19
dicembre 2001
D.
Esiste una guerra visibile e una invisibile in Afghanistan?
R. Il problema della visibilità
della guerra è, per la verità, la cosa che mi preoccupa di
meno perché la guerra è visibilissima. Io non sono fra quei
giornalisti che si lamentano perché non vedono la guerra
abbastanza da vicino. E tra l'altro non credo che sia questo
il problema, perché non è una questione di andare a mettere
il naso sotto i bombardieri che buttano le bombe. Non è
questo il problema. Il problema è: la guerra si vede
benissimo, quello che manca è capire che cosa significa
questa guerra, perché viene fatta e che scopi ha. Questo sì
che non è visibile. E questo è largamente manipolato. E
sarebbe meno manipolato se ci fossero dei giornalisti capaci
di decifrare i messaggi che vengono dai poteri, non dalla
guerra in sé, dai bombardieri. Una seconda questione riguarda
la comprensione dei fenomeni sul campo. Nel caso specifico
l'Afghanistan è una civiltà, una cultura completamente
diversa dalla nostra e sarebbe augurabile che i giornalisti
che vanno lì ad illustrare quello che accade sapessero di che
cosa si tratta.
Spesso non conoscono né la geografia, né la storia anche
recente, né la cronaca di questo paese: come possono essere
dei buoni raccontatori e cronisti se non hanno criteri di
interpretazione, se non sanno distinguere le forze in campo?
Quindi la visibilità è l'ultimo problema: il primo problema
dell'informazione è capire quello che succede e capire coloro
che sono impegnati in questo conflitto, lo soffrono, lo
vivono, lo partecipano e questo è decisivo per capire anche
tutto il resto.
D. Secondo te la motivazione
data della guerra come 'guerra al terrorismo' è una
giustificazione che ha convinto l'opinione pubblica italiana e
quella americana?
R. Quella americana sicuramente
sì, a giudicare dai sondaggi di opinione e purtroppo anche
dalle reazioni del mondo intellettuale. Salvo qualche
eccezione, praticamente tutta l'intellighenzia americana ha
accettato le spiegazioni che le sono state date. Peccato,
perché secondo me quelle spiegazioni sono largamente
insufficienti. È chiaro, comunque, che ci ha creduto la
stragrande maggioranza dell'opinione pubblica americana ed è
anche comprensibile perché il paese è stato duramente
colpito nella sua percezione della propria sicurezza
nazionale. Un po' meno è stata accettata la dizione di guerra
al terrorismo in Europa e meno che mai in Italia. Mi sembra
che in Italia ci sia un'opinione pubblica che ha reagito molto
criticamente, non accettando le spiegazioni date, o
accettandole con riserva. Più o meno tutti percepiscono che
la cosa è più grave di quello che appare, molti capiscono
che l'argomentazione della lotta al terrorismo non spiega il
comportamento degli Stati Uniti e quindi che c'è dell'altro.
Una parte (forse un'altra metà) invece ha accettato tutto così
com'è, come accetta qualunque altra cosa che viene dai media.
Cioè c'è una parte della popolazione che è già stata in
qualche misura intellettualmente 'lobotomizzata', che non ha
strumenti per difendersi e che è costretta a nuotare in un
mare informativo che non vede e dal quale non riesce a
prendere le distanze, perché non ha strumenti di
interpretazione del messaggio, e quindi ne è puramente e
semplicemente oggetto.
Si potrebbe usare un'espressione più forte: vittima del
messaggio. Perché questo non è un messaggio né neutro, né
oggettivo, né vero: è un messaggio falso, prostrato agli
interessi di coloro che hanno i poteri e ovviamente neanche
obiettivo. Quindi si tratta da vittime: milioni di persone che
sono sottoposte a questo flusso del quale non conoscono le
motivazioni, il meccanismo, il funzionamento e assorbono
quello che arriva.
Naturalmente questo significa dire che più si estende questo
messaggio e la sua influenza, meno ha valore un discorso sulla
democrazia. Cioè riconoscere questo significa dire
implicitamente e inesorabilmente giungere alla conclusione che
gli spazi di democrazia si stanno riducendo. In Italia c'è
una società che per ragioni storiche ha tradizionalmente
sviluppato una dialettica politica molto ricca e una società
civile molto ricca che continua, pur affievolendosi, a
influenzare parte rilevante dell' opinione pubblica.
Altri paesi, che non hanno avuto tutto questo, sono molto più
indifesi e sono già stati travolti da questo fiume
informativo che ha azzerato o ridotto quasi a nulla la
democrazia. In Italia esiste questa resistenza che si va
affievolendo perché lo strapotere dei mezzi di comunicazione
è tale che i loro metodi, le loro forme, le immagini e i loro
concetti diventano dominanti, però c'è ancora uno spazio
democratico su cui si può lavorare per frenare questo
processo degenerativo e in prospettiva tentare di ricostruire
un'offensiva democratica, diciamo così, per il controllo
democratico dei media. Questa possibilità in Italia ancora
esiste anche se il contesto mondiale non è rassicurante,
perché i processi che sono andati avanti di concentrazione e
di dominio del sistema della comunicazione di massa in
pochissime mani rende la battaglia molto difficile ed anche
pericolosa, perché è pericoloso mettere il piede in questi
ingranaggi. Però è un terreno di risposta che io ritengo
inevitabile, a meno di non arrendersi.
D. C'è secondo te un filo,
anche dal punto di vista comunicativo, che lega Seattle,
Praga, Genova, l'11 settembre e Kabul?
R. In qualche misura c'è. Ti
rispondo per come l'ho vissuta io. Ho scritto il libro
'Afghanistan, anno zero' dopo il viaggio di febbraio scorso,
fra marzo e aprile con Vauro lo abbiamo scritto. In quei mesi
avvertivo che una crisi si stava avvicinando. Non immaginavo
quale sarebbe stata, ma la avvertivo. Infatti, nel libro
scrivevo che i talebani erano ormai in crisi e potevano
crollare da un momento all'altro. L'editore, quando decidemmo
di fare il libro,
si chiedeva e mi chiedeva se non saremmo arrivati fuori tempo
massimo pensando che sull'Afghanistan non si sarebbe poi detto
molto altro. Io ero convinto che in ottobre-novembre sarebbe
avvenuto un disastro. Dietro questa previsione c'era una
profonda riflessione. Dopo questo passaggio io sono andato a
Genova, perché intuivo che Genova sarebbe stato un
appuntamento molto importante, ho visto gli eventi di Genova e
tra l'altro nel libro che ho scritto subito dopo le giornate
di Genova racconto ai lettori che una delle ragioni che mi
avevano portato a Genova era stata la lettura del libro di
Karl Kraus Gli ultimi giorni dell'umanità. Dopo aver visto
gli eventi di Genova io ho cominciato a riflettere su quello
che era accaduto lì: cioè mi sono reso conto di quello che
stava accadendo, non tanto e non solo la repressione, quanto
il distacco abissale tra i poteri e la gente. Quello che mi
sembrava di vedere chiarissimo era una personificazione di una
tremenda scollatura: da un lato la gente che confusamente
avverte il pericolo, anche a livello istintivo, dall'altro un
sistema di governo che rende gli uomini che hanno il potere
lontani dal resto del mondo. Quelle barriere fisiche che erano
state innalzate intorno alla zona rossa erano l'immagine
visibile di uno stato che non poteva stare in equilibrio:
quello spettacolo non mi faceva pensare a un mondo in pace, mi
faceva apertamente pensare a un mondo che stava andando verso
la guerra.
Per tornare alla tua domanda, quello che voglio dire è che c'è
una continuità. In realtà se uno provava a mettere insieme
tutti i segnali che arrivavano, erano tutti segnali di guerra,
di crisi, di un dramma terribile che si sta consumando.
Quello che è avvenuto dopo non fa che confermare che questi
segnali erano evidenti: i movimenti di Seattle, di Genova, di
Assisi sono, visti da un altro angolo visuale, tutti segnali
di allarme. Cioè la crisi produce effetti inevitabili che si
possono tenere nascosti, si possono comprimere, manipolare, ma
questi effetti hanno una valenza automatica. Inoltre la crisi
produce una risposta molteplice, multidirezionale. Quello non
è un movimento compatto, non è un partito. È una cosa molto
diversa, dove ci sono dentro striature di ogni genere:
praticamente ciascuna delle grandi sfide con le quali l'umanità
è confrontata, quella ecologica, quella dello sviluppo
sostenibile, la sfida dell'energia, quella dei diritti. Sono
tutte sfide che producono una reazione e nel movimento ci sono
tutte queste cose. Non un fiume, ma centinaia di fiumi diversi
dove confluiscono cose diverse, spinte e moralità diverse.
Questo movimento è una febbre, un sintomo di una malattia.
Questa malattia qualcuno ha deciso di curarla con la guerra,
con i bombardamenti. La follia più completa.
Quelli che stanno sul ponte di comando non capiscono che la
malattia va curata, non certo estirpata ammazzando il
paziente. Solo dei pazzi possono pensare di uscirne in questo
modo: e sono questi pazzi che comandano. Cosa possono sperare?
Di salvarsi? E i loro figli? Voglio dire che c'è un punto
oltre il quale l'aria è la stessa, anche immaginando visioni
fantasiose e apocalittiche di un mondo in cui i ricchi
vivranno sotto delle campane protette e infrangibili e
assolutamente impenetrabili al resto del mondo fatto di
formiche che tentano di assaltare le cupole. Io dico che non
può esserci pace senza un mondo solidale, senza un mondo che
si autogoverna. Si autogoverna con la partecipazione di tutti
e non solo dei più ricchi perché questo non è autogoverno,
è imposizione.
Noi abbiamo di fronte due varianti: l'impero, che si sta
costruendo attraverso la guerra e un mondo solidale, cioè un
nuovo ordine economico, morale intellettuale mondiale. Tutti
gli uomini dovrebbero essere portati a scegliere tra queste
due varianti: l'ostacolo che noi abbiamo è che non si può
scegliere se non si conosce. La chiave di tutto è lì: nel
poter conoscere le varianti.
E tutto quello che si fa nel sistema mediatico impedisce che
si arrivi alla consapevolezza delle alternative.
D. Secondo te c'è stata una differenza nella
rappresentazione mediatica di questo conflitto rispetto a
quelli recenti che lo hanno preceduto (Kossovo, Iraq)?
R. No, penso di no. La
rappresentazione di questa guerra è, se possibile, in modo più
massiccio e più esplicito la ripetizione del Kossovo.
Rispetto all'Iraq forse sì. In realtà penso che l'impegno
mediatico per la preparazione della guerra dell'Iraq è stato
debole. La guerra in fondo era una guerra di passaggio, perché
anche in quel momento il presidente Bush padre non era ancora
entrato nella logica dell'impero. Questa è la differenza. Ai
tempi della guerra dell'Iraq l'impero non era ancora formato,
perché l'Urss era caduta da poco e l'America non si era
ancora adattata all'idea di essere l'unico potere. Quindi il
presidente Bush era ancora parte del vecchio mondo e ha
costruito la guerra con i vecchi sistemi.
Nel caso della guerra del Kossovo e nel caso di questa guerra
la preparazione mediatica è stata decisiva. Non ci sarebbe
stata la guerra del Kossovo se non ci fosse stato un immenso
lavorio mediatico: qui sì consapevole, organizzato,
programmato, progettato minuziosamente.
E siccome il sistema mediatico è diventato determinante per
le decisioni degli stessi poteri, è chiaro che i poteri
stessi usano i meccanismi del sistema mediatico, non c'è da
stupirsi. Io vedo una differenza netta fra Saddam Hussein,
piccolo esperimento delle vecchie guerre e Milosevic e bin
Laden, che sono i grandi satana delle nuove guerre mediatiche.
Vorrei fare un piccolo esempio di come l'inganno mediatico
diventa parte di ogni rappresentazione del potere. Il
presidente Clinton quando incontrava Eltsin amava sempre
sottolineare il grande coraggio da lui mostrato salendo su un
carro armato contrapponendosi al potere autoritario del
partito comunista dell'Urss. La cosa è divertente perché
tutto l'episodio del carro armato è un esempio di inganno
mediatico: quando Eltsin salì sul carro armato sotto non
c'era il popolo, c'era un gruppo di giornalisti occidentali e
la sua salita, presentata come un atto eroico, è totalmente
ridicola, perché fu contrattata con i militari. Non solo non
c'era nessun pericolo, ma non c'era nessun atto clamoroso: era
solo un'immagine costruita per i giornalisti.
E i giornalisti infatti la costruirono, la ripresero, la
mostrarono al mondo e su questo presentarono Boris Eltsin come
l'eroe della libertà. Lo stesso Clinton spesso ha fatto nei
suoi discorsi su Eltsin riferimento a quell'immagine,
presentandola come la prova di un evento storico: un'immagine
falsa come prova provata di un evento storico. È talmente
assurdo, ma è così: alla fine Clinton finisce per crederci,
pur sapendo che è falsa.
Quando escogitano e progettano le loro operazioni
politico-militari, lo fanno in base alle immagini che hanno
introiettato loro stessi. Insomma noi stiamo vivendo in un
sistema virtuale che è falso e che influenza i comportamenti
di tutti. Un altro esempio più vicino a noi: i 'nostri'
parlamentari, che hanno bulgaramente votato per la guerra
hanno subito esattamente la stessa legge dello spettacolo.
Identica. Perché la gran parte di loro non sa per che cosa ha
votato.
D. Colpevolmente, però…
R. Colpevolmente perché sono
disonesti e hanno preso una decisione che riguarda il nostro
futuro senza neppure essersi documentati. Ma quello che voglio
dire, al di là di questo, è la questione che lì ci sono 600
persone che sono i nostri rappresentanti, che noi abbiamo
eletto perché loro interpretino le nostre esigenze che sono
in primo luogo vittime del sistema mediatico, al quale hanno
creduto. Questo circolo vizioso rischia di essere
assolutamente ingovernabile. Se persino quelli che dovrebbero
prendere le decisioni nelle periferie non sono capaci di
emanciparsi rispetto al messaggio mediatico, allora la cosa
diventa davvero molto preoccupante.
D. Un'ultima domanda. Tra
gli osservatori critici del sistema mediatico c'è la
sensazione che vi sia una censura su questa guerra. Quale
pensi sia la chiave di lettura: i reporters che sono pressati
dai direttori o che si autocensurano, oppure che raccontano
quello che vedono, ma non vedono tutto quello che ci sarebbe
da vedere?
R. In parte il problema sta
nella debolezza del sistema della formazione
politico-culturale-intellettuale degli stessi giornalisti. Si
richiederebbe un altro livello etico soprattutto e un altro
livello conoscitivo da parte di persone che hanno una così
grande responsabilità. In realtà credo che i maggiori
responsabili siano coloro che hanno in mano i media e cioè i
direttori, i capi delle strutture perché sono loro, in
definitiva, che fanno l'informazione. Sono loro che decidono
cosa la gente può e non può vedere. Ciò che la gente deve
vedere e ciò che non deve assolutamente vedere. Quindi la
responsabilità maggiore è negli staff dirigenti dei giornali
e delle televisioni. Dietro, naturalmente, ci possono anche
essere i proprietari, ma io mi chiederei anche perché questi
staff dirigenti si comportano in questo modo pur non ricevendo
per forza delle veline. Il caso della CNN di poche settimane
fa è quello che lo staff dirigente ha imposto delle veline ai
suoi giornalisti (di non mostrare immagini troppo cruente
della guerra in Afghanistan, ndr), ma lo staff non aveva
ricevuto a sua volta veline da qualcuno. Non hanno bisogno di
riceverle perché lo sanno già quello che devono dire,
automaticamente. Perché c'è una coazione generale che
stabilisce le regole. Questi uomini che dirigono i giornali
sono tutti a stretto contatto di gomito con i grandi centri di
potere: si consultano, si toccano, si guardano, si sorvegliano
vicendevolmente e basta una parola per capire da che parte si
deve stare. Non occorre che il direttore di un giornale dica
all'editorialista quello che deve scrivere: lo sa già. E se
non lo ha capito la prima volta non lo chiameranno più.
Nel caso specifico: l'America dice che ci vuole la guerra e
loro automaticamente sanno che si deve dire che ci vuole la
guerra. Ho testimonianze di numerosi colleghi, anche ad alti
livelli, che leggono con attenzione i giornali americani per
sapere qual è il messaggio che viene dai giornali americani e
poi lo applicano, nei dettagli anche.
E quindi, c'è un allenamento formidabile al quale questa
gente si sottopone. In più. Chi vuole fare carriera, sa quali
sono gli scalini che devono essere fatti: li impara cammin
facendo. Scalini che compiuti uno dopo l'altro lo fanno
diventare 'affidabile'. Affidabile vuol dire uno che non
sbaglia mai. Che sa sempre da che parte si deve collocare.
Ogni scalino è un passo nell'avvicinamento alla tua
affidabilità, cioè al fatto che tu devi capire che cosa devi
scrivere e che cosa non devi scrivere. Che cosa devi scegliere
e che cosa non devi scegliere. E quando sei arrivato in cima
tu sei un uomo totalmente affidabile e a quel punto tu sai a
memoria come ti devi schierare, in ogni momento e su ogni
questione. Dalla crisi dei magistrati alla guerra.
Non c'è bisogno a questo punto di dare loro la velina perché
la sanno automaticamente.
Quello che succede anche ora in Afghanistan, oltre al fatto
che come in tutte le guerre gli americani fanno in modo che
alcune cose non si possano vedere e dire, è che i direttori
ti dicono che devi scrivere certe cose e non certe altre. E
molti colleghi sono irritati di questo perché sanno che se
scriveranno in un certo modo i loro pezzi verranno pubblicati
in un certo modo, se scriveranno in un'altra maniera i loro
pezzi andranno in prima pagina. Considera che il discorso che
ho fatto prima sugli scalini non riguarda gli inviati sul
terreno: queste persone spesso subiscono degli ordini e se tu
scrivi delle cose un po' diverse da quello che dovresti
scrivere te lo fanno anche capire chiaramente. In un pezzo è
richiesto il 'colore', anche se viene dalla guerra. È
l'interpretazione degli eventi che ti viene imposta e in ogni
caso tu non sei quello che determina il contenitore: il
contenitore dove vanno a finire i tuoi pezzi lo determinano
loro e questo contenitore li può anche travisare.
Questo è quello che è successo anche a me con le mie
corrispondenze dalla guerra in Afghanistan: io facevo le mie
corrispondenze con il mio taglio, e poi loro sopra le mie
corrispondenze ci mettevano il commento di Gianni Rondolino
che se ne stava lì a disquisire su Tacito e sui grandi
storici della guerra dell'antichità romana e scriveva per lo
più delle pure scemenze.
Però i suoi commenti erano sopra il mio pezzo e non in fondo
alla pagina, per cui chi apriva il giornale leggeva prima
Rondolino e poi la mia corrispondenza.
E quello era un contenitore buono per far capire la guerra?
Neanche per sogno, perché Rondolino è un personaggio che
scrive quello che interessa ai padroni del giornale o altri,
io provavo a scrivere la verità su quello che avevo visto in
Afghanistan. Il lettore veniva sottoposto a una scelta che
sovvertiva il rapporto corretto: prima si imponeva il commento
e poi il racconto degli eventi. Il contrario della logica.
Quindi gli inviati che sono sul terreno fanno quello che
possono. Per quanto mi risulta nelle redazioni di tutti i
giornali ci sono molti giornalisti che sono insofferenti della
situazione alla quale sono costretti. Gente che non vorrebbe
altro che fare il suo lavoro un po' meglio, ma non glielo
lasciano fare. E quindi se ci fosse qualche sponda esterna che
li aiuta a difendersi sarebbe molto utile. Ma non sono loro il
problema centrale. Il problema centrale sono i gruppi
redazionali che comandano i giornali: quelli decidono, quelli
stabiliscono e i lettori sono soggetti a loro, come tutto il
resto del paese inclusi i loro giornalisti.
Insomma è lì che si deve puntare perché se si deve sparare
qualche bordata bisogna spararla lì.
Fonte:
www.altremappe.org
|