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Bombe e
bugie, il flop della propaganda
di
Francesco Paternò 30 ottobre 2001
Ai tempi della guerra del
Golfo, la propaganda stravinse prima ancora che un Mig di
Saddam Hussein saltasse in aria. In Kosovo, la propaganda
incespicò su troppi trattori scambiati per carri armati,
senza che la fine di Slobodan Milosevic venisse mai messa
in dubbio. In Afghanistan, la propaganda sta annaspando
dopo tre settimane di raid e nessun risultato
all'orizzonte.
A sentire i vertici politici americani, la guerra al
terrorismo sembra quasi perduta. Nei briefing del
Pentagono, tenuti in genere non da portavoce ma dal capo
di stato maggiore della difesa generale Richard Myers o
dal segretario alla difesa Donald Rumsfeld, si sono
ascoltate nell'ultima settimana cose sconcertanti.
Ammissioni di errori - bombe su canili, villaggi amici,
bambini, Croce rossa - l'obiettivo Osama bin Laden che
improvvisamente scompare dai risultati possibili, elogio
del nemico più forte e più astuto di quanto si fosse
immaginato, la fase due dell'operazione con attacchi di
terra annunciata e scomparsa, salvo pensare che la brutta
fine dell'inviato del re Abdul Haq sia stata il frutto
sia di una pessima intelligence sia di
un'inoperatività dei corpi speciali che avrebbero dovuto
essere lì. Insomma, una scena di fallimenti, fatalmente
concentrati in sette giorni.
I media di casa, finora allineati alla causa, hanno
cominciato a ringhiare. Ci siamo impantanati, chiedono
nei briefing del Pentagono, si va verso un nuovo Vietnam,
perché tutti questi errori nei raid? La propaganda, per
la prima volta, balbetta. Eppure è l'arma segreta che
governi e stati maggiori approntano di pari passo con i
preparativi militari, perché è così che si crea
consenso e si smorzano sconfitte. In un'intervista al Corriere
della Sera, il generale Wesley Clark, il condottiero
della guerra nei Balcani, ha affermato ieri che l'America
rischia di perdere questa guerra parallela, fatta di
stampa, umori e sondaggi.
E' tutto così nero che viene il dubbio: è davvero una
guerra perduta in partenza o c'è dell'altro? Dice una
fonte diplomatica che conosce bene il generale:
"Tutti si sono accorti che qualcosa non va, che
l'aria è cambiata. Aspettate qualche giorno".
Nell'attesa di un colpo di teatro (o di un nulla che
peggiori la situazione), il ministro degli esteri inglese
Jack Straw è tornato ai vecchi strumenti. Domenica in
televisione ha accusato i giornalisti di essere degli
"agitatori" nella copertura della guerra, di
avere una cultura "di molto ma molto breve
termine", di non avere "né umiltà né
memoria", come durante i giorni più bui dei raid
sul Kosovo. Un attacco durissimo, segno di difficoltà
vere negli stati maggiori.
E' che, rispetto alle guerre del Golfo e del Kosovo, la
lotta al terrorismo di George W. Bush richiede una nuova
e probabilmente più sofisticata gestione della
comunicazione, cui gli uomini dell'amministrazione sono
impreparati. In Iraq, i militari tenevano i loro
quotidiani briefing facendo vedere un filmato su
obiettivi che saltavano in aria, la Cnn confermava
e la guerra andava avanti. In Afghanistan, la Cnn
non è in prima linea ed è paradossalmente più
difficile raccontare altro che non siano le verità del
governo talebano. Il quale sta dimostrando di avere
invece studiato bene la comunicazione: poche immagini
lasciate alle riprese dell'unica tv ammessa, l'araba Al
Jazeera del Qatar, due video tramessi con Osama bin
Laden e il suo braccio destro a lanciare minacce
all'America prima che le pressioni dell'amministrazione
convincessero i media a chiudere questo canale ai
terroristi. Un terreno di scontro scivoloso per qualsiasi
governo.
Bush è in difficoltà con i media anche sul cosiddetto
fronte interno. Qui stampa e tv sono stati più pesanti
nell'attaccare la comunicazione del governo, considerata
ondivaga e reticente. Ma il pronto contrattacco della
propaganda, in questo caso, sta funzionando a meraviglia.
Nonostante giorni terribili, Bush viene descritto come un
uomo calmo e determinato, che non scherza più, che si
distrae appena leggendo romanzi ambientati a Berlino nel
1945 invece dei soliti libri di storia e di biografie di
grandi personaggi, che corre 4 miglia al giorno invece
delle solite 3 in 25 minuti perché così, fanno sapere i
suoi collaboratori, ha più tempo per riflettere e per
agire meglio in favore della nazione.
Così, in un sondaggio dell'Abc, il 92 per cento degli
intervistati ritiene sicura la propria posta. In un altro
di Usa Today, il 77 per cento ha detto di avere
fiducia nelle risposta del governo alla sfida
dell'antrace; e anzi, il 60 per cento accusa i media di
avere esagerato la minaccia. E se fosse tutta propaganda?
Fonte: Il Manifesto
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