le loro minacce a tre dirigenti di un’azienda crotonese, intimando loro di versare dei soldi, annunciando in caso contrario l’intervento violento della ‘ndrangheta. «Chi ha spedito tale lettera a Calabria Ora - ha affermato Pollichieni, che non ha voluto pubblicare la missiva - con la speranza di trovare in questo giornale una cassa di risonanza utile ai suoi progetti criminali, ha fatto male i suoi calcoli». (fonte: agendacomunicazione ) 

30 GENNAIO 2008
PARTINICO – SICILIA – GIUSEPPE MANIACI – TELEJATO – AGGRESSIONE  

“Giuseppe Maniaci, è il direttore di un’emittente locale, Telejato, a Partinico (circa 40 km a ovest di Palermo). La città è controllata dalla famiglia Vitale, un clan mafioso molto influente nella regione. “Mandiamo in onda numerosi servizi contro la mafia. Negli ultimi anni abbiamo avuto 40 pneumatici tagliati, auto danneggiate, abbiamo ricevuto lettere intimidatorie e telefonate minatorie”, racconta Giuseppe Maniaci. Ancora più grave, alla fine del mese di gennaio, il direttore di Telejato è stato aggredito da un giovane della famiglia Vitale, 16 anni, e da un suo compagno. ”Da anni ormai mandavamo in onda reportage sull’esistenza di costruzioni immobiliari illegali gestite ed occupate dalla mafia. Alla fine, le autorità locali hanno predisposto la distruzione di questi immobili. Poco tempo dopo, ho incrociato per caso a Partinico il figlio Vitale, Michele. Ha cercato di strozzarmi con la mia cravatta, poi ha bloccato la mia gamba con la porta della mia auto. Mi ha ripetutamente colpito, aiutato dal suo amico...” Da allora, Giuseppe Maniaci è sotto scorta. E, quando si reca nella vicina Corleone, deve avvertire la polizia locale che l’accompagna durante i suoi spostamenti nella città.Sua moglie, Patrizia, l’aiuta con il figlio Giovanni, 20 anni, e la figlia di 23, Letizia. La più piccola, Simona, ha solo 14 anni. “Ma sa già usare la telecamera”, spiega suo padre. “Dopo l’aggressione, abbiamo fatto una riunione di famiglia per decidere se dovevamo continuare il nostro lavoro o interromperlo. I miei figli mi hanno detto che potevo anche andare a riposarmi, si sarebbero occupati loro della televisione e avrebbero continuato loro con Telejato.”Giuseppe Maniaci non vuole cedere ai ricatti : “Certo, abbiamo paura. Chi ha detto che non abbiamo paura? Ma oggi sarebbe più pericoloso smettere di lavorare che continuare. Se smetto, sarei disarmato. E la mafia non dimentica.” (fonte: Isfreedom.org) 

14 MARZO 2008
NAPOLI – CAMPANIA – ROBERTO SAVIANO – L’ESPRESSO – MINACCE  

La camorra sferra un nuovo attacco diretto contro lo scrittore Roberto Saviano. Lo fa per vie giudiziarie. In sostanza l’avvocato di due boss del clan dei Casalesi chiede la remissione del processo perché gli articoli dell’autore di “Gomorra”, nonché quelli di una giornalista del “Mattino” , creano una situazione tale da condizionare il procedimento. I due boss che hanno chiesto il trasferimento del processo a Roma sono Francesco Bidognetti, detto Cicciotto di Mezzanotte, detenuto da alcuni anni, e il latitante Antonio Iovine. Le accuse sono rivolte anche dell’ex pm della Dda di Napoli Raffaele Cantone. Tutti e tre si sono occupati delle vicende della camorra casertana e nel recente passato sono stati destinatari di minacce di chiara matrice camorristica. La solidarietà a Saviano, alla giornalista e al magistrato da tutto il mondo politico, in particolare dal centrosinistra. Da Bertinotti a Iervolino a Veltroni, che dice: “Sapranno continuare nella loro opera di denuncia e lotta contro la camorra” E proprio oggi Roberto Saviano torna a far sentire la sua denuncia con un lungo articolo sul settimanale statunitense “Time”. Una analisi molto dura della campagna elettorale nella quale - scrive Saviano - si continua a ignorare che il problema principale del paese è il crimine organizzato o, per dirla meglio, l’economia prodotta dalle attività criminose. “Malgrado tutta la retorica della campagna elettorale sui cambiamenti e le riforme - scrive Saviano - nessuno vincerà le elezioni italiane il mese prossimo e, soprattutto, non le vinceranno i cittadini”. (fonte : La Repubblica) 

14 MARZO 2008
CASERTA - CAMPANIA – ROSARIA CAPACCHIONE – IL MATTINO – MINACCE  

“ Un documento letto in aula dagli avvocati dei boss Francesco Bidognetti e Antonio Iovine durante il processo “Spartacus” contro la camorra casertana, oltre che la richiesta dello spostamento del processo a Roma, ha contenuti minacciosi nei confronti della cronista de “Il Mattino” della redazione di Caserta Rosaria Capacchione, del pm Raffaele Cantone e dello scrittore Roberto Saviano. Dell’accaduto ne ha dato notizia lo stesso quotidiano napoletano. L’Unione nazionale cronisti e la sezione della Campania condannano in una nota “l’inquietante episodio” e “il pesante e intimidatorio attacco a una cronista che da anni segue le vicende della criminalità organizzata in Terra di Lavoro, al magistrato e allo scrittore”. Il sindaco di Napoli Rosa Russo Iervolino sottolinea che si tratta di un fatto “incivile e inaccettabile, tutta la società civile deve esprimere con chiarezza la sua condanna della camorra”. “Sono persone che hanno colpito nel segno e quindi la camorra reagisce”, aggiunge il cardinale arcivescovo di Napoli Crescenzio Sepe “. ( fonte :AGI ) “La giornalista casertana che segue la cronaca giudiziaria in Terra di Lavoro, e’ sotto scorta, sulla base di una decisione adottata, in via d’urgenza dal questore di Caserta, Carmelo Casabona, e, poi, dal comitato per l’ordine e la sicurezzapubblica. La pratica relativa alla protezione della giornalista sara’ ora al vaglio del competente organo del ministero. Secondo quanto si e’ appreso, oltre a disporre un servizio di vigilanza nelle adiacenze dell’abitazione della giornalista che da anni segue e denuncia le attivita’ criminali di Terra di Lavoro, e’ stato stabilito un pattugliamento attivo nella zona di via Roma e largo Amico, dove ha sede la redazione casertana de ‘Il Mattino’ “. ( fonte : ANSA) “ La Fnsi e l’Associazione Articolo 21 annunciano nuove iniziative per tenere alta ‘attenzione mediatica sulla criminalita’ organizzata e per esprimere in modo concreto e continuativo la solidarieta’ ai cronisti che rischiano la vita per raccontare queste vicende da vicino, con scrupolo, con continuita’ e con coraggio. Lo hanno detto il presidente della Fnsi Roberto Natale e il portavoce di Art.21, Giuseppe Giulietti che, insieme a una delegazione dell’Usigrai, hanno consegnato alla cronista del “Mattino di Caserta” Rosaria Capacchione il Premio Liberta’ di Articolo 21 “. (fonte : FNSI) 

15 MARZO 2008
CASERTA
– CAMPANIA – TINA PALOMBA DOMENICO PALMIERO  – CORRIERE DI CASERTA – MINACCE
 

“Tina Palomba, redattrice del Giornale di Caserta, è stata minacciata da un esponente della criminalità organizzata in una missiva acquisita agli atti giudiziari. Assostampa Campania e Ordine dei Giornalisti della Campania esprimono solidarietà alla collega Tina Palomba de Il Corriere di Caserta. Nell’ambito dei processi in corso contro la criminalità di Terra di Lavoro, a quest’ultima un esponente della criminalità organizzata, in una missiva acquisita agli atti giudiziari, ha rivolto pesanti accuse lesive della sua dignità professionale, addebitandole di scrivere articoli contenenti notizie non correttamente verificate. Ordine e Associazione sono al fianco di tutti i colleghi casertani quotidianamente impegnati sul difficile fronte dell’informazione giudiziaria, in questi giorni particolarmente sotto attacco. L’attacco alla libertà dei giornalisti casertani è l’attacco a tutta l’informazione libera e corretta del nostro Paese. Ordine a Associazione nel respingere qualsiasi tentativo di intimidazione e condizionamento della libertà dei giornalisti sono vicini alla collega Palomba, al direttore Mimmo Palmiero e a tutta la redazione de Il Corriere di Caserta. La questione Caserta, dopo i fatti degli ultimi giorni che hanno visto protagonista anche la collega de Il Mattino, Rosaria Capacchione, non può non essere affrontata a livello nazionale come già annunciato dalla FNSI su indicazione degli organismi di categoria della Campania. Ordine ed Assostampa, infine, chiedono alle competenti autorità di considerare la necessità di assicurare protezione ai colleghi più esposti e destinatari di minacce da parte della malavita “.  (fonte: Ordine dei Giornalisti e Assostampa Campania)  

14 MAGGIO 2008
CASERTA
– CAMPANIA – ROBERTO SAVIANO ROSARIA CAPACCHIONE – NUOVE MINACCE

“Una bara, la scritta “morte” e accanto il nome dello scrittore Roberto Saviano. A Casal di Principe - dove domenica prossima è atteso il capo della polizia Manganelli, per la festa del corpo - è comparsa su un muro una nuova scritta contro l’autore di “Gomorra”. Una frase ingiuriosa, su un altro muro della citta’ del Casertano, è invece stata scritta con riferimento alla giornalista del quotidiano Il Mattino Rosaria Capacchione, bersaglio - assieme a Saviano e al pm Cantone - delle minacce dei boss dei Casalesi lette in aula durante un’udienza del processo di appello “Spartacus”. Entrambe le scritte sono state cancellate, in un caso dal proprietario dell’edificio e nell’altro dai vigili urbani. Già nelle scorse settimane minacce nei confronti di Saviano erano state scritte da ignoti con la vernice spray su un edificio“. (fonte: Caserta c’è) 

21 MAGGIO 2008
NAPOLI CAMPANIA – ROBERTO SAVIANO – L’ESPRESSO – ISOLAMENTO 

“Voleva prendere in affitto una casa nel quartiere Vomero, a Napoli, Roberto Saviano ma i proprietari si sono opposti perche’ la presenza dello scrittore avrebbe comportato troppi rischi. Lo rivela  il quotidiano ‘Il Mattino’ che spiega che “per un mese lo scrittore Roberto Saviano ha cercato casa al Vomero, tramite un’agenzia immobiliare vincolata al piu’ assoluto riserbo”. ”Credeva di averla trovata -si legge sul quotidiano- in viale Raffaello, dopo essersi rivolto senza successo ad altri proprietari. Ma il quartiere che gode della reputazione di zona accogliente ha detto no allo scrittore con la scorta”.“ I vicini -continua ‘Il Mattino’- mi hanno detto che, se gli avessi affittato la casa, avremmo perso la pace’, dice in un’intervista la proprietaria dei bivani, una docente universitaria”. Già i condomini del palazzo di Roma dove Saviano si era trasferito dopo essere stato posto sotto scorta avevano chiesto al Prefetto di allontanarlo. Ora Saviano ha trovato finalmente un appartamento. (fonte: RAINEWS24)

            
GIORNALISTI UCCISI DALLA MAFIA
 

La libertà dell'informazione e soprattutto di quell'informazione impegnata a far crescere la cultura della legalità e che, anche negli ultimi tempi, è sottoposta agli ennesimi tentativi di controllo e censura, ripropone il dilemma del ruolo reale che il giornalismo può assurgere nella lotta per la verità. Ed il caso di ricordare la storia di coloro i quali credendo fermamente nel ruolo del giornalismo nella lotta alla criminalità, nella lotta alle mafie, hanno immolato la propria vita. Nove i giornalisti caduti sotto il piombo della mafia. Nove storie diverse ma accomunate da un comune tragico destino e dalla comune esigenza di verità.

Dal primo omicidio che risale al lontano 5 maggio 1960 di Cosimo Cristina, collaboratore con  "L'Ora"di Palermo all'omicidio di Beppe Alfano, corrispondente del quotidiano di Catania"La Sicilia" avvenuto l'8 maggio 1993. Il cadavere di Cosimo Cristina venne trovato in una galleria ferroviaria ed archiviato quale"suicidio". Solo dopo alcuni anni il vicequestore Angelo Mangano, divenuto in seguito famoso per l'arresto di Luciano Liggio, volle indagare richiedendo l'esumazione del cadavere per supportare la tesi che non fosse suicidio ma omicidio: Un mistero fra i tanti misteri non risolti della Madonne di Sicilia. Pochi giorni prima di morire Cristina pubblicò un articolo su un periodico autoprodotto"Prospettive Siciliane" nel quale ricostruì un delitto di mafia avvenuto a Termini Imerese.

Il 16 settembre 1970 viene prelevato sotto casa a Palermo Mauro De Mauro. Da allora scomparve nel nulla. Cronista di razza, per conto del quotidiano del pomeriggio, "L'Ora" di Palermo, venne eliminato molto probabilmente perché aveva scoperto la verità sulla morte di Enrico Mattei, il presidente dell'Eni schiantatosi nel 1962 con il suo aereo nelle campagne di Bescapè, con una dinamica dai mille misteri. Aveva appena pubblicato una interessante inchiesta sui rapporti fra mafia e gruppi eversivi. Di recente alcuni pentiti di 'ndrangheta affermarono che il corpo del giornalista era stato seppellito sull'Aspromonte, ma non è stato possibile a tanti anni di distanza, verificarne l'attendibilità.

Giovanni Spampinato, giornalista de "L'Ora" e "L'Unità" ad appena ventidue anni è stato ucciso il 27 ottobre 1972 mentre era impegnato a far conoscere  con le sue brillanti inchieste l'intreccio di affari, trame neofasciste e malavita nella città di Ragusa. Per il suo omicidio venne condannato Roberto Cambria , figlio di un alto magistrato, allora Presidente del Tribunale di Ragusa.

Il 9 maggio 1978, nello stesso giorno in cui venne ritrovato il cadavere di Aldo Moro, venne rinvenuto il corpo dilaniato da un esplosione di Peppino Impastato, che, pur non essendo iscritto all'albo dei giornalisti, iscrizione che gli venne tributata alla sua memoria, venne ucciso dalla mafia anche per la sua attività di denuncia condotta con "Radio Out".

Mario Francese, cronista giudiziario de "Il Giornale di Sicilia", venne freddato la sera del 26 gennaio 1979. Fu il primo giornalista a denunciare la pericolosità dei corleonesi di Totò Riina. Dopo ben 22 anni, nel 2001, sono stati condannati i componenti della cupola che decisero l'eliminazione dello scomodo giornalista. Riina, Madonna, Cagarella, Calò, Geraci, Farinella e Greco, l'intero vertice di Cosa Nostra.

Giuseppe Fava, giornalista, venne assassinato il 5 gennaio 1984 nei pressi del Teatro Bellini di Catania. Aveva fondato "I Siciliani", un giornale aggressivo che attaccò frontalmente i grandi gestori degli appalti di Catania, in odor di mafia.

Il 25 settembre 1985 viene eliminato dai sicari della Camorra, Giancarlo Siani a soli ventisei anni. Corrispondente de "Il Mattino" di Napoli aveva denunciato alcuni traffici di Torre Annunziata. Per la sua morte sono stati condannati quali mandanti i boss Valentino Gionta e Angelo Nuvoletta.

Il 26 settembre 1988 nelle campagne di Lenz, frazione di Valderice in provincia di Trapani, viene freddato Mauro Rostagno. Molte le ipotesi che hanno accompagnato i vari filoni di indagine anche per la complessa personalità di Rostagno, ma, alla fine si è indagato sulla responsabilità di personaggi di mafia come Vincenzo Virga e Mariano Agate, infastiditi per le denunce che Mauro Rostagno diffondeva con la conduzione di una trasmissione televisiva inonda su una emittente privata trapanese.

L'8 gennaio 1993 cadeva sull'altare della lotta contro i poteri mafiosi Beppe Alfano, corrispondente del quotidiano"La Sicilia" da Barcellona Porto di Gozzo, un popoloso comune del parco dei Nebrodi in provincia di Messina. Ebbe il coraggio di pubblicare i lati oscuri dei grandi appalti pubblici dell'asse Messina– Palermo.

Nove vite spezzate nel nome della verità.
Nove storie da non dimenticare. Contro chi vuole un giornalismo imbavagliato ed ossequioso al potere. 
Nove icone per un mondo migliore. Un mondo possibile. Contro l'oblio e l'indifferenza.
(Gianfranco Bonofiglio, Democrazialegalità)

 

 

 

 

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