Approfondimenti
Sui
video di Osama la Bbc «disubbidisce» a Tony
Blair
15.10.2001
«Caro Blair, decidiamo noi se mandare in onda i
video di Osama»: questa, in sintesi, è la
risposta di tre reti televisive britanniche ( Bbc,
Itn e Sky News ) al governo che chiedeva di
«oscurare» le comunicazioni del gruppo che fa
capo a Osama Bin Laden. Dopo lincontro con
Alastair Campbell, responsabile della
comunicazione nel governo Blair, i direttori
delle principali tv del Regno Unito hanno
precisato che comunque valuteranno attentamente
il materiale in loro possesso prima di
trasmetterlo. La richiesta di Tony Blair era
motivata dal fatto che i proclami di Al Qaeda
potrebbero contenere messaggi in codice per
terroristi «dormienti». Il capo della Bbc
News , Richard Sambrook, ha replicato che la
gente ha il diritto di vedere e sentire l'uomo
che è ora al centro di questa crisi mondiale. La
polemica tra governo e mass media si era
infiammata nel week-end, dopo larticolo del
The Mail on Sunday secondo il quale il
premier Tony Blair (nella foto) ha accusato la Bbc
di fare il gioco della propaganda di Bin
Laden rifiutando di «tagliare» i suoi proclami.
Chiamati «a rapporto» dal governo, i
responsabili delle reti tv non hanno fatto marcia
indietro, anche se hanno riconosciuto di «essere
coscienti delle questioni della sicurezza».
La Bbc rifiuta comunque «la linea Cnn »:
la tv di Atlanta aveva accettato (su pressioni
della Casa Bianca) di «filtrare» le
videocassette di Osama mandate in onda dalla rete
Al Jazira . E proprio la rete satellitare
del Qatar è al centro della doppia strategia
comunicativa adottata dagli Stati Uniti. Da una
parte viene aspramente criticata per ospitare «i
terroristi», dallaltra viene usata nella
«guerra di propaganda». Ieri Condoleezza Rice,
il consigliere per la Sicurezza nazionale di
Bush, ha rilasciato unintervista alla tv
satellitare. Il portavoce della Casa Bianca, Ari
Fleisher, ha detto che «il presidente ritiene
costruttivo comunicare con la gente dei Paesi
arabi». Lo stesso Bush sta meditando di
rilasciare unintervista ad Al Jazira (la
Penisola) che ha 35 milioni di spettatori.
Fonte: Il
Corriere della Sera
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"Così
vi racconto la guerra vista dall'inferno afgano"
di Magdi Allam
16 ottobre 2001
DOHA - Dopo
una settimana di bombe che l'hanno tenuto incollato
davanti alla telecamera pressoché ininterrottamente
giorno e notte, Taysir Allouni ha la faccia gonfia, la
barba incolta, gli occhi rossi, le occhiaie profonde, le
palpebre che stentano a resistere alla luce implacabile
dei faretti. Il giornalista più seguito della Terra,
l'unico corrispondente a Kabul, l'artefice degli scoop
che hanno reso Al Jazeera la televisione più prestigiosa
del mondo, denuncia in queste ore il limite umano di
sopportazione di un lavoro veramente eccezionale. Allouni
è stremato soprattutto perché opera in condizioni
psicologiche traumatiche, vive con l'incubo della morte
che l'accompagna come un'ombra. Non solo la morte degli
altri che cadono sotto le bombe e che lui come un notaio
funebre è chiamato a registrare e a diffondere ovunque
nel mondo.
Ma anche la propria morte che sente come una spada di
Damocle pronta a colpirlo in qualsiasi momento. Al
collega che domenica mattino dallo studio nella sede
centrale di Al Jazeera qui a Doha gli ha chiesto che cosa
volesse dire sulla sua esperienza personale a Kabul,
Allouni ha risposto con uno sfogo sincero e intenso, con
l'irruenza del fiume in piena liberato dai propri argini:
«Al di là della mia esperienza di giornalista e di
esperto di questioni afgane, come persona umana mi sento
profondamente colpito da quanto sta avvenendo in questi
giorni qui in Afghanistan.
Tutti voi avrete avvertito nelle mie corrispondenze un
sentimento di simpatia per questi bambini, per questi
giovani, per questo popolo. Ebbene vivere qui insieme a
loro è terribile.
Qui la gente muore veramente di fame e di malattia. Non
c'è da mangiare. Negli ospedali manca tutto, si muore
per un'infezione e anche per meno. Purtroppo le
organizzazioni umanitarie non riescono a colmare il
divario tra la miseria assoluta e il livello minimo di
sussistenza».
Subito dopo Allouni ha confessato la paura di essere
ucciso da un momento all'altro facendo una premessa
storica: «L'Afghanistan da lunghi anni è diviso su basi
etniche. I pashtun, che rappresentano tra il 60 e il 65
per cento della popolazione, sono tradizionalmente in
lotta con i tagiki, gli uzbeki e i hazara. Ebbene la
guerra in corso ha accentuato questo conflitto».
Ed ecco si concretizza la minaccia alla sua vita: «I
tagiki accusano gli arabi di essere i responsabili di
tutti i loro problemi. Dopo la morte del loro leader
Ahmed Shah Massoud (il celebre comandante militare è
stato ucciso il 9 settembre scorso in un attentato
suicida da parte di un finto giornalista che era
imbottito di esplosivo e la cui responsabilità viene
imputata a Osama Bin Laden, ndr), i tagiki hanno
sviluppato un odio violento nei confronti degli arabi. E
io sono un arabo. Quest'ostilità non è però condivisa
dai pashtun che sono solidali con gli arabi».
Allouni non dice però tutta la verità. E cioè che non
si fida neppure dei Taliban pur essendo dei pashtun. Da
quando il corrispondente di Al Jazeera a Khandahar,
Mohammad Kheir Bourini, è stato aggredito da una folla
inferocita per il solo fatto che è arabo, Allouni non
dorme più sonni tranquilli. Bourini ha abbandonato in
fretta e furia Khandahar e si è trasferito a Peshawar
alla frontiera con il Pakistan. Ben più sfortunato è
stato il suo operatore che, dopo essere stato pestato
dalla folla, è ora ricoverato in un ospedale di Doha.
Ebbene se i Taliban non sono riusciti a proteggere un
giornalista arabo a Khandahar, pur essendo il quartier
generale del loro leader supremo, il mullah Mohammad
Omar, e di Osama Bin Laden, oltre ad essere una città
con una netta maggioranza di pashtun, è ragionevole
ipotizzare che potrebbe andare peggio a Kabul dove
risiedono etnie diverse con una apprezzabile presenza di
tagiki. Che Allouni non si fidi tanto dei Taliban lo si
rileva dalla preoccupazione che traspare ripetutamente
nelle sue corrispondenze notturne da Kabul durante i
bombardamenti: «Temo che saremo costretti a spegnere le
luci dei faretti», ha detto angosciato in più
occasioni, «la contraerea dei Taliban potrebbe colpirci
per errore confondendo le nostre luci con un bersaglio
nemico». In un'occasione il conduttore dallo studio a
Doha, il tunisino Mhamed Krichene, l'ha così
tranquillizzato: «Decidete voi liberamente sul da farsi,
certamente nessuno vi domanda di sacrificare la vostra
vita per un servizio giornalistico».
Alla fine si è trovato un compromesso. I primi piani con
il volto illuminato di Allouni vengono fatti in un
ambiente chiuso, verosimilmente una tenda da campo,
mentre l'obiettivo della telecamera viene spostato
all'esterno, completamente al buio, durante i
bombardamenti per registrare le esplosioni a terra e la
scia luminosa tracciata dalla contraerea. Resta tuttavia
intatta la paura di Allouni. Tanta paura. Paura di morire
e paura per la sorte dei suoi cari, la moglie spagnola e
i figli che vivono in Spagna. Anche lui, di origine
palestinese, ha la cittadinanza spagnola.
E' istintivamente schivo, disdegna la popolarità, è
allergico ai giornalisti, ha rifiutato decine di
richieste di interviste. Preferirebbe che non si parlasse
di lui, probabilmente teme che la celebrità risulti
controproducente, che finisca per essere più facilmente
identificato dai nemici degli arabi come un bersaglio da
eliminare. E teme che la celebrità possa in qualche modo
esporre la sua famiglia alla reazione di qualche
fanatico.
Allouni è a tal punto riservato che negli uffici
amministrativi di Al Jazeera non hanno un suo curriculum
vitae. «Per la verità noi qui non lo conosciamo»,
spiega Abdallah al Taher, l'assistente del direttore
generale, «Allouni è stato assunto circa due anni fa
direttamente a Kabul. Ma noi qui a Doha non l'abbiamo mai
visto. I suoi colleghi non sanno nulla di lui. E' inutile
chiedere a loro informazioni sul suo conto. Parlare con
lui è impossibile, non vuole parlare con i giornalisti.
Anche per noi Allouni è un volto sullo schermo». Un
volto che, volente o nolente, è già entrato nella
Storia di questa prima guerra del nuovo millenio.
Fonte:
La Repubblica
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