«Johanne Sutton era stata nominata capo redattore per le sue competenze in politica internazionale e per l’esperienze di guerra su più fronti, dal Medio Oriente ai Balcani - ricorda un collega e amico di RFI - ma quando è scoppiata la guerra in Afghanistan fremeva per ritornare sul terreno. Era così brava che è stata accontentata. Oggi ho visto il direttore in lacrime». Pierre Billaud, compagno di una giudice del tribunale di Parigi, non aveva figli. Molti colleghi e corrispondenti stranieri lo ricordano sui fronti dell’Algeria, della Bosnia e del Kosovo. I colleghi della sua radio, RTL , ricordano il «reporter appassionato». Il terzo giornalista morto, Volker Handloik, originario della Germania dell’Est, era arrivato in Afghanistan all’inizio di ottobre. Con lui, sono quattro i reporter di Stern caduti in situazioni di guerra negli ultimi anni.



 
"Volevano raccontare la verità"
di
Renato Caprile

13 novembre 2001 

Johanne Sutton, Pierre Billaud (nella foto), Volker Handloik, questi i nomi dei tre giornalisti falciati come fieno dalle raffiche di mitra dei Taliban ieri l'altro. Volevano raccontare la guerra troppo da vicino, qualche idiota li aveva rassicurati che non c'era pericolo e loro purtroppo si sono fidati. Sono montati su un carro armato, così allo scoperto, e sono partiti verso le linee nemiche. Sono morti quattrocinquecento metri più avanti. Erano tutti e tre giovanissimi. Johanne, 34 anni, francese, inviata di Radio France International, Pierre, 31 anni, anche lui francese, inviato dell'emittente radiofonica Rtl, Volker, 40 anni, tedesco, reporter freelance del settimanale Stern. A Veronique Rebeyrotte, di Radio France Culture è andata meglio, ferita è stata trasportata in elicottero a Dushambe in Tajikistan, e il freelance canadese Levon Sevunts e l'australiano Paul McGeough si sono addirittura salvati, senza neppure un graffio.
Due sopravvissuti ai quali i funzionari del ministero degli esteri di Koja Bauddin hanno tentato di cucire la bocca perché non sottolineassero le gravissime responsabilità di chi, un comandante dell'Alleanza del Nord, li aveva fatti incoscientemente salire su quel carro. Disperso, probabilmente catturato, l'interprete che accompagnava quei giornalisti. Una tragedia assolutamente evitabile.
Dashti Kala, fronte avanzato del nord Afghanistan. Da giorni mujahiddin e Taliban si contendono quelle rocce metro per metro. Un posto nel quale non è facile arrivare, bisogna guadare un fiume che molti degli spericolati driver di jeep afgani si rifiutano di attraversare, la corrente potrebbe far cappottare le loro auto. Meglio i cavalli, dicono. Johanne e gli altri suoi sfortunati compagni, insieme, a decine di altri giornalisti, cameraman e fotografi di tutto il mondo arrivano a Dashti Kala anche se al quartiere generale dell'Alleanza a Koja Bauddin li hanno avvertiti che oltre quel fiume è davvero rischioso andare. Ma loro ci vanno lo stesso. Mattinata e pomeriggio trascorrono nel mettere insieme storie di soldati, di comandanti, di battaglie e di agguati notturni. Alle 3 e mezza del pomeriggio parlano con il generale Bashir. «L'altra notte abbiamo conquistato un fronte di almeno un chilometro», si gloria l'alto ufficiale. «Possiamo andarci?», chiedono i giornalisti. «Certo, non c'è pericolo», risponde Bashir.
Sulla linea di fuoco ci sono tre vecchi tank russi. Johanne e gli altri si avvicinano con il loro interprete ad uno di essi e chiedono se il pilota è disposto a portarli più avanti. Nessun problema, montano sul carro come si è visto in tanti film in cui un esercito entra in una città liberata con uomini donne e bambini festanti sulle torrette dei blindati. Solo che lì siamo a un fronte di guerra e dall'altra parte c'è il nemico. Il tank parte sobbalzando sul terreno sconnesso, supera una postazione, niente. Ne supera una seconda, niente. A terra solo resti di cibo, bossoli, termos, carte, escrementi, chiari indizi che i Taliban hanno ripiegato. A bordo il clima era rilassato, ha raccontato Rebeyrotte: «Stavamo scherzando sull'idea di trascinarci dietro il nostro interprete, che era un po' riluttante. Non avremmo mai pensato che stavamo correndo un pericolo» ha assicurato. Ma un centinaio di metri più avanti da una trincea escono una decina di soldati del regime del mullah Omar. Imbracciano kalashnikov e iniziano a sparare su quel tank. Che cerca disperatamente di sterzare per sottrarsi al fuoco facendo però cadere i giornalisti che vi erano sopra evidentemente in equilibrio precario.
Johanne, riccioluta, una faccia simpatica, è la prima a essere centrata allo stomaco, poi tocca a Pierre e quindi a Volker, entrambi freddati da colpi alla testa. «Noi altri tre ci siamo aggrappati con le unghie e con i denti, e siamo riusciti a sopravvivere», ha proseguito Rebeyrotte. Veronique se la cava con ferite non si sa quanto gravi e Levon, il canadese, cappello pashtun, tuta mimetica, una specie di Rambo, e l'australiano riescono a salvarsi, mentre accorrono i mujahiddin aprendo un fuoco di sbarramento. Sono le 6 del pomeriggio dell'11 novembre. Le loro storie, Johanne, Pierre e Volker, non potranno più raccontarle.

Fonte: La Repubblica