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Arnett:
«La stampa libera deve informare, inutile censurare quei video»
di
Alessandra Farkas
4 novembre 2001
Le tv americane mettono la sordina al
video di Osama Bin Laden diffuso da Al Jazira , rispettando così
l’invito dell’amministrazione Bush, convinta che quei filmati
siano un diabolico strumento usato da Bin Laden per inviare messaggi
in codice ai terroristi di tutto il mondo.
Ma se anche la Cnn ieri ha censurato la voce di Bin Laden,
limitandosi a proporre la traduzione in inglese delle sue frasi, sotto
la sua immagine fissa, non tutti applaudono. «Il diritto-dovere della
stampa libera è informare - spiega Peter Arnett, l’ex inviato
speciale della Cnn e unico reporter presente in Iraq durante la
Guerra del Golfo -, cedere a pressioni esterne è sbagliato».
Al Jazira e in minor misura la Cnn
sono accusate di essere «il megafono di Osama Bin Laden» .
«Conosco fin troppo bene queste assurde accuse, essendone stato io
stesso vittima. Purtroppo le grandi testate americane, non solo
televisive, sono sempre troppo propense ad ascoltare le direttive del
governo nei periodi di crisi».
Anche la sua intervista esclusiva
con Saddam Hussein, nel bel mezzo della guerra, venne additata come «l’amplificatore
di un folle» .
«Appunto. Ricordo di essere stato criticato aspramente per
quell’intervista, così come venni accusato di essere il portavoce
della dittatura irachena quando trasmisi le immagini dei civili,
donne, vecchi e bambini, dilaniati dalle bombe della coalizione».
L’amministrazione Bush teme che
Osama Bin Laden usi questi filmati per inviare messaggi cifrati alle
sue cellule attive in varie parti del mondo.
«Francamente non so come abbiamo fatto ad arrivare a una tale
bizzarra conclusione, ma confesso di essere piuttosto dubbioso al
riguardo. Non capisco perché si ostinano a voler censurare Osama Bin
Laden. Per quale motivo non vogliono farcelo vedere? Qual è la loro
vera paura, visto che comunque la Cnn ha operato una selezione
e non ha trasmesso indiscriminatamente il suo messaggio? Non vedo
proprio come ciò possa essere dannoso».
C’è un limite a ciò che si può
trasmettere? Chi lo stabilisce?
«La sicurezza nazionale non può essere compromessa. Quindi i
media devono decidere di giorno in giorno cosa far sapere e cosa non
far sapere al pubblico. Ritengo che sia necessaria la censura delle
informazioni militari relative al movimento di truppe, agli obbiettivi
da colpire, alle operazioni di terra. Informazioni che potrebbero
essere sfruttate dal nemico, compromettendo l’esito della guerra.
Questo tipo di notizia fu oscurato anche durante la guerra del
Vietnam: la più incensurata della storia».
Pensa che le direttive della Casa
Bianca abbiano compromesso la libertà di stampa e di parola?
«No. Per fortuna ci sono tanti giornalisti sul campo - inviati in
Nord Afghanistan, Pakistan, Uzbekistan - e tra loro c’è molta sana
concorrenza. E’ molto difficile per il governo interferire nella
divulgazione di notizie e con il progredire della guerra vi saranno
sempre meno controlli e restrizioni. Il governo non può impedire che
la verità si sappia. Meglio prima che poi».
Cosa pensa delle critiche rivolte ad
Al Jazira ?
«Mi sembra indicativo che persino il presidente Bush abbia
considerato di concedere un’intervista. Per quel che riguarda le
simili critiche mosse al suo partner Cnn , vorrei ricordare che
dopo Desert Storm tutti furono d’accordo nel dire che aveva
fatto bene a restare a Bagdad. Ritengo quindi che alla fine, come già
allora, il consenso risulterà a favore di Al Jazira e Cnn .
Oggi la stampa è molto più libera rispetto a 10 anni fa».
Qualcuno oggi accusa i media
americani di eccessivo patriottismo.
«Il turbamento per quel che è accaduto in America è enorme,
anche tra i media. La stampa sta senz’altro dalla parte delle
vittime di quei mostruosi attacchi. Un consenso tanto unanime s’era
riscontrato solo durante la Seconda guerra mondiale, dopo il
bombardamento di Pearl Harbor. Non credo si tratti semplicemente di
patriottismo ma del fatto che ogni giornalista, in America, ha
considerato questa tragedia come un attacco personale, contro di sé,
la propria famiglia e il proprio mondo. Siamo essere umani, prima
ancora che giornalisti, non lo scordi».
Fonte: Il Corriere della
Sera
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