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Nella battaglia
della propaganda
ora il Pentagono perde colpi
di
Maurizio Ricci
27 ottobre 2001
Nella saletta del Pentagono, l'ormai
consueto schermo verdognolo delle riprese notturne a infrarossi mostra
un elicottero posato a pochi metri da una moschea, non lontano da
Herat. Nella ripresa successiva, l'elicottero è distrutto, la moschea
è intatta, sottolinea con soddisfazione l'alto funzionario del
dipartimento della Difesa. Il Pentagono, tuttavia, non ha chiamato i
giornalisti in quella saletta per mostrare con quanta cura i suoi
aerei evitano i bersagli civili. L'incontro è stato organizzato per
parlare della campagna di disinformazione che i Taliban stanno
orchestrando sui bombardamenti americani, moltiplicandone
irrealisticamente le vittime civili. Ma i giornalisti che si aspettano
prove e documenti che smascherino le accuse dei Taliban, si
ritroveranno, alla fine, con quella sola immagine, che parla d'altro.
Tutto quello che l'alto funzionario ha da dire è che la
disinformazione fa parte, da sempre, dell'armamentario bellico:
iracheni e serbi erano più bravi e sofisticati degli afgani, ma anche
i Taliban vi fanno ampiamente ricorso. I serbi, ad esempio, spostavano
cadaveri e bambole insanguinate dal teatro di un bombardamento ad un
altro, per amplificare il numero di vittime e l'emozione che
suscitavano, ricorda il funzionario: l'esame delle immagini televisive
lo dimostrava. Lo fanno anche i Taliban? «Non abbiamo elementi per
sostenerlo».
Convocare una platea di professionisti, molti freschi della guerra nel
Kosovo, per avvertirli, in generale, che non tutto quello che si dice
in guerra è vero, può apparire superfluo. Ma è un segno del
crescente imbarazzo del Pentagono, all'attacco nei cieli afgani,
sempre più sulla difensiva nella guerra di propaganda che ne segue.
Privo di riscontri e informazioni sul terreno, il comando americano può
fare poco di più che ammettere gli errori di cui è certo, lasciando
nel dubbio quelli di cui non è sicuro. Ma come aumentano le giornate
di bombardamenti, si allunga la lista di corriere bruciate, ospedali
sventrati, villaggi tappezzati di micidiali bombe a frammentazione,
quartieri residenziali colpiti, con un torrente di innocenti vittime
civili, ai cui totali pochi credono, ma che il Pentagono non è,
comunque, in grado di contestare e contenere, per salvaguardare il
fragile consenso internazionale intorno alla campagna aerea in
Afghanistan. L'imbarazzo si traduce in esasperazione e alza a livelli
inconsueti i toni della polemica. Il nocciolo nascosto del briefing
sulla disinformazione era in una osservazione lasciata cadere quasi
per caso, per scoraggiare le «visite guidate» della stampa in
Afghanistan: «I Taliban potrebbero organizzare questi giri per
esporre intenzionalmente i giornalisti ad un nostro attacco aereo».
Pochi minuti prima, il contrammiraglio John Stufflebeem aveva lanciato
un'accusa ancora più pesante: «Secondo nostre informazioni, i
Taliban potrebbero prepararsi ad avvelenare i pacchi di cibo che
arrivano in Afghanistan dall'aiuto americano e internazionale».
Due affermazioni sopra le righe e prive, al momento, di qualsiasi
riscontro, che tradiscono il montare del nervosismo. L'imbarazzo del
Pentagono nasce dal fatto che, nonostante le smentite ufficiali, gli
americani si stanno trovando a gestire una campagna di bombardamenti
(e conseguenti vittime civili) più lunga di quella a cui si erano
preparati. Ancora dieci giorni fa, lo stesso Stufflebeem parlava di
campagna aerea «con pieno successo» e di sistema militare taliban «svuotato».
Dopo 18 giorni di bombardamenti, il suo superiore diretto, il capo di
Stato Maggiore, Richard Myers, ha ridimensionato a «qualche successo».
E Stufflebeem, che coordina le operazioni per conto dello Stato
Maggiore, dichiara apertamente la sua sorpresa per la capacità di
resistenza dei Taliban, «guerrieri duri», e per la «solida presa»
del regime che, contrariamente alle attese, non mostra segni di
scissione e neanche di diserzioni. Il risultato è che i militari
devono governare una indefinita campagna di bombardamenti su un
sentiero stretto, sottoposti a due spinte contrapposte.
La prima è quella che viene dal loro interno, dai vertici
dell'aviazione, in particolare, e da molti analisti militari
indipendenti. I bombardamenti in corso, affidati soprattutto ai caccia
(più precisi, ma meno devastanti dei bombardieri d'alta quota) sono
troppo modesti per ottenere risultati: «Meno di 100 missioni al
giorno è un dato minimo, rispetto a quanto fatto in Iraq e in Kosovo»
dicono i militari dell'aviazione. «Anche secondo lo standard dei
Balcani incalza Michael Vickers, ex ufficiale delle Special Forces,
oggi analista al Center for Strategic and Budgetary Assessments questi
bombardamenti sono molto magri. Si potrebbe fare molto di più».
Dall'altra parte, cresce la protesta internazionale. Un intellettuale
influente, e non sospetto di simpatie per il fondamentalismo, come il
premio Nobel egiziano, Nagib Mahfouz dichiara che «questa guerra al
terrorismo è riprovevole come gli attentati dell'11 settembre». E il
disagio cresce anche fra gli alleati più vicini: sia gli antiTaliban
in esilio in Pakistan, sia i loro rivali dell'Alleanza del nord
chiedono agli Usa di risparmiare i civili.
Fra l'esigenza di calcare la mano, per fare in fretta, e quella di
allentarla, per placare l'opinione pubblica, soprattutto musulmana, il
Pentagono scopre di avere le spalle scoperte. Sconta, anche quando
contesta le accuse dei Taliban, ha scritto Eric Boehlert su Salon.com,
la generale incapacità dell'America di parlare al mondo islamico: «Nella
guerra delle parole, siamo indifesi». L'America della globalizzazione
ha invaso il Medio Oriente di McDonald's e "Baywatch", ma si
è dimenticata di giornali e intellettuali. «Lì, siamo muti: nessuno
presenta il nostro punto di vista» sostiene Walter Denny, professore
di studi mediorientali all'Università del Massachussetts. La Cnn la
vede solo chi sa l'inglese, la Voice of America parla in arabo
classico, anziché nei dialetti regionali: la sua penetrazione non
arriva al 2%. Nessun diplomatico in grado di parlare arabo, per
mandarlo in tv, nessun contatto regolare con i giornalisti più
influenti, rileva Boehlert. In guerra contro un uomo che accusano di
aver ucciso migliaia di americani e contro il regime più oscurantista
e più inviso al mondo, gli Stati Uniti non sembrano trovare mezzi e
capacità per giustificare le loro azioni. Nei volantini e nelle
trasmissioni radio dirette agli afgani, gli americani, riferisce Peter
Singer della Brookings Institution, insistono su due messaggi: la
ricchezza e l'estraneità all'Afghanistan dei «mujaheddin griffati
Gucci», raccolti intorno a Bin Laden e il suo tradimento degli
insegnamenti del Corano contro l'uccisione di innocenti. Ma pochi li
ascoltano in Afghanistan e niente ne è trapelato sul palcoscenico
internazionale. Nessuno lo sa meglio degli uomini della Dia, il
controspionaggio del Pentagono, impegnati a ripassarsi alla moviola
tutte le immagini di Al Jazeera, la più popolare tv araba, sui
bombardamenti.
Fonte: La Repubblica
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