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Un censore per il Presidente: il New York Times
Scoop imbarazzanti, dall'uccisione di civili in Afghanistan alla creazione nel Pentagono dell'«Ufficio disinformazione»

21 febbraio 2002  

Più passano i giorni più il New York Times diventa una temibile spina nel fianco dell'Amministrazione Bush. Senza mai mettere in dubbio il diritto dell'America di scendere in guerra contro il terrorismo, il giornale che Howell Raines ha preso in mano da meno di un anno mette a nudo, a colpi di fatti e notizie, i punti deboli delle scelte della Casa Bianca. Dopo essere stato il primo a enumerare le uccisioni di civili «per errore» in Afghanistan e a svelare gli imbarazzanti retroscena dell'eliminazione del comandante mujaheddin Abdul Haq, adesso nel mirino c'è la dottrina Bush sull'Asse del Male. 
Il New York Times è stato il giornale americano a dedicare più corrispondenze per spiegare ai lettori le obiezioni sollevate dagli alleati asiatici ed europei. Ha inviato i suoi giornalisti in Iran per raccontare la delusione della gioventù riformista di Khatami, che ora è tornata a sfilare contro l'America. 
Poi ha affondato i colpi contro l'Operazione «Balikatan» in corso nelle Filippine: gli articoli di Nicholas Kristof hanno impietosamente spiegato l'impossibilità tattica di avere ragione di «Abu Sayyaf», l'inutilità strategica del dispiegamento di seicento militari Usa e le responsabilità del governo di Manila, che favorì dieci anni fa il fondamentalismo islamico sperando di sfruttarlo contro altri gruppi guerriglieri. 
Bush deve fare attenzione a come parla se ha di fronte un cronista di Haines. 
Quando, intervenendo alla Dieta di Tokyo, ha salutato l'arrivo del «secolo del Pacifico» Elisabeth Bumiller ha rammentato ai lettori prima che si tratta di «un'espressione che era in uso a metà degli Anni Novanta» e poi che lo stesso Bush durante la sua campagna presidenziale aveva scelto come slogan «questo sarà il secolo dell'America». A smontare i sospetti dell'Amministrazione sull'inaffidabilità dell'Arabia Saudita ci ha pensato l'editorialista Thomas Friedman che, a cena con il principe ereditario re Abdallah, ha ricevuto personalmente un'offerta di riconoscimento di Israele che Shimon Peres e Colin Powell si sono affrettati a salutare come «molto importante». Un altro editorialista di punta, William Safire, ha aperto le ostilità contro il progetto dell'Fbi di sorvegliare ogni angolo di Washington con delle telecamere destinate a violare la riservatezza dei cittadini. 
In questa cornice lo scoop di James Dao e Erich Schmitt sull'esistenza dell'«Ufficio di Influenza Strategica» dentro il Pentagono per condurre operazioni di disinformazione sui media stranieri è solo un fiore all'occhiello. L'Amministrazione ha tentato per settimane di ignorare l'offensiva del New York Times, affermando che i «giornali locali valgono quanto quelli nazionali», ma la determinazione di Haines sta scuotendo il patriottismo dell'America. 
Non è un caso che Time, con un editoriale di Michael Eliott, ha scritto: «E' arrivato il momento di ritirare le bandiere dalle nostre finestre».

Fonte: La Stampa

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