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L'informazione
tra Torri e antenne
di
Sebastiano Triulzi 10 novembre 2001
L'aver
trasformato un attentato terroristico, quale la distruzione delle
Torri Gemelle, nel "più grande spettacolo del mondo", se
costituisce il punto di non ritorno nella comunicazione nel mondo
globalizzato, al contempo raffigura l'uomo come prigioniero di false
ombre nella caverna di Platone: prigioniero cioè di una informazione
assolutamente incapace di prevedere, di riconoscere gli eventi e di
capire i sistemi di ragionamento di chi vive al di là di noi.
Non a caso, in uno studio a cura di Makno-Isimm, e presentato
all'incontro "Media, Eventi, Terrorismo tra realtà e
rappresentazione", promosso dalla facoltà di scienze della
comunicazione della "Sapienza" di Roma, una percentuale
molto alta dell'opinione pubblica ha dichiarato di non veder
soddisfatta la propria sete di notizie. La disinformazione, dunque,
sembra farla da padrone, nonostante il bisogno di conoscere ciò che
veramente accade in Afghamistan spinga poi a consultare o ascoltare più
di due media al giorno.
Il fatto che oltre il 40% degli intervistati confessi di farsi da sé
un'idea di come stiano effettivamente le cose cozza in modo evidente
con chi pretende, in nome della lotta al terrorismo, di limitare il
raggio di azione dei media.
Contro le sette regole di autoregolamentazione stilate dal presidente
della Cnn, si è battuto Walter Cronkite, mitico giornalista
americano: "I media hanno il dovere di informare con tutte le
notizie che la gente dovrebbe e deve avere per giudicare l'attività
del proprio governo. Questo ruolo non cambia né in periodo di pace, né
in periodo di guerra". Che il timore sia riposto nella capacità
di giudizio dello spettatore, nella sua indipendenza di giudizio, cela
in realtà il dubbio storico del liberalismo, quello di dare piena
libertà alla stampa, piena trasparenza del mondo. "Nella logica
classica della politica, quando non si hanno soluzioni, si ricorre
alla guerra - spiega al manifesto, Alberto Abruzzese, Preside
della facoltà di scienze della comunicazione a Roma e tra i relatori
al convegno - I paesi occidentali sono strutture di potere che
dispongono e predispongono alla guerra; ma al loro interno la
popolazione è ostile alla guerra, perché essa limita il benessere e
il consumo".
La decisione di partecipare al conflitto senza avere un effettivo
consenso può costare cara ai governi europei: ecco allora che il
ruolo dei media diventa fondamentale. Nella manipolazione
dell'informazione, la componente emotiva fa la sua parte fino in
fondo, contribuendo a creare uno stato di angoscia e di allarme
perenne: quasi il 60% del campione intervistato afferma di percepire
come ansiogeni le notizie date dai media italiani. Più la guerra
appare invisibile e più c'è bisogno di capire, di comprendere.
Nessuna fonte è indipendente, nessuna notizia è attendibile e quando
l'informazione è assente il pericolo è che la realtà ci sfugga.
"Per la società occidentale - continua Abruzzese - la difesa del
proprio corpo vale più d'ogni altra cosa: non bisogna pensare al
consumismo come a qualcosa di negativo. Vivere nel benessere significa
aver costituito un humus di valori a difesa della vita umana. La
differenza con il mondo islamico sta nel fatto che è più facile per
la sua classe politica portare la popolazione alla guerra, perché
scarsa è la qualità della vita".
Fonte:
Il Manifesto
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