Approfondimenti

Un lettore del sito di Rainews24 ha rimproverato la Rai di non pubblicare, nella sezione di link che corredano le notizie, un sito ufficiale dei talebani. Non era una negligenza, né un'omissione voluta. Il governo afghano dei talebani infatti ha dichiarato empio Internet e ne ha vietato l'uso a milioni di cittadini afghani nel giugno scorso. Tuttavia esisteva un sito ufficiale, che però è stato chiuso poco dopo gli attacchi terroristici a New York e Washington dell'11 settembre. Esiste ancora invece almeno un indirizzo e-mail, presso l'ambasciata afghana in Pakistan.

 


L'autocensura dei media americani
di Marco D'Eramo

6 novembre 2001

Adesso che l'Unione sovietica è stata spazzata via, per nostra letizia, provvedono i mass-media americani a fornirci un'infomazione stile Pravda, direttamente controllata dal membro del Politburo Condoleezza Rice.
Per esempio, dell'ultimo filmato di Osama bin Laden qui negli Stati uniti, sabato le tv hanno trasmesso di sfuggita, e tra le pieghe di altri servizi, solo un fotogramma con un'unica frase, a mo' di sottotitolo. Il New York Times di domenica ha relegato la notizia nel taglio centrale della seconda pagina della seconda sezione del giornale, il posto migliore per nasconderla, cioè per darla senza darla. La notizia bisogna darla perché altrimenti si direbbe che qui c'è la censura, ma va sepolta perché qui si esercita l'autocensura. Anche la Cnn ha nascosto il video, dopo che per settimane aveva cercato di intervistare bin Laden, spedendogli una serie di domande insieme alla Tv araba al Jazeera.
I network hanno così ubbidito alla lettera alle disposizioni che aveva dato loro Condoleeza Rice. Il giorno dopo l'inizio dei bombardamenti e il primo filmato di bin Laden, la consigliera per la sicurezza nazionale di Bush jr. aveva infatti riunito tutti i direttori tv e aveva chiesto loro un codice di autocensura: non trasmettere messaggi di bin Laden che non fossero stati prima editi. La scusa era che si temeva che i messaggi contenessero ordini in codice alle cellule di Al Qaida negli Stati uniti. La verità era che, secondo gli indici di ascolto, il messaggio di bin Laden aveva surclassato il discorsi di Bush che annunciava l'inizio dei bombardamenti. Lo stupefacente (o forse non tanto) è che nella terra delle libertà, in quella riunione nessuno di questi paladini della libertà d'informazione ha protestato. E così il successivo filmato di bin Laden a ottobre non è stato trasmesso affatto da Fox New e Msnbc, e solo con un flash da Cnn.
A essere "edite" sono le immagini non solo di bin Laden, ma anche della guerra. Seguendo le istruzioni di Condooleeza Rice, il presidente della Cnn Walter Isaacson, ha ordinato ai suoi giornalisti un'informazione "più bilanciata": "Sembra perverso il concentrarsi troppo sulle vittime e sulle miserie in Afghanistan... mano mano che otteniamo buoni servizi dal territorio afghano controllato dai taleban, dobbiamo raddoppiare i nostri sforzi per essere certi che non sembri che stiamo semplicemente riferendo a loro vantaggio o dalla loro prospettiva. Dobbiamo parlare di come i taleban stanno usando i civili come scudi umani e come hanno protetto i terroristi che hanno ucciso 5.000 innocenti".
Il resto del pianeta vede molte più immagini delle distruzioni in Afghanistan. Qui gli inviati laggiù continuano a riferirci che sì, ci sono case distrutte, ma non c'è "certezza totale" che i morti siano stati per davvero uccisi dalle bombe Usa "e non per altre ragioni": la tv fa impressione per quel che non si vede.
Dopo essere stati colpiti per la prima volta da 180 anni sul loro territorio nazionale, gli Stati uniti si trovano in un'altra situazione inedita. Per la prima volta, e a differenza per esempio della guerra del Golfo, non sono loro a controllare l'informazione planetaria. Qui da Kabul non c'è nessun Peter Arnett a detenere il monopolio sul flusso di informazioni, come da Baghdad dieci anni fa. C'è invece - orrore e raccapriccio - una tv araba che per altro, ha detto il suo corrispondente da Washington, è considerata troppo filoamericana dai suoi ascoltatori islamici, perché il 95% delle notizie, interviste, è fonte Usa, e solo il 5% viene da Kabul.
Non poter controllare l'informazione fa dare di matto ai responsabili americani. Un uomo cauto come il segretario di stato Colin Powell era giunto al punto di chiedere al governo del Qatar di oscurare la tv al Jazeera. La ditta che attiva negli Stati uniti il ripetitore per la stessa tv sta prendendo in considerazione l'ipotesi di criptare le sue trasmissioni.
A stare al Los Angeles Times, questa settimana gli Stati uniti "hanno in programma un escalation dei loro sforzi con uno sbarramento dell'informazione che circola su Internet". Le ambasciate Usa nel mondo scaricheranno sul web in 12 lingue regionali le prese di posizione dei leader musulmani che condannano gli attacchi dell'11 settembre.
Il problema è che i dirigenti statunitensi sembrano intossicati dalle loro stesse tecniche d'influenza. Pensano cioè che sia tutto un problema di cattiva pubblicità, che il contenuto della loro politica e dei loro bombardamenti è buono, ma che nel mondo il messaggio non passa, come dicono i pubblicitari. In un'audizione al senato dieci giorni fa, sempre Colin Powell ha ammesso: "Abbiamo un problema con le piazze arabe... per fare in modo che capiscano meglio quel che stiamo cercando di fare... Penso che dobbiamo fare un lavoro migliore nei nostri sforzi diplomatici pubblici". Magari dovrebbero assoldare qualche creativo di Madison av. (dove si concentrano le maggiori agenzie pubblicitarie del mondo): d'altronde, dopo l'11 settembre avevano già ingaggiato i soggettisti di Hollywood per chiedere loro di immaginare altri possibili scenari terroristici.
Tutto si riduce dunque a raddoppiare la campagna pubblicitaria, a mandare in onda più spot, moltiplicare le conferenze stampa quotidiane a Washington, Londra e Islamabad, creare delle sale stampa di guerra con comunicazioni ininterrotte. La stessa attività diplomatica diventa un puro sforzo di relazioni pubbliche (public relations, Pr): così la tourneé del premier inglese diventa "Blair parte in missione PR". Il problema è esposto con crudezza: "Gli Usa in campagna sul secondo fronte: l'opinione pubblica" (New York Times). Ma con le operazioni militari in stallo, anche questo fronte sembra in bilico. A ragione il Washington Post titola "Gli Stati uniti stanno perdendo la guerra di propaganda". Ma non potrebbe venirgli l'ideuzza che forse il problema sta non nella campagna pubblicitaria, ma nella merce politica che cerca di vendere al mondo?

Fonte: Il Manifesto