Il patriottismo del giornalista
di Piero Ostellino

12 ottobre 2001

«Noi confidiamo che l' Amministrazione non creda che, con la sua velenosa propaganda, Bin Laden possa portare gli americani dalla sua parte». Il New York Times è ricorso all' arma dell' ironia per commentare la «raccomandazione» della Casa Bianca ai cinque maggiori network di non trasmettere gli appelli dei terroristi alla «guerra santa» e le minacce agli Stati Uniti. Il Washington Post, a sua volta, scrive che «non c' è contraddizione fra il patriottismo di un giornalista e la sua professionalità. I giornalisti manifestano il più grande patriottismo e operano al più alto livello di professionalità quando sottopongono tutti gli atti e i pronunciamenti del governo a una onesta e veritiera indagine e riferiscono poi i risultati con correttezza.
Questo è il loro lavoro, sia in pace sia in guerra». In realtà, il New York Times rivela che i direttori dei maggiori quotidiani americani già ora sono attenti a non compromettere la salvezza delle truppe sul campo e la sicurezza dei metodi di spionaggio con «una mancanza di attenzione nel rendere pubbliche certe informazioni classificate».
Non c' è bisogno - rincara Marvin Kalb sul Washington Post - che ci chiediate «da che parte state», come, nel febbraio del 1968, fece l'allora segretario di Stato, Dean Rusk, che aveva replicato con inusitata irritazione a un giornalista che si informava sull' offensiva vietcong del Tet. Oggi, aggiunge il columnist, tutti gli americani, compresi i giornalisti, sono dalla parte della Casa Bianca, cioè dell'interesse nazionale. Come sempre accade nelle culture pragmatiche, il giornalismo americano si sta intelligentemente ispirando a due teorie solo appa rentemente contrapposte: quella della libertà di stampa e quella della responsabilità sociale.
La teoria della libertà di stampa, equiparabile alla weberiana «etica dei princìpi», è sostanzialmente indifferente alle conseguenze che possono derivare d alla pura e semplice applicazione del Primo Emendamento della Costituzione secondo il quale «il Congresso non potrà fare alcuna legge... per limitare la libertà di parola o di stampa». Essa considera, cioè, la libertà di stampa «un diritto assoluto d el cittadino americano». La teoria della responsabilità sociale nasce anch' essa negli Stati Uniti, dai lavori della Commission on Freedom of the Press. Essa, equiparabile alla weberiana «etica della responsabilità», si preoccupa, invece, delle conse guenze della libera informazione e tende a conciliare l' indipendenza della stampa con gli obblighi nei confronti della società. La libertà di stampa, per la teoria della responsabilità, rimane un diritto del cittadino americano che nessuno mette in discussione, ma che comporta anche dei doveri verso il Paese. Anche in questa circostanza, l' esperienza americana sembra dunque dimostrare che l'esercizio delle libertà e la consapevolezza dei loro limiti sono, in una democrazia liberale matura, non solo una questione di diritti e di doveri codificati, ma anche e soprattutto «una questione etica».
E' dalla coscienza individuale e collettiva, sia dei propri diritti sia dei propri doveri, sia del proprio ruolo sia delle proprie responsabilità, c he la stampa americana trae ora ispirazione per essere al tempo stesso, come scrive appunto il Washington Post, altamente professionale e responsabilmente patriottica. Il direttore della Voice of America che trasmette in lingua araba, al quale qualche uomo politico raccomandava recentemente maggiore ossequio alle direttive pubbliche dalle quali essa formalmente dipende, aveva risposto che il suo dovere non è di dare solo le informazioni che piacciono alla Casa Bianca, ma anche quelle che ritiene giusto dare.
Può sembrare un paradosso. Invece, è l' America. «E' la stampa, bellezza», come avrebbe detto Humphrey Bogart.

Fonte: Il Corriere della Sera