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«Nel cassetto altri dieci video di Osama»
intervista a Mohammed Jassin, direttore di Al Jazira

7 gennaio 2002

DOHA - «Non siamo spie, non lavoriamo per l'intelligence di nessun governo. Siamo giornalisti: se Osama bin Laden volesse concedermi un'intervista e io conoscessi il luogo esatto dove si trova, non lo rivelerei a nessuno». Barba brizzolata, sorriso charmant, fisico atletico da ex giocatore di pallavolo ben disegnato sotto il candido dishdasha, Mohammed Jassim scivola con eleganza molto araba ed efficienza molto yankee fra gli impegni dell'ennesimo frenetico pomeriggio da direttore del più popolare network televisivo d'inizio millennio. Nel suo ufficio all'interno della palazzina di Al Jazira, nell'immediata periferia di Doha, parla volentieri dei video che hanno choccato il mondo e reso bollenti gli indici d'ascolto della Cnn araba. «A decidere se un video deve essere trasmesso è un ristretto gruppo del quale oltre a me fanno parte il capo-redattore, il suo assistente e il capo della produzione. E sono solo ragioni giornalistiche che guidano le nostre scelte: se un video contiene notizie interessanti lo trasmettiamo, altrimenti no. Ho nel cassetto almeno altri dieci video di Osama che non contengono nulla se non ripetizioni di cose già dette o lezioni sul suo stile di vita, e che non abbiamo mai trasmesso. Ovviamente fino a qualche tempo fa era più facile ricevere i nastri. Dopo che gli americani hanno bombardato Kabul, spazzando via anche i nostri uffici oltre alle postazioni di Al Qaeda, i collegamenti sono più difficili, ma attraverso il Pakistan qualcosa continua ad arrivare». A Kabul, sostiene Jassim, le «consegne» avvenivano in maniera anonima, per iniziativa dei taleban: «Qualcuno li consegnava a una guardia all'ingresso dei nostri uffici dicendo che erano molto importanti. Ma noi non ne sapevamo nulla. Nel caso del primo video abbiamo capito che si trattava di Bin Laden solo quando abbiamo messo il nastro nel videoregistratore e acceso la tv. E' stata una sorpresa anche per noi». Dal momento a cui arriva un nuovo video alla sua messa in onda possono passare poche ore o giornate intere: «Per decidere a volte è bastato un quarto d'ora, altre volte un'ora. Spesso invece abbiamo dovuto ritardare la trasmissione perché i nastri non sono tutti uguali, a volte sono registrati in maniera molto scadente. Ci è capitato di dover andare al mercato per acquistare un lettore video particolare perché le nostre attrezzature sono troppo moderne».
Gli studi di Al Jazira sorgono nello stesso complesso che ospita quelli, assai più imponenti, della tv di Stato del Qatar, dalla quale Jassim, che lavora nella televisione dal 1972, proviene professionalmente. Al Jazira è una compagnia privata, ma finanziata dal governo, e prima di riceverci Jassim ha avuto un lungo meeting con il proprietario di Al Jazira, un membro della famiglia reale al potere in Qatar, gli Al-Thani. Difficile pensare che l'«azionista di riferimento» non eserciti pressioni di qualche tipo: «No, non accade mai. Nessuno visiona preventivamente i video, tranne i miei reporter. Le nostre decisioni sono libere, scegliamo noi quando trasmetterli e come, altrimenti perderemmo la credibilità che siamo riusciti a conquistarci in questi anni, metteremmo a rischio un'audience che invece continua costantemente a crescere. Dovete anche considerare che rispetto a quanto avviene in molti Stati arabi, dove ai giornalisti viene praticamente impedito di muoversi, in Qatar è facile lavorare. C'è molta libertà e la situazione migliorerà ancora nel giro di un paio d'anni, quando avremo il primo Parlamento eletto nel nostro Paese e verrà abolito il ministero per l'Informazione». C'è però chi si è mosso, ufficiosamente ma pesantemente, perché Al Jazira bloccasse i video di Osama: «Nessuno mi ha mai telefonato direttamente, però so con certezza che il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha dato istruzioni a numerose aziende, come la Pepsi Cola, la General Electric e molte altre di tagliare la pubblicità su Al Jazira. Abbiamo avvertito questa sorta di pressione indiretta che si è sviluppata anche attraverso gli articoli dei media occidentali. Ma noi ci preoccupiamo solo di fornire un´informazione completa, di mantenerci indipendenti. Cioè seguiamo e mandiamo in onda tutte le conferenze stampa di Bush, o dei suoi alleati in Europa, e riserviamo lo stesso trattamento a Bin Laden. Perché dovremmo nascondere le notizie? Abbiamo le nostre fonti, e non le riveliamo, come del resto farebbe qualsiasi giornalista occidentale, ma non abbiamo rapporti diretti con Al Qaeda. Uno dei miei reporter a Kandahar da venti giorni sta vivendo in condizioni molto critiche, anche a rischio della vita, perché al momento gli afghani non vedono certo di buon occhio gli arabi. So che quelli di Al Qaeda probabilmente stanno cercando di farci arrivare nuovo materiale, ma non riescono a raggiungerci. E se sapessi che Osama mi vuole per un´intervista andrei di corsa, anche a costo di restare bendato per un giorno intero». In Europa e negli Stati Uniti si è molto discusso se attraverso segnali nascosti nei video Bin Laden cercasse di dare istruzioni agli agenti di Al Qaeda «dormienti» in Occidente: «Non credo proprio - sorride Jassim -. E del resto che bisogno ci sarebbe? Il suo messaggio è molto chiaro: vuole incitare la gente a fare la guerra all'America, non ha bisogno di codici segreti».

Fonte: La Stampa 

 


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