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di Sergio Nazzaro
18 marzo
2002
Con
Camelia Entekhabi-Fard parliamo delle prospettive politiche
dell'Iran e del difficile mestiere del giornalista che lotta
contro la censura, a rischio anche della propria incolumità
fisica.
Dove vivi e lavori attualmente?
Attualmente vivo a New York e lavoro per il Village Voice, un
settimanale che si occupa di cultura politica e di arte.
Collaboro anche Mother Jones e EurasiaNet. Collaboro anche
stabilmente con Associated Press e Reuters.
Cosa significa essere giornalisti in Iran e soprattutto essere
una donna giornalista?
Essere giornalisti in Iran significa svolgere una professione
molto impegnativa che è una continua sfida con te stesso.
Essere un buon giornalista e rimanere fedele ai tuoi ideali può
essere abbastanza pericoloso sia per te che per il giornale
per cui lavori. Questo non significa che ci sia una totale
censura come in altri Paesi. Si può svolgere ancora bene il
proprio lavoro, ma si cammina sempre su di una sottile linea
tra la tua sicurezza personale e quella del giornale per cui
lavori e la tua integrità morale di giornalista. Per una
donna essere giornalista in Iran era molto difficile fino a
prima dell'elezione di Khatami. Sia la cultura tradizionale
sia l'educazione familiare hanno sempre costituito un ostacolo
affinché una donna potesse lavorare in questo campo
professionale. Per esempio molti genitori e mariti hanno
sempre obiettato che le loro figlie o mogli lavorassero fino a
tarda notte. Il cambiamento è avvenuto con l'elezione di
Khatami, tutta la società si è politicizzata e i
giornali sono diventati il punto focale della riforma.
Immediatamente i giornali hanno acquisito moltissimo prestigio
e ora è un onore poter dire che lavori per la stampa
riformista.
Ci puoi parlare della censura nel mondo islamico?
Non posso parlarti degli altri paesi islamici, ma
solo dell'Iran. In merito all'Iran è una situazione
abbastanza triste, per così dire. Sei sempre preoccupata di
quanto e come taglieranno il tuo articolo. Questo ti fa
avvertire un dolore forte e profondo dentro di te.
Naturalmente tante volte non c'è nessuna scelta, perché
tutto il giornale può essere chiuso per un solo articolo.
Questo significa che per una parola sbagliata o per un
reportage scomodo, o soltanto perché hai accennato a qualcosa
che non dovevi assolutamente notare, puoi fare ritrovare 100,
150 persone licenziate in tronco. Dove lavoro attualmente, al
Village Voice, non hanno assolutamente idea di cosa
significhi questo. Ma il problema non è il governo o i
conservatori. La cultura stessa porta alla censura. Ed anche
moltissima gente rende possibile questa censura, quando si
pone in maniera errata verso quegli argomenti ad alto rischio,
così impari a non urtare la loro sensibilità o, se tratti
comunque un argomento scottante per la gente, lo devi fare con
moltissima attenzione e trattare con delicatezza argomenti
importanti.
Che segno hanno lasciato i 76 giorni di prigionia
che hai dovuto subire?
E' stato un momento che ha cambiato tutta la mia vita e la mia
carriera. Mi ha costretto a vivere e lavorare all'estero Mi ha
costretto soprattutto a lasciarmi alle spalle la mia famiglia
e i miei colleghi e tante altre cose che amo. Ora lavoro in un
ambiente internazionale ed è anche una sfida. L'esperienza di
interrogatori e di segregazione che ho dovuto subire è stata
molto difficile, ma mi ha reso molto forte. E di tutto questo
devo ringraziare il ministero dei servizi segreti iraniano.
Ci puoi parlare di Qum?
E' una città molto particolare. Da lì è cominciata la
rivoluzione. La prima cosa che noti è il deserto che la
circonda. Ci sono cose che rendono questa città unica in
confronto ad altre, ma bisogna essere un seminarista che
studia per diventare mullah per conoscerla veramente a fondo.
Pensi che ci possa essere un futuro di normalità per le
donne in Afghanistan?
Da quello che ho visto nel nuovo Afghanistan c'è la
possibilità di sperare per un futuro diverso per le donne. E'
una nazione che ha sofferto estremamente per il fanatismo e
l'estremismo religioso ed ora è giunto il momento che sia una
società aperta e tollerante. Non è inconcepibile che la
società afgana stia facendo una transizione da una società
della pietra a una moderna rapidamente, in un solo passo.
Che sensazioni ti ha dato l'11 settembre?
Mi ha toccato direttamente e intensamente. Ero a New York
quando è successo, e ho visto i palazzi in fiamme, mi ha
colpito duramente anche se non conoscevo direttamente nessuna
delle vittime. Non potevo smettere di piangere guardando
quelle immagini. Ho visto la guerra, ho visto con i miei occhi
gli effetti degli attacchi aerei e missilistici. Ma non ho mai
visto morire così tanti innocenti tutti in una volta sola.
Cosa pensi della guerra al terrorismo?
Sono una giornalista e non posso prendere posizioni,
ma come essere umano spero che possa essere risolto
questo problema senza che vengano coinvolti dei civili
innocenti.
Proseguirà il cammino dei riformisti in Iran?
Il tempo è a favore della riforma. Certo, basta un
passo falso per cancellare tutti questi cambiamenti e gli
sforzi sostenuti, l'Iran è costretta in una situazione molto
difficile ora, ma io sono molto ottimista.
C'è una possibilità che riapra il giornale Zan?
Ho cominciato la mia carriera in questo giornale e ho ricordi
meravigliosi di quei giorni. Faeze Hashemi, l'editore, è una
persona squisita e un caro amico, ma so bene che non riaprirà
mai più.
Fonte: www.clorofilla.it
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