approfondimenti

USA: Un censore per il Presidente, il New York Times
Scoop imbarazzanti, dall'uccisione di civili in Afghanistan alla creazione nel Pentagono dell'«Ufficio disinformazione»


21.02.02 -
Più passano i giorni più il New York Times diventa una temibile spina nel fianco dell'Amministrazione Bush. Senza mai mettere in dubbio il diritto dell'America di scendere in guerra contro il terrorismo, il giornale che Howell Raines ha preso in mano da meno di un anno mette a nudo, a colpi di fatti e notizie, i punti deboli delle scelte della Casa Bianca. 


 

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Dopo le rivelazioni della stampa
«L’America non mente» E Bush fa chiudere l’«ufficio delle bugie»
Era nato a novembre al Pentagono «per depistare il nemico dando indicazioni false sulle operazioni militari in Afghanistan»

di Ennio Caretto
27 febbraio 2002  

Il Pentagono chiude l’«ufficio bugie», incaricato di diffondere notizie false fra i media, soprattutto stranieri, sulla guerra contro il terrorismo. Lo dice non apertamente, ma in burocratese. Il ministro della Difesa Donald Rumsfeld, comunica la portavoce Victoria Clarke, «ci ha chiesto di sottoporre l’ufficio a un severo esame e di decidere se debba restare in vita». E aggiunge: «Ci preoccupiamo sempre di essere credibili».
A dire la verità, non è stato tanto Rumsfeld a mettere l’ufficio in discussione. Sono stati il New York Times , svelandone l’esistenza una settimana fa, e altri quotidiani, denunciandolo i giorni successivi. E le tv Cbs e Nbc , che domenica, ne hanno chiesto conto al ministro. Rumsfeld si è difeso dicendo di non sapere niente dell’ufficio «che comunque non è ancora in attività». Ma ha aggiunto che «il suo direttore potrebbe chiuderlo», assicurando che «il Pentagono non mente».
Non solo. Rumsfeld ha ricevuto un ultimatum da Karen Hughes, la curatrice dell’immagine di Bush. Quando la Hughes ha appreso degli intenti dell’ufficio, ha scritto il Washington Post , «è saltata sulla sedia, lamentandosi che avrebbe causato un danno enorme alla Casa Bianca». E a ragione: gli alleati asiatici ed europei erano pronti a dubitare di Bush.
Il presidente ieri ha cercato di smorzare le polemiche. «Non c’è stato bisogno di dire nulla a Rumsfeld - ha spiegato -. Sa come la penso, e credo che sia rimasto stupefatto quanto me dei progetti dell’ufficio. La mia amministrazione non mente all’America né agli alleati». Ma, dietro le quinte, Bush è corso ai ripari: d’ora innanzi, tutta la politica dell’informazione farà capo alla attenta Karen Hughes.
L’«ufficio bugie» (ovvero l’Osi, Office of strategic influence), nato a novembre «per dire la verità sul conflitto afghano», potrebbe tuttavia cambiare nome e assumere una nuova forma. Nelle interviste tv, Rumsfeld ha asserito che ritiene cruciali due delle sue funzioni: «Confutare le menzogne dei talebani e dei terroristi di Al Qaeda e depistare il nemico». Depistarlo come? «Dando indicazioni false sui nostri preparativi militari, future operazioni e così via».
La vittoria dei media non risolve il problema di fondo della guerra al terrorismo: la censura occulta del Pentagono, che rende pubblico soltanto ciò che gli torna utile, e respinge tutto il resto, per esempio le accuse di avere fatto vittime fra i civili nei bombardamenti dell’Afghanistan.

Fonte: Il Corriere della Sera

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