La Federazione nazionale della stampa esprime in una nota ''profondo dolore e rincrescimento per la tragica morte di tre inviati sul fronte della guerra afgana - Johanne Sutton, Pierre Billaud, Volker Handloik -  vittime di un agguato mentre svolgevano coraggiosamente il loro lavoro''.
I tre giornalisti - afferma la Fnsi - erano certamente consapevoli dei rischi che stavano correndo ed hanno pagato il tributo più alto al diritto dell'opinione pubblica internazionale ad essere informata su una guerra spesso invisibile e comunque difficile da raccontare. Il mestiere di giornalista è spesso duro e talvolta comporta disagi, sacrifici e persino la morte come è accaduto nell'anno in corso a decine di giornalisti in tutto il mondo. La Federazione della Stampa è vicina a tutte le colleghe e i colleghi inviati nelle aree del mondo dove sono in corso conflitti ed in particolare a coloro che fanno informazione tra il Pakistan e l'Afghanistan.



 
L'inviato sulla linea del fronte tra fame, pallottole e malattie 
di
Alberto Stabile

13 novembre 2001 

Pierre, Johanne e Wolker non li conoscevo. Loro appartenevano alla seconda ondata di giornalisti inviati a "coprire" la guerra in Afghanistan, io alla prima. Loro s'erano fermati nel deserto di Khojabahuddin per raccontare gli avvenimenti del fronte nordorientale, io sono sempre rimasto in mezzo alla polvere di Jabel el Saraj, a trenta chilometri dal fronte a nord di Kabul. Noi, arrivati tra i primi, abbiamo avuto la possibilità di entrare piano piano dentro il conflitto, prendendone, ma non è affatto sicuro, le misure, loro ci si sono trovati dentro repentinamente, e ci hanno lasciato la vita.
Quello che, per noi cronisti di questa guerra, accomuna Khojabahuddin e Jabal el Saraj, il fronte a nord i Kabul e quello a nordest del Paese non sono solo i pericoli della prima linea ma i disagi della vita nelle retrovie. Che sono gli stessi della popolazione civile passata attraverso venticinque anni di battaglie: prima contro i sovietici, poi fra di loro e nell'ultimo lustro contro i Taliban.
Lì non ci sono alberghi dentro i quali rifugiarsi a lavoro finito. I ristoranti sono in realtà fatiscenti "case da tè" dove si fa anche da mangiare, e dietro ai colori del bazar c'è spesso il vuoto. Gli ospedali hanno le medicine razionate. L'igiene generale è l'ultima preoccupazione. Le malattie, prima ancora che le pallottole dei Taliban, sono sempre in agguato. Non vorrei che l'euforia della vittoria imminente, dell'avanzata trionfale, abbia spinto le autorità dell'Alleanza a sottovalutare il rischio di portare sei giornalisti aggrappati alle maniglie di un'autoblindo in un'area infestata di Taliban. Visitare il fronte, in ogni modo, è sempre stata una lotteria anche prima che i mujaheddin scatenassero l'offensiva.
Il generale Babajan, comandante del settore di Bagran, dove sorge il famoso aeroporto, amava incontrare i reporter all'ultimo piano della torre di controllo, dalle cui aperture a 360 gradi, totalmente prive di protezione, si poteva godere una vista assai interessante. Una veranda sulla guerra, una leccornia per le telecamere di mezzo mondo. Il fronte avverso correva, infatti, parallelo alle piste, lontano non più di due o tre chilometri e non ho mai capito perché i Taliban, che sicuramente osservavano quei movimenti intorno alla torre, non ci hanno mai sparato addosso, anche dopo che le autorità di Kabul ci avevano additato come «forze speciali» al servizio degli Stati Uniti.
A Rabat, avamposto dell'Alleanza sulla vecchia strada che dalla pianura di Shamalì porta a Kabul, le posizioni taliban distano setteottocento metri. Ogni volta che i bombardieri americani colpivano le linee degli integralisti, specialmente all'inizio dell'operazione, da quelle posizioni partivano raffiche di cannonate contro il territorio sotto il controllo dell'Alleanza, che lì schierava anche una divisione di carri armati. L'unica protezione per i giornalsiti era un muro di fango secco alto un metro e mezzo.
Ma il luogo più sinistro del fronte era, è, sicuramente il posto di comando di Kapisà, una palazzina che a suo tempo era stata la sede ufficiale del governatore della Provincia, proprio di fronte ad una valle controllata dai taliban. Per raggiungere il posto di comando bisogna attraversare un pianoro esposto al fuoco nemico. Una volta, dentro, la vista non incontra ostacoli, perché il muro esterno di rimpetto al fronte non esiste più. Di notte, si potevano vedere le colonne dei rinforzi taliban, trasportati coi pickup pagati dall'Arabia saudita, avvicinarsi cautamente al fronte.
Prima che i mujahiddin muovessero all'attacco, il dovere dei giornalisti presenti a Jabel el Saraj era di visitare il fronte come, si faceva un tempo, in cronaca con i pronto soccorsi cittadini: se non ogni giorno, quasi. Unica protezione imposta dall'Alleanza: la presenza di un militare, spesso non armato, totalmente indifferente al suo compito, assieme ad interprete ed autista. Nessuno ha mai ricevuto un avvertimento a non andare in questo o quel posto. Tutti, chi più chi meno, abbiamo ricevuto una sommessa richiesta di «bahshish», la mancia, perché la nostra cosiddetta guardia del corpo potesse comprarsi il pranzo.
Si esce la mattina, si torna al pomeriggio per scrivere, montare, trasmettere. L'entusiasmo dei primi giorni svanisce presto, per lasciare il posto alla lotta della volontà. Si vive accosciati per terra. Si dorme su un semplice materasso a contatto col pavimento, avvolti nel sacco a pelo. Un buco per terra protetto da tre muri è la toilette, una sola, in comune, per uomini e donne.
Poi ci sono i pericoli indiretti, le trappole nascoste. Le mine, innanzi tutto, che ti fanno stare col fiato sospeso ogni volta che per un motivo o per l'altro bisogna mettere i piedi fuori dalla macchina, ai lati della strada, attraversare un campo, saltare una cunetta. In secondo luogo, la temerarietà dei comandanti afgani, abituati a guardare la morte in faccia, ad avvicinarsi alla fonte del fuoco senza alcun timore, perché la loro vita molte volte è già passata attraverso prove terribili e da bravi soldati islamici considerano in fondo la guerra una scorciatoia per il paradiso.
Tutto è difficile nell'incubo afgano. E prima di tutto è difficile raggiungerlo. Adrien Jaulmes, inviato di "Le Figaro", è arrivato nella valle del Panshir viaggiando a piedi e a dorso d'asino da Peshawar, Pakistan: una passeggiata di sei giorni tra le montagne del massiccio centrale, per sfuggire ai controlli taliban, in compagnia di un paio di portatori. Di contro, quelli che hanno scelto la via da nord, hanno dovuto sottoporsi ad un viaggio massacrante che culmina, dopo vari giorni, con l'attraversamento del passo d'Anjeman, a più di cinque mila metri d'altitudine.
Ora che l'Alleanza è alla periferia di Kabul sarà certamente più facile entrare e uscire dall'incubo. Ma non per questo sarà più semplice muovercisi dentro. I Taliban non sono ancora sconfitti, potrebbero soltanto aver scelto una diversa forma di lotta. Pierre, Johanne e Wolker l'hanno testimoniato con le loro vite.

Fonte: La Repubblica