Rischiamo la vita per far conoscere la verità
A colloquio con Ennio Remondino
di Enrico Pulcini

Conservare il senso di paura e, soprattutto in Paesi come l’Afghanistan dove i capovolgimenti di fronte portano ad una frammentazione del fronte, aspettarsi di tutto. Parola di Ennio Remondino, forse il più noto tra gli inviati di guerra Rai (ormai celeberrime le sue corrispondenze sulla Guerra dei Balcani). Il giornalista, in questa intervista, ci parla dei rischi del mestiere, e di quello che è probabilmente accaduto in quella maledetta strada tra Jalalabad e Kabul, dove sono stati uccisi 4 inviati, tra cui Maria Grazia Cutuli del Corriere della Sera.

Sei da poco tornato dall’Afghanistan da dove hai svolto le prime corrispondenze tra le trincee dell’Alleanza del nord. In base alla tua esperienza quali sono effettivamente, in una scala da 1 a 10, i rischi per un giornalista inviato in quelle zone?

Diciamo innanzitutto che la situazione è cambiata dopo la caduta (tranne qualche roccaforte n.d.r) dei Talebani. Da quel momento è stato possibile, per chi voleva indagare sul campo lo stato della situazione, entrare nelle zone del conflitto ma, come spesso succede in questi casi, con una linea del fronte disintegrata e indefinita il rischio è cresciuto tantissimo, direi fino a 10.

Siamo ancora costernati per l’uccisione dei 4 giornalisti, tra cui l’inviata del Corriere Maria Grazia Cutuli. L’episodio dimostra che il reporter di guerra è, anche nell’era dei conflitti d’intelligence e dell’antrace, un professionista ad altissimo rischio.

Soprattutto in una situazione come quella in Afghanistan dove, ripeto, la frammentazione del fronte ha portato ad un’anarchia ancora più diffusa. Molte zone del Paese, tra cui la strada tra Jalalabad e Kabul (dove sono stati uccisi i giornalisti n.d.r) sono sotto il controllo di bande di predoni e soldati allo sbando, coloro che ha incontrato Maria Grazia Cutuli. In base alle prime ricostruzioni dell’accaduto sembra chiaro che i colleghi abbiano avuto a che fare con un gruppo banditesco che ha ucciso, forse, anche a scopo di rapina.

Conoscevi Maria Grazia Cutuli?

L’avevo vista nei miei viaggi come inviato Rai, ma non la conoscevo. Conoscevo invece lo spagnolo Fuentes, un mostro del reportage, il miglior giornalista inviato in zone di guerra che io abbia mai conosciuto.

Cosa scatta nella mente di un giornalista inviato quando si viene mandati in una zona di guerra? Quando si attiva lo stimolo di andare oltre i programmi e le situazioni, e rischiare per scoprire quello che nessuno sa?

Non è facile rispondere. Comunque sia la curiosità può fare brutti scherzi. Quando l’evento si svolge a pochi passi da te vuoi esserci assolutamente. Si può fare questo paragone e, al tempo stesso, proporre un test: quando si scorge, e succede a volte in una situazione di viaggio guidando un’automobile, in lontananza un incendio, si passa con indifferenza o si va a vedere cosa sta accadendo? Ecco, io non credo che una persona in possesso di uno “spirito giornalistico” rinunci alla curiosità di andare a vedere il fatto.

Quali sono i consigli, sulla sicurezza personale, per un reporter inviato in zone pericolose?

Conservare una sana e legittima dose di paura; tenere sotto controllo la paura; mai spostarsi isolati, muovendosi possibilmente in gruppo e su convogli; lasciare sempre tracce di sé.

Fonte: Infocity