USA: Quel "bisogno" di autocensura 

di Goffredo Buccini

1 ottobre 2001

Le persone non sono molto diverse dai pacchi, ormai, nell’America plasmata da Osama Bin Laden. La settimana scorsa un treno della linea 6 per Uptown s’è fermato a scaricare, tra cordoni di poliziotti, una scatola sospetta: un passeggero l’aveva dimenticata sotto il sedile, conteneva solo cianfrusaglie. E un autobus della linea espressa dal Bronx a Manhattan s’è fermato a scaricare una donna in chador, perché l’autista si rifiutava di ripartire con lei a bordo (ormai non succede solo sugli aerei).
In entrambi i casi i passeggeri hanno reagito nello stesso modo: con ansia rassegnata. L’idea di stare assistendo, nel caso della signora musulmana, a un episodio di «racial profiling», quella discriminazione razziale contro cui ancora si battono molti neri e molti paladini dei diritti civili, non ha sfiorato nessuno.
Sono scene d’ogni giorno, tanto che Michael Kinsley, sul Washington Post, s’è chiesto: «Quando è accettabile il racial profiling?». E s’è risposto che le sue stesse vittime, cioè gli arabi che provano a salire su un bus o un aereo, devono trovare nel risultato finale conforto all’oltraggio subìto: «Neppure loro vorranno essere dirottati o saltare in aria, no?». Bilanciare libertà e sicurezza «non sarà affatto facile», come ha detto Wolf Blitzer della Cnn al ministro John Ashcroft, che ha appena proposto una serie di misure molto pesanti, dall’ingerenza del governo nelle comunicazioni private all’uso massiccio della carcerazione senza ricorso ai magistrati. Il Los Angeles Times sostiene che si tratterà di una «gigantesca perdita di libertà senza risultati apprezzabili nella guerra al terrorismo».
Ma, sui bus come nelle riunioni alla Casa Bianca, il sentimento fondamentale è lo stesso, ed è quello che da giorni attanaglia pure la stampa, la critica, la satira e la commedia americana: l’emergenza giustifica tutto, o quasi tutto. Gli sketch più graffianti contro George Bush spariscono dalle strisce dei fumetti.
Persino Barbara Streisand ha messo la sordina, sul suo sito web, alle diatribe con il presidente cowboy. Show al vetriolo come quelli di David Letterman sembrano ridotti a tavole rotonde. Infine qualcuno decide di alzare la voce, e sembra perfino strano ascoltarlo. Maureen Dowd, polemista del New York Times, ammonisce: «Proprio ora che siamo dei bersagli, non dobbiamo sopprimere la cosa più importante che rende i nostri sporchi nemici, al tempo stesso, furiosi contro di noi e invidiosi di noi: il nostro testardo e violento scontro di idee. Dobbiamo temere un clima in cui il lavoro di editorialista o di comico possano essere messi in pericolo».
Maureen ce l’ha con il primo caso di censura (finora erano stati innumerevoli quelli di autocensura) di questa nuova stagione che forse ha solo nel maccartismo un precedente storico proponibile. Prima vittima, Bill Maher, animatore di un talk show («Politically incorrect») sul network della Abc, colpevole di aver sostenuto che non è «codardo» chi si butta con un aereo contro un grattacielo ma chi sgancia un missile Cruise da duemila metri. Parole infelici e forse anche odiose mentre i muri di New York sono ancora tappezzati da foto dei bambini che chiedono «where is daddy? Dov’è papà?» e migliaia di corpi resteranno per sempre mischiati alle macerie di «ground zero». Ma parole, appunto: pronunciate nel Paese della libertà. Come primo risultato, gli sponsor hanno ritirato i contratti pubblicitari e i ripetitori locali hanno oscurato la trasmissione. Ari Fleischer, portavoce di Bush, commentando il caso, ha avvisato «tutti gli americani: attenti a quello che dite e a quello che fate, non è il momento per sortite del genere».
Il bavaglio va stringendosi e, a tre settimane dai massacri dell’11 settembre, l’America si scopre molto diversa da come credeva di essere.
Non è solo Ashcroft, non solo Fleisher. Non è solo la proposta di un documento d’identificazione, nazionale e obbligatorio, in un Paese in cui pochi portavano in tasca la carta d’identità: «Sarà come schedare con un codice a barre tutti i cittadini» sussurrano al Privacy Council, la principale compagnia americana di protezione dei dati. Non è solo questo. E’ anche, soprattutto, la spinta volontaria all’omologazione. Così, se Al Gore fa in fondo il suo mestiere dichiarando alla folla democratica di Des Moines «Bush è il mio comandante in capo», la stampa sembra stremata e vacillante quando si interroga con angoscia su quali notizie dare e quanta paura sia lecito disseminare tra i lettori: «Vi ho spaventato? O vi ho informato? L’incertezza farà parte delle vostre vite e delle nostre» scrive un accorato Steven Luxenberg sull’inserto del Washington Post. E se gli insulti tra pacifisti arrabbiati e patriottici passanti riecheggiano toni e voci degli anni Sessanta mentre davanti al Congresso brucia una bandiera a stelle e strisce, drammaticamente nuova è la vergogna provata dai newyorkesi per il loro stesso senso dell’umorismo un po’ cinico.
Ma più si stringe il bavaglio, più New York ha voglia di tornare com’era. Da giorni circola una battuta, ora perfino sui quotidiani, a proposito dell’ultimo caffè di Starbucks: Osama Bin Latte. La città non lo dice ancora ad alta voce, ma sa che la libertà finisce spesso per coincidere con una risata: non a caso il principe nero del terrore voleva strappargliele entrambe.

Fonte: Il Corriere della Sera