19
dicembre 2001
JALALABAD
(Afghanistan orientale) - Ieri mattina davanti
all’hotel Spinghar di Jalalabad noi giornalisti presenti
abbiamo posto una lapide in memoria di Maria Grazia Cutuli,
assieme a Julio Fuentes del quotidiano spagnolo El Mundo e
ai due giornalisti della Reuters , l’australiano
Harry Burton e l’afghano Azizullah Haidari, assassinati
sulla strada per Kabul il 19 novembre. È una lapide semplice,
in marmo bianco e i caratteri incisi dipinti di nero fatta da
un artigiano locale, che vuole ricordare anche «tutti i
giornalisti morti in Afghanistan».
Succedeva proprio un mese fa, il 19 novembre: quando le auto
su cui viaggiavano i giornalisti (erano diretti a Kabul dalla
cittadina orientale di Jalalabad) sono stati fermate. I
quattro sono stati fatti uscire dalle vetture, insultati,
uccisi e rapinati da un gruppo di malviventi. Maria Grazia e
Fuentes avevano appena pubblicato sul Corriere su El
Mundo uno scoop internazionale: avevano scoperto un
deposito di gas nervino in una base abbandonata di Al Qaeda.
Tre i testimoni dell’assassinio. Il primo è Homayun, 28
anni di Jalalabad, il traduttore che viaggiava sull’auto con
Maria Grazia e Julio. In un primo tempo era stato dato per «scomparso»,
per qualcuno il suo caso era diventato un giallo. Ma Homayun
quel giorno, tornando a Jalalabad, si era sentito in colpa,
aveva avuto paura delle ripercussioni sul suo lavoro di
traduttore che si vede uccidere i clienti davanti agli occhi
senza poter fare nulla e, al posto di andare a parlare con i
giornalisti assiepati allo Spinghar, se n’è tornato a casa.
Ma quel giorno sulla via del ritorno almeno a un giornalista
raccontò ciò che aveva visto, era Michael Lev, del Chicago
Tribune , che tra l’altro in parallelo a un collega
americano, Chris Tomlinson dell’ Associated Press ,
coraggiosamente organizzò un piccolo convoglio per andare a
vedere che cos’era capitato ai quattro colleghi. Entrambi
furono però fermati dagli stessi mujaheddin che li
accompagnavano, impauriti dalle notizie di rapine, violenze e
spari nella zona di Sarobi dov’era avvenuto l’assassinio
(ieri il nuovo premier afghano Karzai in visita a Roma ha
garantito il «massimo impegno» per trovare i colevoli della
strage) e dal sopraggiungere della notte.
Il secondo testimone è Ashuqullah, 26 anni di Jalalabad, il
taxista incontrato per la prima volta da Maria Grazia e
Fuentes alle 8 del 19 novembre. «Quella mattina mi chiesero
notizie su Kandahar e Tora Bora. Dissi che erano ancora città
rischiosissime». Ashuqullah non crede all’ipotesi del
complotto, e cioè che Maria Grazia e Julio siano stati uccisi
da sicari di Al Qaeda decisi a punirli per lo scoop sul gas
nervino: la decisione di dirgersi verso Kabul venne presa
soltanto poche ore prima dell’agguato. Non ci sarebbe perciò
stato tempo di organizzare la vendetta.
«In quei giorni nel Paese regnava l’anarchia, era la fine
del regime dei talebani. Ma c’era chi aveva percorso senza
problemi la strada Jalalabad-Kabul nei due sensi, solo e di
notte. La morte dei colleghi segnò una svolta nei nostri
comportamenti», ha detto Ron Tempest, del Los Angeles
Times , che era in un’auto al seguito di quella delle
vittime.
Terzo testimone è Turyali, 33 anni, l’autista che aveva a
bordo i due inviati della Reuters insieme
all’interprete Faruq. Ecco dunque la cronaca
dell’assassinio secondo la testimonianza dell’autista di
Maria Grazia e Julio (concorda con quella di Turyali): «Durante
il viaggio l’atmosfera è rilassata. Julio dormicchia. Maria
fuma e mangia pistacchi che offre a tutti. Ci fermiamo solo
una volta: lei fotografa una carovana di cammelli. Ci sono
altre auto di giornalisti davanti e dietro. Ma non è una
colonna organizzata, ognuno va alla velocità che preferisce.
Viaggiamo circa a 40 all’ora nella zona di Sarobi verso le
11.30 della mattina quando siamo fermati da otto uomini
armati. Tre si avvicinano alle porte e dicono:
"Fermatevi, poco avanti i talebani sparano". Vedo un
pulmino che arriva da Kabul, in senso contrario al nostro.
Loro lo fermano, ma ci sono diciotto passeggeri afghani,
nessuno straniero, e li lasciano ripartire. Io vorrei chiedere
informazioni all’autista. Ma gli aggressori me
l’impediscono. Ordinano invece a Maria e Julio di uscire.
Lei prima vorrebbe tornare indietro. Poi esce obbediente. E’
calma, con le braccia conserte. Julio invece resiste, grida
contro chi cerca di strapparlo fuori dall’abitacolo. Intanto
hanno fermato anche l’auto di Turyali. I quattro giornalisti
vengono quindi spinti verso il lato della strada, due degli
uomini armati indicano che li vogliono portare in alto verso
le montagne. Julio resiste ancora. Allora gli tirano una
pietra, lui si ripara il viso, è colpito leggermente al
costato, lo picchiano con il calcio dei kalashnikov. Da quel
momento tutto precipita, prima sparano a lui dal davanti, non
una raffica, piuttosto diversi colpi singoli. Poi a Maria
Grazia, che al primo sparo contro Julio per ripararsi è quasi
scivolata a terra, infine sparano in tanti, almeno quattro
mitra contro tutti. Ma io sto già scappando in auto e non
vedo più nulla. Loro vengono verso di me e chiedono: "Di
chi sono le auto, vostre o degli stranieri?". Quando gli
diciamo che siamo noi i proprietari, prendono rapidamente una
borsa di Maria Grazia dal sedile posteriore e se ne vanno. È
avvenuto tutto in meno di cinque minuti». Ma chi sono gli
aggressori, banditi oppure talebani, arabi di Al Qaeda?
Ashuqullah dice: «A me hanno chiesto di recitare i primi
versi in arabo della preghiera musulmana. Non hanno detto di
essere talebani ma hanno apostrofato duramente il traduttore
perché si era tagliato la barba (avevano fatto lo stesso
mezz’ora prima con l’autista di Chris Tomlinson che
viaggiava da Kabul, ndr). Alcuni avevano il pacol ,
copricapo dei mujaheddin , ma altri portavano le fasce
sulla testa nello stile talebano. Due parlavano pashtun con
accento contadino. Però quattro stavano zitti, con il viso
coperto, dalla carnagione potevano anche sembrare sudanesi».
I quattro corpi verranno recuperati la mattina dopo verso le 8
da un convoglio scortato da un’ottantina di mujaheddin
partiti prima dell’alba da Jalalabad. Derubati, privi delle
scarpe, ma ancora vestiti.
Fonte:
Il Corriere della Sera
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