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Il fiore della passione di Ferruccio De Bortoli
Il primo disperso italiano in questa
maledetta e invisibile guerra è una nostra giornalista, Maria
Grazia Cutuli, 39 anni. Non portava alcuna divisa se non quella,
orgogliosa, della propria professione. E del Corriere . E’ rimasta
vittima di un vile agguato, sulla strada che porta da Jalalabad a
Kabul, assieme a due colleghi della Reuters Harry Burton e Azizullah
Haidari e all’inviato del Mundo . Ed è proprio con Julio Fuentes
che Maria Grazia domenica aveva fatto, rovistando da cronista di
razza fra i campi abbandonati di Al Qaeda, una scoperta importante.
L’esistenza di un deposito di gas nervino, la dimostrazione che
Bin Laden le armi chimiche le ha, eccome. Articoli di ieri in prima
pagina sul Corriere e sul Mundo . Volevamo una prova dell’utilità
della stampa libera, che qualcuno disprezza e guarda (anche tra noi)
con insofferenza? Eccola. Serve alle nostre incerte e dubbiose
società occidentali saperla questa (e altre) verità? Sono indizi
utili anche per la lotta al terrorismo? Sì? E, allora, considerate
i giornalisti che svolgono con passione e onestà il loro mestiere,
come hanno fatto Maria Grazia e gli altri, eroi discreti della
nostra civiltà, delle nostre democrazie. Fondate anche sulla libertà
di stampa. Stracciata, derisa e presa a calci un po’ ovunque. La
libertà di stampa che in quei Paesi non c’è: sepolta da un
enorme e medievale burqa . Di questa nostra libertà si sono serviti
i terroristi per diffondere i loro messaggi di morte, le loro
disgraziatissime idee. Ma non c’è scoop che valga una vita.
Nessuno.
Noi non abbiamo elementi per ritenere che le domande poste da Maria Grazia e da Julio Fuentes (con Harry Burton) per scrivere il loro ultimo articolo possano averli messi ulteriormente in pericolo. Preferiamo pensare al caso, ai mille pericoli di una guerra combattuta anche da cattivi contro pessimi. Talebani? Banditi? Vorremmo dire bestie, alle quali forse abbiamo posto anche delle civili domande rispettandone persino le risposte. Maria Grazia è (lasciatemi ancora il tempo della speranza) una collega che ama il suo mestiere. Una passione professionale e civile che la porta da Catania, sua città natale, a Milano alla Mondadori; che la spinge a lasciare i settimanali per lavorare per l’Onu in Ruanda, testimone di un genocidio che molti in Occidente non vollero vedere; che la fa arrivare al Corriere . In cinque anni segue alcuni grandi fatti internazionali, dalla nave dei bimbi schiavi del Benin alle distruzioni dei buddha di Bamyan in quell’Afghanistan che le diventerà familiare. E fatale. Inquieta ma non imprudente. Appassionata ma non temeraria. Non avrebbe mai messo in pericolo la propria vita inutilmente. A fine ottobre, per il suo compleanno, le proponemmo di tornare, dopo tante settimane. Disse di no, non c’era verso. «Volete farmi un regalo? Lasciatemi qui». Le arrivò in stanza, mandata dai colleghi, una torta pakistana, presumo pessima. E una collega la sentì parlare con l’anziana madre: «Qui non si rischia nulla, poco più di un pellegrinaggio a Lourdes». Pietosa bugia, detta bene, da grande giornalista. Maria Grazia, scusaci per tutti i giorni di riposo che ti abbiamo fatto saltare. Con te entusiasta di farlo. Ti abbracciamo, ovunque tu sia. Fonte:
Il
Corriere della Sera |