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di Benedetto Vecchi
17 marzo
2002
La
retorica sulla società dell'informazione nasconde una
piccola, ma indiscussa verità. Cioè che l'informazione
pervade la vita sociale. Cercare quindi di controllare la
produzione e la circolazione dell'informazione significa
segnare influenzare o manipolare la costruzione dell'opinione
pubblica. Ed è quindi ovvio che attorno al mondo dei media si
giochi una partita importante, come testimoniano alcuni
recenti episodi che hanno visto coinvolti sia la televisione
pubblica che alcuni media indipendenti. Ma quello che è
accaduto nelle settimane scorse attorno alle perquisizioni di
Indymedia e alla minacci di chiusura di Radio onda rossa ha
ben altro sapore.
In primo luogo, Indymedia è un media indipendente che si è
formato attorno alle mobilitazioni contro la globalizzazione
neoliberista e funziona in modo sostanzialmente diverso da
come opera normalmente una televisione o un giornale. Ha
scelta per medium Internet e funziona proprio come una rete,
che ha dei nodi dove tutti possono dare il loro contributo,
indipendentemente se sono o no "operatori della
comunicazione", ma solo a patto che si è partecipato in
prima persona a un "fatto".
La vicenda di Radio onda rossa ha invece il sapore amaro della
beffa, perché rischia di essere chiusa per cavilli
amministrativi. Emittente romana da sempre di
"movimento", ha accompagnato da sempre ciò che si
muoveva nella capitale al di fuori delle organizzazioni
istituzionali della sinistra storica. Questo fino allo scorso
luglio, quando l'emittente romana diede avvio, assieme ad
altro radio "alternative", all'esperienza di Radio
Gap, un network che si poneva di seguire le mobilitazioni
contro la riunione del G8 a Genova. (L'esperienza di Radio gap
è raccontata nel volume "Le parole di Genova" edito
della Fandango).
Le due vicende hanno però in comune quel nodo della libertà
di comunicare in una realtà che vede manifestarsi due
tendenze. Da una parte, per tutti gli anni Ottanta e gli anni
Novanta è proseguita la concentrazione dei media nella mani
di poche, grandi corporation, dando vita a convergenze
tecnologiche e organizzative per cui accade che una impresa
transnazionale sia proprietaria di televisioni, giornali,
radio. Dall'altra è accaduto che la concentrazione ha
provocato che quelle stesse corporation moltiplicassero le
pubblicazioni o le televisioni destinati a settori di pubblico
differenziati. Ciò che ha scompaginato il quadro è stata
Internet e l'inesorabile abbassamento dei costi delle
apparecchiature.
"Don't hate the media, become the media", recita lo
slogan di Indymedia. "Non odiare i media, diventa un
media" è così diventato l'obiettivo di operatori della
comunicazione e di smanettatori del computer, a Seattle come a
Barcellona, a New Delhi come a Rio de Janeiro. Un piccolo
esercito di giovani e qualche giornalista
"arrabbiato" degli anni Sessanta e Settanta si sono
messi in cammino e si sono moltiplicati siti, radio, financo
televisioni che si fregiano, a ragione, del titolo di media
indipendenti. Per questo piccolo esercito, il problema non è
più quello di chiedere obiettività ai media tradizionali, ma
di produrre informazione in proprio. E' stato così a Seattle.
E' stato così a Genova. Ma con un'importante novità: che i
media tradizionali sono stati investiti da questo modo di
produrre informazione. Basti ricordare cosa è accaduto a
Genova: Indymedia e Radio Gap, assieme ad altri giornali e
radio indipendenti, comunicavano il movimento.
I media tradizionali non hanno potuto fare altro che
registrare il fatto che "become the media" era
divenuta una realtà con cui fare i conti. La manifestazione
di oggi parla di questo. Della concentrazione dei media nelle
mani di poche corporation e, ma anche di come mettere in
pratica la libertà di comunicazione.
Fonte: Il
Manifesto
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