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di Francesco
Battistini
15 marzo
2002
Non
li odio per quello che sono, ma per come mi obbligano a
trattarli: Golda Meir lo diceva trent'anni fa degli arabi,
l'esercito israeliano sembra pensarlo adesso dei giornalisti
che tiene nel mirino. Le condoglianze non si negano a nessuno,
si sa, e l'uccisione di Raffaele Ciriello, certo, «dispiace»
e crea imbarazzo al ministero della Difesa. «Piena
collaborazione» viene poi assicurata alle autorità italiane
che hanno deciso d'indagare sulla morte del fotoreporter. Ma
di qui a constatare che l'inchiesta aperta per i fatti di
Ramallah sia in cima ai pensieri dei militari, ce ne corre: «Non
abbiamo ancora identificato il soldato che potrebbe avere
sparato da un carro armato - spiega il portavoce Olivier
Rapovich -, perché non abbiamo informazioni precise su quanto
è accaduto. Ho visto in tivù le immagini della sparatoria.
Devo dire che le cose non mi sembrano così chiare,
assolutamente, come qualcuno invece sostiene. E soprattutto,
non si vede nessun tank». Ieri sera, il network qatariota Al
Jazira ha mostrato altre inquadrature di quella stradina
infernale: si registrano gli ultimi istanti di vita di
Raffaele, si sente una raffica (una sola). Poco altro.
Bastano le parole dei testimoni, però, a sapere quel che è
accaduto. E aiutano quelle d'un obbiettore come Ofer Naiman,
32 anni, a capire perché è successo: «E' difficile
stabilire se il vostro collega sia stato ucciso di proposito.
E nessuno sa ancora quanto siano gravi le responsabilità
specifiche di quel soldato che ha sparato. Però, è chiaro,
cose come queste capitano quando si ricorre a un uso massiccio
della forza contro la popolazione civile, quando si va a
prendere il controllo d'una città con più di cento carri
armati. In quella situazione di coprifuoco, i militari hanno
paura di tutto ciò che si muove liberamente, a cominciare dai
giornalisti. La morte di Ciriello è un'altra occasione per
chiedersi se ha senso occupare, sparare, schiacciare tutto con
questa violenza». Pel di carota e aria da ragazzino, le
scarpe da jogging senza stringhe, Ofer è un riservista
dell'intelligence che sta facendo un master d'informatica
all'università di Gerusalemme. Un mese fa, con 331 amici ha
dato vita al movimento dei sarbanin , i richiamati alle armi
che si rifiutano d'andare nei territori occupati: «Io non
sono contro il servizio militare. Voglio difendere il mio
Paese. Però sono contro una campagna d'occupazione che ha un
solo risultato: rendere Israele meno sicura e umana. »
C'è chi dice no da almeno vent'anni, nell'esercito
israeliano: « Iesh Gvul » (C'è un limite) è l'associazione
degli obbiettori che nell'82 ruppe per la prima volta
l'unanimismo delle forze armate, contestando i macelli di
Sharon in Libano. Il maggiore Ishai Menuchin, il fondatore, si
fece 35 giorni di carcere: «Continuo a prestare servizio
nell'esercito - racconta -, ma ho ottenuto almeno una cosa: i
miei superiori sanno che io disobbedisco, quando si tratta
d'andare nelle zone occupate». Tollerata, perché Israele è
pur sempre una democrazia, la vita degli obbiettori in divisa
non è facile di questi tempi: «Gli ultraortodossi hanno i
nostri numeri di telefono, li pubblicano, invitano la gente a
insultarci come colpevoli e disertori. Ci siamo abituati. Ma
questa non è la Colombia, e il fatto di essere ebrei comunque
ci protegge. Se fossimo palestinesi, le cose andrebbero molto
peggio».
Fonte: Il
Corriere della Sera
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