Approfondimenti
La pressione
dell'amministrazione americana sui media, sui
politici e sull'opinione pubblica è ormai
fortissima e sempre più esplicita: il che rende
davvero difficile decifrare le notizie immesse
nei circuiti informativi e separare la realtà
dalla propaganda, sia per quanto riguarda le
operazioni militari vere e proprie sia per quanto
riguarda il delicatissimo "fronte
interno" degli Stati uniti, dove per certi
versi si sta giocando la partita più importante
e dove l'allarme-bioterrorismo sta crescendo di
ora in ora. Sul fronte militare, ha destato un
grande sconcerto la franca ammissione del
Pentagono che un certo numero di giornali e
televisioni, americane e inglesi, sono state
informate con 48 ore di anticipo dell'inizio dei
bombardamenti sull'Afghanistan, e i loro
corrispondenti sono stati invitati sulle
portaerei in azione nel Golfo Arabico a patto di
mantenere rigorosamente il segreto - il che è
puntualmente avvenuto. Non è tanto la selezione
delle testate favorite (le maggiori tv, un paio
di agenzie di notizie e un pugno di quotidiani,
dal New York Times al Baltimore Sun,
dal Wall Street Journal al Times)
che ha suscitato scandalo, quanto il patto del
silenzio e il suo rigoroso rispetto: un episodio
che incrina in modo serio l'indipendenza delle
testate e configura un nuovo e pericoloso
rapporto di fiducia con il governo
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Se
la stampa è arruolata
di
Curzio Maltese
13
ottobre 2001
Come in ogni
guerra si pone il problema della censura. Non c'è una
volta che i militari non l'abbiano chiesta, sempre con un
motivo diverso, ma finora non l'avevano ottenuta. Nelle
democrazie non si è mai accettata l'idea che i militari
debbano decidere che cosa i cittadini possono o non
possono sapere e vedere. «Taci, il nemico ti ascolta»
è un manifesto fascista. Prima della seconda guerra
mondiale i regimi totalitari censuravano le informazioni
dall'estero, mentre i discorsi di Hitler e Mussolini
circolavano nei cinegiornali inglesi e americani, senza
per questo fare proseliti, anzi. Perché allora temere
gli appelli deliranti di Bin Laden? Ma ciò che sembra
ovvio, smette di esserlo nell'emergenza. Il clima emotivo
della guerra azzera la memoria, ogni guerra è «una
nuova guerra», anche se ripropone vecchi schemi di
propaganda. Senza contare che, con il tempo e le
sconfitte, l'apparato di propaganda militare si è molto
raffinato.
Ai tempi del Vietnam l'esercito americano pretendeva
d'imporre la censura con toni da caccia alle streghe,
accusando stampa e televisioni di «aiutare il
comunismo», e fu un disastro. Con quella lezione alle
spalle, la guerra del Golfo fu preparata dal Pentagono
con i guanti di velluto, senza perdere l'obiettivo di far
sapere il meno possibile sulle azioni militari. Ma quando
la Cnn cominciò a trasmettere le celebri corrispondenze
di Peter Arnett da Baghdad, i vertici militari
accantonarono i corsi di pubbliche relazioni e si
scatenarono nella richiesta di oscuramento e nelle accuse
di fare da megafono a Saddam.
Oggi la censura sull'informazione non si affida più ad
argomenti militareschi o ideologici ma al ricatto morale
e ai sondaggi. E' una censura «umanitaria», che gronda
buone intenzioni e si appella alla coscienza dei singoli
giornalisti. E' anche popolare, gradita alla gente e
perfino a Dan Rather. Infine è, come ormai tutto, una
censura «globalizzata». Stavolta infatti gli americani
non chiedono soltanto alle proprie tv e ai propri
giornali di non trasmettere informazioni «dannose», ma
si fa strada l'ipotesi di ottenere, con le buone o con le
cattive, l'oscuramento di Al Jazeera, la tv satellitare
del Qatar che si è guadagnata la fama di «Cnn araba».
E' paradossale che, nel momento in cui il fondamentalismo
islamico sfida la cultura occidentale in nome di un
medioevo sanguinario, gli occidentali pensino di reagire
chiudendo una delle realtà più moderne e democratiche
del mondo arabo. Al Jazeera ha trasmesso il messaggio di
Bin Laden ma è la negazione del fanatismo integralista.
E' la più «occidentale» delle tv arabe, la più aperta
e libera, non è un bollettino governativo o religioso ma
un notiziario di qualità, frutto del lavoro di
giornalisti (e giornaliste) di formazione europea,
cresciuti alla scuola della Bbc. E' un ottimo, raro
strumento per la diffusione nell'Islam dei famosi valori
di libertà e di democrazia, come ha capito Tony Blair,
che invece di chiederne la chiusura, è andato negli
studi di Al Jazeera a farsi intervistare.
Una politica estera che per anni finanzia Saddam, i
talebani e Bin Laden, e poi interviene per oscurare Al
Jazeera, non lancia buoni messaggi al mondo islamico. Gli
americani già sanno poco della loro politica estera e
infatti sono sorpresi dall'odio di tanti popoli. Ora i
militari chiedono addirittura il black out, i pieni
poteri anche civili. Sembra un film già visto, e lo è.
Si chiama «Attacco al Potere», è uscito un paio d'anni
fa ed era talmente profetico che gli sceneggiatori la
settimana scorsa sono stati convocati a Washington ai
vertici anti terrorismo. Avevano previsto tutto, gli
attentati a New York e la caccia a Bin Laden, le figure
dei kamikaze laureati, il crollo delle Borse e il
«confronto di civiltà». Avevano previsto anche che i
«falchi» del Pentagono ottenessero la sospensione dei
diritti civili e il controllo sull'informazione per
«tutelare la sicurezza dei cittadini». A questo punto
scattavano il sospetto e la rivolta dell'eroe buono («Ma
rinunciare alle nostre libertà significa far vincere i
fanatici, la barbarie!») che nel finale naturalmente
avrebbe trionfato. Il bene e la democrazia trionfano
sempre, a Hollywood.
Il «patriottismo dei giornalisti», come ha scritto il
Washington Post, consiste nel difendere la loro
professione e il principio della libertà di stampa, un
autentico valore dell'Occidente: «questa è l'America».
In democrazia ciascuno fa il proprio mestiere, i militari
fanno la guerra e i giornalisti informano. Quando i
militari dirigono l'informazione e i giornalisti
s'infilano la mimetica e scattano sull'attenti, si chiama
in un altro modo.
Fonte:
La Repubblica
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