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15 febbraio
2002
Noam
Chomsky si trova da ieri in Turchia. Oggi risponde al
tribunale di Istanbul sull'accusa di "istigazione al
separatismo" rivolta all'editore turco di un suo saggio
su "Prospettive di pace in Medio oriente", al bando
in Turchia insieme al pamphlet "Libertà di pensiero
2001", ripubblicato in segno di sfida.
Il linguista statunitense proseguirà domani fino a Diyarbakir,
ospite della "Piattaforma per la democrazia". Alla
vigilia del viaggio l'agenzia kurda Meha lo ha intervistato.
Secondo il diffuso quotidiano turco Hurriyet la sua
decisione di recarsi in Turchia ed a Diyarbakir è parte di
una campagna antiturca connessa alla petizione sulla lingua
kurda, che ha condotto finora all'arresto di duemila dei
quindicimila studenti firmatari e che sarebbe organizzata dal
Pkk.
Nulla di più lontano dalla verità. Non ho avuto alcun
contatto con il Pkk né con gli studenti kurdi, la cui
rivendicazione considero peraltro assolutamente legittima
anche ai sensi della Costituzione turca e da sostenere con
forza. Del resto mi stupisco dello stupore. E' mio diritto e
dovere assistere ad un processo basato su un'operazione
infame. E' sotto accusa una comunicazione universitaria in cui
mi riferivo alle relazioni turco-americane e in particolare al
sostegno Usa alla repressione dei kurdi, negli stessi termini
usati dalle organizzazioni internazionali di tutela dei
diritti umani e dai più attendibili osservatori - ad esempio
quel Jonathan Randal, corrispondente del Washington Post,
il cui lavoro è al bando in Turchia al pari del mio. Una
volta in Turchia, terrò conferenze ed incontri né più ne
meno di quanto faccio negli Usa, in India e in Pakistan o
nella mia prossima visita in Brasile.
Lei ha viaggiato molto. Si
è sentito accusare altrove di fare propaganda antinazionale?
Certo che è capitato: nell'Unione sovietica le mie ricerche
anche in campo linguistico erano vietate, così come in
Argentina ai tempi dei generali neonazisti. Spesso mi si
attacca sulla stampa di paesi retti da governi autoritari o su
fogli dell'estrema destra. Ma persino nei paesi retti dalle
dittature più brutali resta inteso che il visitatore
straniero ha diritto di dire ciò che pensa e scrive. Solo chi
non ha alcuna nozione della democrazia può parlare di
"propaganda sovversiva".
Si è scritto che il suo
viaggio vuol essere un test del grado di libertà in
Turchia.
Chi l'ha scritto ha un triste concetto della Turchia e
della libertà, e offende i suoi cittadini. I soli criteri di
giudizio che conosco sono quelli fondati nell'epoca dei Lumi e
affinati nelle società democratiche. Non vado a Diyarbakir
per giudicare la Turchia, ma perché questa città riveste per
me lo stesso interesse che dovrebbe avere per qualunque
cittadino americano preoccupato per le politiche di cui siamo
corresponsabili, e per qualsiasi persona che abbia a cuore i
diritti umani.
* Dall'agenzia "Meha"
Traduzione Dino Frisullo
Fonte: Il Manifesto
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