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15 marzo
2002
L'uccisione
di Raffaele Ciriello a Ramallah, oltre a suscitare una
reazione di grande indignazione dal punto di vista umano, ci
fa pensare ad una situazione di gravissimo attacco
all'informazione: cosa pensi di questo scenario che si
prospetta sempre più pressante?
Io
penso che sia evidente un attacco alla stampa: ovunque ci sia
un 'fronte caldo' dietro la scusa di aver avvertito del
pericolo credo ci siano dei segnali diretti e indiretti ai
governi e alla stampa stessa nel fare pressioni per fare stare
fuori la stampa e non avere rompiscatole fra i piedi. In
particolare, per quello che è successo fra ieri e oggi (fra
la serata del 12 marzo e la mattina del 13, ndr) a Ramallah è
ancora più evidente: sparare per mezz'ora su un albergo dove
si sa che ci sono giornalisti trovo che sia una cosa folle e
direi quasi programmata, pensata e voluta. È come dare un
messaggio esplicito di terrore proprio per suscitare la paura
e l'intenzione di mandare via chi fa informazione. L'apice si
è avuto questa mattina, quando sono andati a colpire un
gruppo di giornalisti (uccidendone uno) per dare un segnale
molto forte anche agli altri. Non dimentichiamoci che dopo la
morte di Raffaele sono stati colpiti altri giornalisti
francesi e inglesi, egiziani. Mi sembra proprio un tiro voluto
alla stampa.
Cosa
pensi, tu che sei stato anche recentemente in altre zone di
guerra, del fatto che Israele impunemente attacchi la stampa
pur essendo sotto i riflettori internazionali?
Questo
è il segno proprio che loro contano sul fatto che non importa
niente a nessuno. A monte c'è il presunto avvertimento sul
fatto che la zona è pericolosa e quindi se non si vogliono
correre rischi è meglio non andarci. Qualunque governo,
avendo detto una cosa del genere se ne lava le mani. In realtà
è diverso sapere che ci sono degli scontri fra soldati oppure
semplicemente sapere di essere nel posto sbagliato, come
cercano di farti credere. Questa penso sia la cosa più grave:
se non c'è niente da nascondere si dovrebbe dire 'andate a
documentare' , e invece la stampa non la vogliono e questo fa
evidentemente pensare che ci sono delle cose che la stampa non
deve vedere e non deve documentare. In tutti i conflitti dopo
la guerra del Golfo è successo questo: quella guerra è stato
il massimo esempio di come la stampa non poteva muoversi e
documentare. In Iugoslavia era difficile: potevi andare dove
dicevano loro, non ti potevi muovere. In Afghanistan poter
decidere di andare al fronte o da un'altra parte non è che
era immediato: dovevi chiedere permessi giorni prima e poi
andare a vedere se il permesso era stato dato, come se si
stesse chiedendo l'elemosina, mediando in continuazione.
Questo è un modo per controllare la stampa. Un paese come
Israele che dice di essere democratico ti permette
(avvertendoti del pericolo) di andare dove vuoi e poi ti spara
addosso: questo mi sembra assurdo. Se sei un paese libero e
democratico proteggi la stampa.
Io Raffaele lo conoscevo bene, abbiamo passato due mesi
insieme in Afghanistan, e mi dispiace tantissimo, ma sarebbe
stato lo stesso per chiunque altro.
Cosa
pensi del fatto che sono tanti i segnali che ci indicano una
intimidazione complessiva all'informazione, sia a quella
cosiddetta indipendente (nelle ultime settimane in Italia ci
sono stati segnali preoccupanti in questo senso) e agli
operatori che si spendono totalmente anche lavorando per
quella cosiddetta ufficiale?
Anche
se ovviamente non penso che vi sia un legame diretto fra le
due cose, credo che sia certo che l'informazione dà fastidio.
Perché siamo in un momento in cui gli avvenimenti si vogliono
far passare per forza con un profilo basso, come se nulla
stesse succedendo. La denuncia, qualunque essa sia, si cerca
sempre di farla passare nella maniera più sminuita possibile.
Credo che questo sia davvero un momento delicato, in cui
muoversi diventa davvero più difficile.
In Israele credo che sia stato davvero il cercare di fare
scoppiare un fatto soprattutto per quelli che verranno dopo:
è vero che le notizie vengono fuori lo stesso, ma si tenta di
arginare il più possibile mantenendo sotto un controllo più
stretto chi opera in questo campo.
È chiaro che anche attraverso i corrispondenti locali le
notizie possono uscire fuori lo stesso, ma c'è una differenza
fra una notizia che viene da una fonte internazionale o da una
fonte locale, per la risonanza che ha poi sulla stampa.
È per questo che non credo che quella di oggi sia stata una
fatalità: la volontà di mettere paura alla stampa c'è. Non
si è trattato di un fatto avvenuto durante un bombardamento o
in un fuoco incrociato: avendo visto le immagini e sentito
Amedeo (Ricucci, inviato di TV7 presente al momento
dell'uccisione, ndr), non posso proprio pensare ad un errore
fatale.
Fonte: www.altremappe.org
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