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"Volevano
raccontare la verità"
di Renato
Caprile 13 novembre 2001
Johanne Sutton, Pierre Billaud (nella foto),
Volker Handloik, questi i nomi dei tre giornalisti falciati come fieno
dalle raffiche di mitra dei Taliban ieri l'altro. Volevano raccontare
la guerra troppo da vicino, qualche idiota li aveva rassicurati che
non c'era pericolo e loro purtroppo si sono fidati. Sono montati su un
carro armato, così allo scoperto, e sono partiti verso le linee
nemiche. Sono morti quattrocinquecento metri più avanti. Erano tutti
e tre giovanissimi. Johanne, 34 anni, francese, inviata di Radio
France International, Pierre, 31 anni, anche lui francese, inviato
dell'emittente radiofonica Rtl, Volker, 40 anni, tedesco, reporter
freelance del settimanale Stern. A Veronique Rebeyrotte, di Radio France Culture
è andata meglio, ferita è stata trasportata in elicottero a Dushambe
in Tajikistan, e il freelance canadese Levon Sevunts e l'australiano
Paul McGeough si sono addirittura salvati, senza neppure un graffio.
Due sopravvissuti ai quali i funzionari del ministero degli esteri di
Koja Bauddin hanno tentato di cucire la bocca perché non
sottolineassero le gravissime responsabilità di chi, un comandante
dell'Alleanza del Nord, li aveva fatti incoscientemente salire su quel
carro. Disperso, probabilmente catturato, l'interprete che
accompagnava quei giornalisti. Una tragedia assolutamente evitabile.
Dashti Kala, fronte avanzato del nord Afghanistan. Da giorni
mujahiddin e Taliban si contendono quelle rocce metro per metro. Un
posto nel quale non è facile arrivare, bisogna guadare un fiume che
molti degli spericolati driver di jeep afgani si rifiutano di
attraversare, la corrente potrebbe far cappottare le loro auto. Meglio
i cavalli, dicono. Johanne e gli altri suoi sfortunati compagni,
insieme, a decine di altri giornalisti, cameraman e fotografi di tutto
il mondo arrivano a Dashti Kala anche se al quartiere generale
dell'Alleanza a Koja Bauddin li hanno avvertiti che oltre quel fiume
è davvero rischioso andare. Ma loro ci vanno lo stesso. Mattinata e
pomeriggio trascorrono nel mettere insieme storie di soldati, di
comandanti, di battaglie e di agguati notturni. Alle 3 e mezza del
pomeriggio parlano con il generale Bashir. «L'altra notte abbiamo
conquistato un fronte di almeno un chilometro», si gloria l'alto
ufficiale. «Possiamo andarci?», chiedono i giornalisti. «Certo, non
c'è pericolo», risponde Bashir.
Sulla linea di fuoco ci sono tre vecchi tank russi. Johanne e gli
altri si avvicinano con il loro interprete ad uno di essi e chiedono
se il pilota è disposto a portarli più avanti. Nessun problema,
montano sul carro come si è visto in tanti film in cui un esercito
entra in una città liberata con uomini donne e bambini festanti sulle
torrette dei blindati. Solo che lì siamo a un fronte di guerra e
dall'altra parte c'è il nemico. Il tank parte sobbalzando sul terreno
sconnesso, supera una postazione, niente. Ne supera una seconda,
niente. A terra solo resti di cibo, bossoli, termos, carte,
escrementi, chiari indizi che i Taliban hanno ripiegato. A bordo il
clima era rilassato, ha raccontato Rebeyrotte: «Stavamo scherzando
sull'idea di trascinarci dietro il nostro interprete, che era un po'
riluttante. Non avremmo mai pensato che stavamo correndo un pericolo»
ha assicurato. Ma un centinaio di metri più avanti da una trincea
escono una decina di soldati del regime del mullah Omar. Imbracciano
kalashnikov e iniziano a sparare su quel tank. Che cerca
disperatamente di sterzare per sottrarsi al fuoco facendo però cadere
i giornalisti che vi erano sopra evidentemente in equilibrio precario.
Johanne, riccioluta, una faccia simpatica, è la prima a essere
centrata allo stomaco, poi tocca a Pierre e quindi a Volker, entrambi
freddati da colpi alla testa. «Noi altri tre ci siamo aggrappati con
le unghie e con i denti, e siamo riusciti a sopravvivere», ha
proseguito Rebeyrotte. Veronique se la cava con ferite non si sa
quanto gravi e Levon, il canadese, cappello pashtun, tuta mimetica,
una specie di Rambo, e l'australiano riescono a salvarsi, mentre
accorrono i mujahiddin aprendo un fuoco di sbarramento. Sono le 6 del
pomeriggio dell'11 novembre. Le loro storie, Johanne, Pierre e Volker,
non potranno più raccontarle.
Fonte:
La Repubblica
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