Rida, la voce di Kabul «Caro diario, oggi va in onda la libertà» 

1 dicembre 2001   

«Buonasera, ecco le ultime notizie»: per cinque anni Rida Azimi, 25enne speaker di teleKabul, non ha potuto pronunciare questa frase. L’ha fatto 48 ore dopo la fuga dei talebani dalla città, quando radio e tv sono tornate a trasmettere. Ecco il diario dei suoi primi cinque giorni di libertà.

Lunedì, 12 novembre. 
Oggi, proprio come in questi ultimi cinque anni, sono rimasta a casa e ho lavorato nel mio salone di bellezza segreto. Vivo in un piccolo appartamento alla periferia di Kabul insieme a mio fratello, alle mie due sorelle e a mia madre, e ogni giorno alcune donne vengono per farsi sistemare i capelli. Non ho una vera e propria preparazione in questo campo, mia zia però mi ha insegnato l’indispensabile. Nei primi anni ’90 ero direttrice di una rivista sui diritti delle donne e ho tenuto qualche discorso sul ruolo delle donne in Afghanistan. Poi i miei amici mi hanno incoraggiato ad andare alla televisione: secondo loro avevo una bella voce e così sono diventata speaker. Ma poi sono arrivati i talebani e con loro tutto è finito. Siamo stati costretti a restare in casa. Alle donne era proibito lavorare. Ho anche preso in considerazione l’idea di recarmi all’estero, ma non avendo i soldi per farlo ho deciso di aprire il salone di bellezza. Oggi, nel giorno delle sue nozze, è venuta da me Farida. Con l’acconciatura giusta e il trucco perfetto l’ho trasformata in una bellissima sposa. Sapevamo che qualche cosa stava succedendo con i talebani. Farida mi disse di essere una sposa fortunata, perché proprio nel giorno del suo matrimonio stava cambiando il governo. Poi, di notte, abbiamo visto i talebani lasciare la città. Sono scesa in strada con tutta la mia famiglia e i vicini. Era buio, ma riuscii a vedere delle macchine - erano camionette, fuoristrada - che in piena notte stavano passando a tutta velocità. Dietro sedevano i soldati talebani con i loro fucili. Mentre assistevamo a queste scene, mi sono tolta il burqa e l’ho gettato. Le donne in strada gioivano e abbiamo continuato a congratularci l’una con l’altra.

Martedì, 13 novembre. 
Quando mi sono svegliata questa mattina, un uomo stava girando nel nostro quartiere con un’ambulanza facendo annunci attraverso un altoparlante. Ho sentito la voce del nuovo governo e allora ho capito. Parlava la lingua Dari, la nostra lingua e non quella Pashtu dei talebani, lingua in cui venivano trasmessi i programmi radiofonici della loro emittente Voice of Sharia. Quella voce non mi era mai piaciuta. La voce oggi diceva: «Siete liberi». Intorno alle 17 Humayon Rawi, il mio ex capo e direttore della tv di Kabul, ha bussato alla mia porta. L’ho rivisto per la prima volta dopo cinque anni. E’ entrato e mi ha detto che avrei potuto tornare al lavoro.

Mercoledì 14 novembre. 
Oggi sono tornata in ufficio per la prima volta. Non mancava nessuno. Sulle pareti c’erano molti cartelli lasciati dai talebani, li abbiamo tolti tutti oppure abbiamo reso illeggibili. Fuori dal mio ufficio, dove c’era scritto «Voice of Sharia», abbiamo sbarrato la parola «Sharia». L’ufficio in cui si trovavano le apparecchiature tecniche è stato saccheggiato dai talebani in fuga, e questo ci ha causato non pochi problemi il primo giorno.
Un altro ostacolo era dovuto alla nostra antenna parabolica, distrutta durante i combattimenti tra mujaheddin nei primi anni Novanta. Sul tetto, abbiamo installato una piccola antenna con una parabola crivellata dai proiettili. Il nostro trasmettitore ha una potenza di soli 10 watt e non riesce a coprire l’intera città di Kabul. Qualcuno ha realizzato un programma serale per i bambini, ed io ho preparato un messaggio apposta per loro. La sera ho letto il messaggio alla radio, dicendo ai bambini che adesso rappresentano il nuovo Afghanistan, che sono liberi, e che potranno tornare a scuola, riferendomi soprattutto alle bambine.
Alle 19 ho letto le notizie al telegiornale. Le mie prime parole sono state per gli spettatori: «Sono felice che abbiate riconquistato la libertà».

Giovedì, 15 novembre. 
Questa mattina sono uscita e tutto sembrava così diverso. La gente che ho incontrato per strada mi ha riconosciuta. Nel mio salone di bellezza c’erano più clienti del solito e per il momento dovrò tenerlo aperto, ma alle ore 18 mi sono recata in tv per il notiziario della sera. Un piccolo gruppo di cronisti raccoglie le notizie, e di solito redigo personalmente i miei testi. Questa sera il notiziario è durato circa 10 minuti e abbiamo letto anche notizie dall’estero. Non abbiamo parlato dei combattimenti. Credo che molte persone, proprio come me, vogliano solo che nel Paese torni nuovamente a regnare la pace.
All’emittente non ci pagano ancora lo stipendio. Non ho molti soldi, ma questo è il mio lavoro e il fatto di non percepire alcun compenso non conta. Quello che conta è che adesso siamo liberi.

Venerdì, 16 novembre. 
Giorno festivo per noi musulmani. Abbiamo mandato in onda della musica e un film francese, ma io a casa non ho potuto vederlo perché non ho il televisore.
All’incirca due anni fa, i talebani si sono presentati alla nostra porta e si sono accorti che stavamo guardando la tv. Hanno preso il televisore, lo hanno portato in strada e lo hanno sfasciato. Forse uno dei nostri vicini ci ha tradito.
I talebani erano così. Un giorno mentre mi trovavo per strada un talebano mi vide e mi disse che le mie maniche erano troppo corte. Mi picchiò dicendomi di essere un membro del Ministero per la difesa delle Virtù e per la prevenzione dei Vizi.
Oggi alla radio abbiamo mandato in onda musica afghana del cantante folk Abdullah Muqari. E’ la prima volta che facciamo ascoltare musica dal giorno in cui i talebani hanno preso il controllo della città. Mi ricordava Ahmad Zahir, il nostro cantante più famoso, ucciso molti anni fa. Durante il regime dei talebani noi donne avevamo organizzato incontri segreti per ascoltare la sua musica. Giungevamo da ogni parte, nascoste sotto i nostri burqa . I talebani non ci hanno mai scoperto. Leggevamo poesie sulla sua musica e ascoltavamo le sue parole. «Un giorno morirò». Oppure: «Questo mondo non può sostenere il mio dolore».

Sabato, 17 novembre. 
Oggi sono così felice da non preoccuparmi delle faccende domestiche da sbrigare. Ho trascorso la giornata in ufficio. Abbiamo fatto una grande riunione per discutere dei cambiamenti e del lavoro futuro alla radio e alla televisione. C’erano solo due donne, ma abbiamo parlato comunque del ruolo della donna all’interno dell’emittente. Adesso più donne fanno la fila davanti ai nostri uffici per avere un posto di lavoro. Il futuro non è certo, ma adesso ci sentiamo più liberi. La nostra responsabilità è quella di lavorare per la nostra gente e l’idea mi entusiasma. Ma ogni tanto penso anche al futuro e a quanto mi piacerebbe lavorare all’estero, dove regna la pace, non ci sono guerre e ci sono maggiori opportunità di lavoro per gente come noi.

(l’articolo è stato pubblicato per la prima volta su The Guardian )
(traduzione di Claudia Ansalone)

Fonte: Il Corriere della Sera