Video
clip e realtà di guerra
23
ottobre 2001
Il segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld, ieri
ha tradito un certo nervosismo quando ha detto
che chi al Pentagono ha rivelato alla stampa che
le azioni delle forze speciali erano cominciate
«ha commesso una violazione delle leggi
criminali federali e un atto di irresponsabilità
nei confronti delle persone coinvolte nelloffensiva
di terra». Lequazione è la solita:
perdite umane più informazione uguale
indebolimento del fronte interno. Il complesso
del Vietnam, dunque, non è stato vinto. Se ne è
accorto il New York Times che ieri
ammoniva i suoi lettori: «Lera recente
delle operazioni militari con perdite americane
quasi inesistenti è finita venerdì quando in
Afghanistan sono cominciate le operazioni di
terra. LAmerica si deve preparare
emotivamente e politicamente a quel tipo di
combattimento ravvicinato che non ha provato fin
dal Vietnam».
Al Pentagono non sono entusiasti di infilarsi in
Afghanistan per giocare a guardie e ladri con
terroristi e guerriglieri invasati. Qualcuno tra
i militari ha suggerito che forse sarebbe stato
meglio usare la Cia. Ma la guerra la fanno
soprattutto i soldati. Anche se la si chiama
«nuova guerra».
Il Pentagono si è impegnato in una campagna
mediatica per gestire le notizie dai campi di
battaglia. Si spiega così il video clip trasmesso
sabato, quelle immagini di paracadutisti
circondati da una luce verdognola che si
lanciavano allassalto in Afghanistan.
(Fonte: Il Corriere
della Sera)
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"L'informazione?
E' in autocensura"
di Patricia Lombroso 23 ottobre 2001
"Il ruolo dei media
americani dopo l'attacco spettacolare dell'11 settembre
è stato quello di aderire totalmente alla censura per
l'informazione imposta dal governo americano. Una
partecipazione all'autocensura come nemmeno durante la
guerra del Golfo, nel 1991. Quando poi è subentrata la
psicosi del bioterrorismo per il carbonchio (Antrax)
diretto ai protagonisti dell'informazione televisiva, la
guerra in Afghanistan è stata oscurata totalmente da un
bombardamento propagandistico nei confronti dei
"terroristi" di Osama Bin Laden. E negli ultimi
giorni si è riaffacciata di nuovo la "minaccia
dell'Iraq", da colpire dopo l'Afghanistan. Sono
queste le prime considerazioni di Steve Rendall,
direttore di Fair, l'organizzazione indipendente
americana per garantire un'analisi e critica del ruolo
imparziale dei media americani. Mentre intervistiano
Rendall, scorrono in tv le immagini del giornalista
Pulitzer Prize, Dan Rather della Cbs, il cui
ufficio è stato contagiato dall'antrace, in Afghanistan,
nel 1980. Un falso mediatico: "Dan Rather non è mai
stato in Afghanistan. Le immagini fra le montagne sono
state effettuate da un operatore tv inviato sul posto. E
pensare che questo fotomontaggio effettuato in studio ha
trasformato queste corrispondenze "eroiche al
fronte" con i mujaheddin in un premio prestigioso
come il Pulitzer Prize - esclama ironicamente Rendall -
Ora quelle stesse immagini in bianco e nero vengono
riutilizzate dalla Cnn, in esclusiva".
La guerra Usa in
Afghanistan, ai telespettatori americani appare
lontanissima. Perché?
Grazie alla propaganda, nei media americani
l'informazione è oscurata. Non si vedono civili morti,
né feriti, né l'immane tragedia dei rifugiati afgani, a
differenza di quanto avvenne durante la guerra Nato in
Kosovo. Né vengono fornite al pubblico le informazioni
sul contesto storico della guerra in Afghanistan.
Dobbiamo chiederci cosa hanno fatto sino ad oggi i media
americani per informare il cittadino di Peoria o di una
cittadina americana del Minnesota sulla politica estera
americana in tutti questi anni, in Medio Oriente come
nell'Asia Centrale. I commentatori delle reti tv che
spiegano la guerra in Afghanistan sono tutti generali in
pensione; le soluzioni strategiche, ogni giorno, sullo
schermo vengono spiegate dal generale "eroe"
della guerra Nato in Jugoslavia, Wesley Clark. Mai
dall'élite politica, Kissinger o la Albright...
Le pressioni
dell'amministrazione Bush in questa guerra incidono più
di quanto abbia fatto l'amministrazione Clinton durante
la "guerra umanitaria" del Kosovo?
Colin Powell, segretario di stato, durante il suo viaggio
in Arabia saudita, ha tentato di vietare la trasmissione
dei messaggi di Osama Bin Laden della tv Al Jazeera,
la Cnn dei paesi arabi. La Voice of America,
organo di propaganda nei paesi dell'est fin dalla seconda
guerra mondiale, è stata redarguita furiosamente dalla
Casa Bianca ed il suo direttore di programmazione
licenziato, perché hanno tentato di trasmettere per
intero l'intervista di Osama Bin Laden concessa a Al
Jazeera.
Ma Condoleeza Rice,
consulente per la sicurezza nazionale della Casa Bianca,
dopo aver invitato tutte le tv americane ad uniformarsi
alle veline del governo americano senza aggiungere altro,
sta cercando di comprare i diritti per ritrasmettere via
Cnn alcuni minuti dell'intervista di Osama Bin Laden.
E' diventata una lotta per il monopolio della propaganda,
ma i giornalisti, per loro conto hanno deciso di
partecipare a questo tipo di censura sull'informazione.
Il controllo dei media e sui media, quanto c'è una
guerra, è un dato di fatto. L'ultimo caso di una
videoguerra astratta ed asettica, senza immagini di morti
e feriti, risale alla guerra del Golfo, nel 1991. Nella
guerra in Afghanistan, per la prima volta il governo
americano non tiene il segreto sulla censura. E in modo
orwelliano, i media sono diventati la personificazione di
Newspeak, il nemico invisibile di Orwell. I
mezzobusto già hanno iniziato a ripetere i piani
strategici del governo di Bush, diffusi da Condoleeza
Rice: "non sono esclusi altri bombardamenti
aggiuntivi a quelli già in corso in Afganistan
quotidianamente". Di fatto, ci sono pressioni per
estendere la campagna dei bombardamenti in Iraq, Iran,
Siria, la valle della Bequa, in Libano. Il portavoce
della Cnn ha esplicitamente dichiarato che d'ora
in avanti nel fornire "informazione pubblica"
avrebbero chiesto istruzioni alla Casa Bianca.
Dopo l'attacco alle
Torri Gemelle, i sondaggi indicano che il 93%
dell'opinione pubblica approva la guerra a Osama Bin
Laden.
La reazione istintiva dell'opinione pubblica americana,
pur avvolta da un esasperato patriottismo, non è così
netta come si vorrebbe far credere. Se, infatti, durante
i sondaggi, viene chiesto se si sia favorevoli ai
bombardamenti in Afghanistan, oppure se Osama Bin Laden
debba venire giudicato da un Tribunale internazionale per
i crimini commessi verso i 6000 civili americani morti
nell'attacco terroristico dell'11 settembre, oltre il 50%
della popolazione sceglie per questa seconda opzione. Gli
slogan lo sottolineano: "justice" "not
vengeance". Ma i media non ne parlano. Gli
oppositori alla guerra e le centinaia di manifestazioni
in quasi tutte le università americane vengono indicate
dai media come "pacifisti naif". Sono i tratta
degli stessi gruppi che si oppongono alla
globalizzazione, ma il popolo di Seattle sta
organizzandosi, anche se il dissenso alla guerra viene
marginalizzato e non ha ancora assunto una forte
consistenza numerica, come invece avviene già in Europa.
Ora che la guerra in
Afghanistan è nella seconda fase, con operazioni di
"search and destroy", i pacifisti
reagiranno come all'epoca del Vietnam, pur essendo la
generazione successiva?
Il dissenso, la visibilità dell'opposizione alla guerra
cominciò ad emergere per il Vietnam non durante i primi
anni. Il primo "teach in studentesco" avvenne
nel 1965. Le grandi manifestazioni però avvennero
soltanto nel 1969-'70. E siamo soltanto alle prime
settimane di quella che si prefigura come una lunga
guerra in Afghanistan.
L'opposizione alla
guerra, in questo momento in America è
"unpatriotic". Con quali conseguenze?
In nome della bandiera e del patriottismo è stata
approvata dal congresso all'unanimità una legislazione
che prevede misure diretta alla lotta contro il
terrorismo. Con il risultato che viene messo sotto
controllo ogni spazio della vita privata dei cittadini:
dall'intercettazione telefonica, all'arresto e detenzione
a tempo indeterminato. Non siamo ancora giunti al
maccartismo degli anni cinquanta. Ma stiamo marciando
rapidamente in quella direzione.
Fonte:
Il Manifesto
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