I tg frenano: "Non censuriamo"

I direttori italiani promettono cautela, ma non rinunciano alla rete araba

Solo Emilio Fede (Tg4) è pronto a congelare i futuri proclami che Bin Laden dovesse affidare ad al Jazeera, la Cnn araba: «Il terrorista usa la tv araba, e noi che la traduciamo, per la sua propaganda. Per questo non l'ho mai trasmesso in forma integrale».
Gli altri direttori italiani ci vanno con i piedi di piombo. Ecco Antonio Di Bella, del Tg3: «Sulla guerra, l'emittente araba è l'unica fonte che bilancia l'americana Cnn e non si può spegnere. Io sono dell'idea, quindi, di trasmettere i nuovi proclami, usando una sola cautela: inserire questi documenti in un contesto credibile». Enrico Mentana (Tg5) rispetta la decisione della Cnn: «Noi siamo qui, lontani dalla guerra. Gli americani, invece, hanno i soldati al fronte e 6000 morti da piangere tra New York e Washington. Ciò premesso, dubito che i terroristi arabi abbiano bisogno della traduzione mia o di Santoro per ricevere le istruzioni di Bin Laden. Anch'io, quindi, manderò in onda ogni notizia. Potrei fermare qualche servizio, un domani, solo se un'autorità nazionale mi dimostrasse che l'Italia è di fronte a una gravissima emergenza». Dal Tg2, Clemente Mimun non condivide il paragone con la stagione della Br, che «sottoposero i giornali italiani a un odioso ricatto: pubblicate i nostri comunicati o uccideremo. Era giusto tacere, allora. Oggi le circostanze sono diverse. La mia idea è di dare tutte le notizie, magari in sintesi. Domenica abbiamo trasmesso l'integrale di Bin Laden, perché era un documento storico. Non siamo obbligati a farlo tutti i giorni. Tra l'altro, la trasmissione continua, magari enfatica delle notizie di guerra sta creando negli italiani un'ansia eccessiva. Sarebbe ora di bilanciare con altri temi».



 


USA: minacce e censure
(da La repubblica)
di Vittorio Zucconi

11 ottobre 2001

Nella quarta mattina di guerra, terribile eppure scontato si rialza il dilemma storico tra libertà di informazione e censura di guerra, il dilemma che noi Italiani vivemmo nelle giornate degli anni di piombo.
Condoleezza Rice, la principale assistente del presidente Bush alla Casa Bianca, ieri ha alzato il telefono e ha chiamato i Presidenti di tutti i maggiori network radio e TV americani, Cnn, Cbs, Nbc, Abc, Fox per chiedere il "blackout", l'oscuramento radiotelevisivo sui comunicati e le video cassette dei terroristi. E per convincerli Washington ha citato ragioni di sicurezza.
La Casa Bianca vede il rischio che in quei messaggi, che a noi sembrano deliri di barboni dementi, ci siano invece messaggi precisi segreti, segnali di azione in codice dati alle cellule del terrore sparse in America e nel mondo. E che le reti TV, i media occidentali, noi nelle nostre società di libera informazione, servano da complici involontari, da megafono per i capi di Al Qaeda intrappolati tra le rocce dell'Afghanistan.
La risposta dei grandi media americani è disciplinata ma tormentata, come non può non essere. Cnn risponde subito «obbedisco», perché la sua copertura globale del mondo la fa sentire specialmente responsabile e perché è la sola a poter trasmettere integralmente le video cassette, nei suoi canali di notizie non stop, 24 ore su 24. Le altre recalcitrano, obbiettano, tergiversano. I loro rappresentanti alla Casa Bianca protestano, rammentano che la Costituzione americana garantisce la libertà di informazione, che quei volti e quelle voci visti e ascoltati nei giorni dopo il primo assalto aereo americano sono l'unico canale di comprensione e di comunicazione con un nemico che rischia di apparire ancora più spaventoso se rimane invisibile. E questo «blackout» per motivi di sicurezza nazionale chiesto alla stampa americana è niente altro che «censura militare».
La Casa Bianca si difende, precisa, nega. «Il nostro non è un ordine, è un appello, un richiamo al senso di responsabilità di voi che lavorate nel mondo dell'informazione» risponde la voce di Bush, Ari Fleischer. Ma siete certi, incalzano questi giornalisti ferocemente e giustamente gelosi delle loro prerogative, che in quelle cassette ci siano davvero segnali in codice? «No, non siamo sicuri - risponde la dottoressa Rice - ma non vi basta il dubbio che ci possano essere?». E comunque, quelle cassette sono «spazzatura», farneticazioni filmate e registrate chissà quando, senza indicazioni di tempo o di luogo. Potrebbero essere state registrate un mese fa o ieri sera, ovunque e, anche se non contengono messaggi in codice per nuovi attentati, il messaggio esplicito di guerra, di suicidio, di violenza contro l'America e l'Occidente è già un proclama di attacco. «E' propaganda incendiaria» dice la Rice e nessun genitore responsabile apre la propria casa a uno sconosciuto che vuole entrare con una torcia accesa.
La tecnica dei segnali in codice «embedded», come dicono gli specialisti dell'intelligence, incastonati tra frasi innocenti è antica e ben collaudata. La usarono i nazisti, nella trasmissioni in inglese di Lord Haw Haw ai fronti europei, i giapponesi con la loro Tokyo Rose, la dolce voce di donna che inviava messaggi segreti tra gli annunci di canzoni e le informazioni meteo, Radio Londra negli anni della guerra e la impiegarono gli stessi prigionieri americani in Vietnam, che inserivano nelle loro dichiarazioni filmate ed estorte con le botte, parole «chiave», ammiccamenti, smorfie concordate con le famiglie e i superiori prima della cattura, per avvertire che quelle erano parole pronunciate sotto la tortura. Ma più che l'intelligence, l'America è preoccupata dalla propaganda, dal successo «mediatico» che questi volti di apostoli psicotici come Osama o di fanatici bercianti come il suo «portavoce» Al Zawahiri stanno ottenendo. La involontaria, ma oggettiva equiparazione tra il volto di Bush e quello di Osama, in una sorta di «par condicio» globale non è tollerabile, per Washington. «Non potete dare a un pazzo sanguinario che vuole soltanto uccidere innocenti americani lo stesso spazio e tempo e importanza che date al presidente degli Stati Uniti» diceva la Rice ai capi dei media Usa.
Ma se il dilemma tra pubblicare e tacere è classico e mai del tutto risolto, già vissuto mille volte nei momenti di guerra e di ricatto terroristi, questa «nuova guerra» pone problemi del tutto nuovi. La Casa Bianca e Bush non possono controllare e censurare tutto il mondo. Hanno già ottenuto e imposto molto silenzio, a un'America abituata a vedere e sapere. Non ci sono informazioni serie e concrete, sui piani strategici, sulle azioni in corso, perché tutto è velato dalla necessità della sicurezza contro un nemico già in casa. I grandi organi d'informazione sapevano da venerdì scorso che il primo attacco sarebbe venuto domenica sera, ma hanno accettato di tacere, nell'interesse nazionale, come il New York Times tacque la notizia della Baia dei Porci, rimpiangendo poi il silenzio. Deputati e senatori, informati dalla Cia sull'andamento delle operazioni militari, che si erano lasciati sfuggire indiscrezioni sono stati severamente richiamati all'ordine da Bush, zittendoli. Soltanto il presidente e il vice presidente delle commissioni parlamentari interessate direttamente saranno tenuti al corrente e dunque sarà facile controllare le «fughe» di notizie.
Ma i network radio tv e i giornali Usa non sono i canali esclusivi di comunicazione per i bollettini e i proclami di Al Qaeda. Le cassette arrivano attraverso la rete satellitare araba del Qatar, l'ormai celebre Al Jazeera, con la quale Cnn aveva un contratto di esclusiva. «Chiederete anche all'emiro del Qatar di ordinare il blackout ad Al Jazeera?» ha chiesto sarcastico un dirigente della Cbs. «Impedirete anche alle reti Tv europee, la Bbc, la Tv francese e tedesca, la Rai, che sono tutte visibili negli Stati Uniti attraverso i satelliti di mandare in onda le cassette di Al Qaeda?», «Ciascuno si comporterà come vuole - ha risposto seccata la Rice - noi abbiamo il dovere di chiedere ai media americani di non trasformarsi nel megafono del terrorismo». Nessun giornalista vuole correre il rischio di essere accusato di complicità con i massacratori delle Torri. Ma in una guerra che può durare anni, come ha avvertito Bush, il sacrificio della libertà in cambio della sicurezza è un ricatto costituzionale che l'America non può accettare per sempre
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Fonte: La Repubblica