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di Manuela
Dvri
scrittrice israeliana
9 marzo
2002
Spesso mi chiedo come possa io, cittadina israeliana da trentatré
anni, sionista dalla nascita, figlia di sionisti, madre di tre figli ebrei
israeliani, di cui uno morto ventenne in servizio militare in Libano, come
possa io dire che la politica del mio paese, guidato da Ariel Sharon, è una
politica folle, suicida, e immorale; che nella sua sanguinosa inefficienza
sta portando il paese all’autodistruzione. Come posso? Ecco, l’ho detto.
E lo dico a voce alta. Mi sento imprigionata in un marchingegno guidato da
forze non controllabili, animalesche, violente e dannose a qualsiasi causa.
Sono giorni in cui posso provare solo orrore e vergogna, e sento che stiamo
andando incontro al punto di non ritorno. Mi vergogno delle atrocità fatte
compiere ai nostri ragazzi in nome dell’amore per la patria, ho orrore del
cinismo con cui viene usata la loro giovane età e la loro emotività ancora
in formazione. Mi ribello alla politica della vendetta senza fine, e voglio
urlarlo agli ebrei della diaspora, ai cittadini israeliani, all’Europa che
ci guarda da vicino.
Quando penso agli ebrei della diaspora, penso a mio padre. Mai osò pensare,
fino all’ ultimo giorno della sua vita, di criticare Israele. E cosi è
sempre stato per gli ebrei italiani e quelli della diaspora in genere,
giustamente solidali con il paese nato dopo la Shoà , per
permettere la continuità del popolo e della ricchissima cultura ebraica. Ma
i tempi sono cambiati e, se ancora hanno a cuore il destino di Israele
devono cominciare a porsi domande difficilissime ..
E’ venuto il momento di decidere da che parte si sta: se si sta dalla
parte degli ottimisti che credono possibile un futuro comune in Medio
Oriente; o da quella di chi non crede in alcun futuro che non sia una
vittoria inutile e arrogante, ottenuta tramite massacri e rivendicazioni.
Ricordiamoci che siamo riusciti, dopo l’orrore della Shoà , a
stabilire normali rapporti con la Germania, che pure aveva commesso ciò che
di più impensabile si poteva nei confronti di noi ebrei. E ciò dimostra
che nulla è impossibile.
La diaspora dovrebbe ottenere da Israele di fare il suo dovere: continuare
ad esistere, ma senza perdere la ricchezza dei suoi valori e l’apertura
verso il mondo. Sto parlando di un’esistenza non solo fisica e geografica,
ma anche morale e culturale. Altrimenti sarà catastrofe.
L’atteggiamento critico, faticoso sempre, è portatore di libertà:
toglietevi, togliamoci dagli schemi stantii, dai sensi di colpa,dai
pregiudizi della paura: si può continuare ad amare Israele anche senza
accettare la politica del suo governo e gli atti ingiusti che sta compiendo,
anzi combattendola con forza, aiutando chi cerca nuove strade.
E a noi che viviamo ogni giorno la realtà israeliana rimane sempre il
pesante dovere di ribellarci, di scendere in piazza, di dimostrare, di
parlare tra di noi e con i palestinesi ovunque sia possibile, e di tutelare
i nostri giovani da atti che calpestano la loro dignità. Se non faremo
questo continueremo a pagare di persona, senza nulla ottenere.
Speriamo che L’Europa, che si affaccia sul bacino Mediterraneo si faccia
carico più incisivamente delle problematiche mediorientali senza
dimenticare che il "Mare Nostrum "è piccolo e gli incendi sono
troppo sensibili ai venti.
Né voglio dimenticare i palestinesi: i torti fatti da ambedue le parti sono
tanti, ma stiamo mettendo in scena la stessa tragedia. Anche loro vivono, a
mio avviso, in contraddizione con la loro leadership, e le conseguenze che
pagano sono pesantissime. Mi auguro che l’atteggiamento critico, che pure
fa parte della loro tradizione, riesca ad emergere più apertamente creando
ponti di dialogo e non solo messaggi di disperazione. Dopo tutto viviamo
nella stessa terra, beviamo la medesima acqua, godiamo dello stesso clima e
per tante cose ci assomigliamo nel destino.
Fonte: Il
Corriere della Sera
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