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Longhi (Tg1) e Mentana (Tg5): «Meglio mostrare e spiegare»
I due direttori: «Quel materiale deve andare in onda con la mediazione giornalistica»
di Paolo Conti (da Il Corriere della Sera)

11 dicembre 2001

Il video in cui Osama Bin Laden certifica il suo diabolico ruolo nella tragedia dell’11 settembre (secondo il direttore della Cia sarebbe la «pistola fumante», ovvero la prova provata) va senza dubbio trasmesso in tv. E non solo per ragioni legate all’etica dell’informazione e della comunicazione ma soprattutto perché «cancellarlo» provocherebbe gravi contraccolpi nell’opinione pubblica che ormai sa dell’esistenza di quel videomessaggio di 40 minuti. Meglio mostrare e spiegare che tacere o, peggio, nascondere: parola dei direttori dei più importanti telegiornali italiani e degli studiosi di sociologia e di comunicazione di massa.
Dice Albino Longhi, direttore del Tg1: «Penso subito a Luigi Einaudi quando sosteneva nelle sue "prediche" che nel giornalismo il rischio del conformismo e dell’autocensura va evitato come una tentazione. Un concetto espresso tanti anni dal cardinal Carlo Maria Martini... un gran liberale laico e un gran cattolico a distanza di tanto tempo sostengono lo stesso argomento». E quindi? «Quindi se quel materiale fosse disponibile dovrebbe andare in onda. Le notizie non possono essere censurate. Certo occorrerebbe una mediazione giornalistica. Il Tg1 cioè lo utilizzerebbe nei modi e nelle forme che appartengono alla responsabilità di un mezzo invasivo e pervasivo come è la tv»
I caratteri delle persone sono diversi. Infatti il diretto concorrente di Longhi, cioè il direttore del Tg5 Enrico Mentana, usa espressioni ancora più forti: «Non trasmettere quel filmato sarebbe omertà informativa. Per me non esiste alcun motivo al mondo per non utilizzare materiale che prova in maniera decisa la diretta responsabilità di quell’uomo nella strage di New York». Qualcuno, e non solo negli Stati Uniti, teme l’effetto-mito, concedendo tanto spazio in tv agli argomenti di Osama Bin Laden... «Secondo me è una grande sciocchezza. Io stesso, vorrei fare un esempio che mi riguarda, ho intervistato Priebke. E non c’è nessuno più distante da lui di me. Sfortunato quel Paese che lascia spazio informativo solo ai "buoni" e a chi la pensa "bene". Poi mi chiedo: in queste settimane abbiamo registrato in tante parti del mondo lo scetticismo di chi metteva in dubbio il reale coinvolgimento di Osama nell’attentato dell’11 settembre. Cosa facciamo, adesso abbiamo la prova principe e non la mostriamo? Una follia. La libera stampa occidentale mostrò Hitler per quel che era: così lo fece conoscere e lo relativizzò. Lo stesso dobbiamo fare noi con quest’uomo».
Proprio a proposito della possibile mitizzazione di Bin Laden, Alberto Abruzzese, professore di Sociologia della comunicazione di massa e preside della facoltà di Scienze della comunicazione dell’università romana «La Sapienza», parla quasi della responsabilità di «messaggio globale» da parte del governo di Washington: «Gli Stati Uniti hanno tentato di radicalizzare lo scontro con la persona Osama. Ricorrere a forme di controllo dei media o di governo della comunicazione ricorrendo al più semplice degli strumenti, cioè l’oscuramento, oltre a rappresentare un eccesso di censura suggerirebbe l’idea di impotenza e di debolezza. Invece mostrare il video, spiegarlo, contestualizzarlo equivarrebbe a minimizzare il ruolo di Osama, evitare la possibile nascita di una mitologia intorno a questo personaggio. E poi è arduo immaginare una decisione così complessa. Ormai il mondo è composto da una grande comunità di pubblico televisivo: difficile immaginare una ragion di Stato che sottragga le notizie a quella comunità».
Tesi molto simile da quella di Mario Morcellini, direttore del dipartimento di Sociologia e comunicazione della stessa Università: «Da un mese stiamo conducendo uno studio sulle rappresentazioni della guerra da parte del mondo della comunicazione. Dalle nostre interviste risulta chiaramente che la gente ha la netta sensazione che le informazioni sul conflitto siano in parte nascoste oppure sdrammatizzate. Problema gravissimo. Se si diffonde un sospetto così grave, viene meno uno dei pilastri della trasparenza di una democrazia che è la libertà di informazione. In altre parole: non trasmettere quel video distorcerebbe il ruolo di interposizione tra società e potere che ha il giornalismo. E il danno sociale complessivo sarebbe enormemente superiore alla piccola riduzione di stress rappresentato dalla "negazione" del video».

 


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