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di Selene Verri
10 aprile 2002
Chi
è stato a Diyarbakir gli anni scorsi non riesce a credere che
la delegazione italiana di quest'anno per il Newroz (il
capodanno curdo) abbia avuto pressoché piena libertà
d'azione. Io stessa sono riuscita ad aggirarmi da sola, la
sera, per la città, temendo comuni criminali perché non si
vedeva in giro nessuno degli invadenti e arroganti poliziotti
che prima dei festeggiamenti di primavera infestano
normalmente le strade della capitale del Kurdistan turco. E
che, normalmente, sono loro da temere. Come comuni
criminali.
Sull'apparente nuova politica di tolleranza del governo turco
ci sarebbe da parlare per ore, nello sviscerare tutte le
subdole trovate elaborate allo scopo di proseguire l'opera di
turchizzazione delle minoranze sforzandosi al contempo di
mostrare all'Europa e alla comunità internazionale che Ankara
"sta facendo la brava", che rispetta i diritti umani
e civili come richiederebbe un'eventuale futura adesione all'Ue.
Senza contare che, in vista di possibili elezioni anticipate,
alcuni partiti puntano anche all'elettorato curdo per
raggiungere la soglia di sbarramento del 10 per cento.
Il 20 marzo, giorno prima del Newroz, però, tutto sembra
tornare, si potrebbe dire, alla "normalità":
pattuglie ovunque, forse qualche poliziotto in borghese che
non ci siamo particolarmente preoccupati di notare, e
controlli a pioggia. Nel primo pomeriggio, uscendo dalla sede
dell'Hadep, il partito che rischia in ogni momento di essere
dichiarato illegale, il nostro sparuto gruppetto composto da
tre italiani, due svizzeri e tre curdi si ferma un attimo a
parlottare per decidere dove andare a pranzare. Pessima idea:
subito siamo avvicinati da alcuni poliziotti che ci chiedono i
documenti. Naturalmente, dopo averci trattenuti almeno un
quarto d'ora per verificare la documentazione e farci domande
del tipo "Perché siete qui?", ci lasciano andare
senza altri problemi. Fortunatamente, non ci perquisiscono:
nei nostri zaini abbiamo parecchio materiale compromettente,
tra cui un resoconto dettagliato (in turco) delle violazioni
dei diritti in Turchia consegnatoci dall'Ihd, l'associazione
per i diritti umani. Da quel momento, però, temiamo di essere
seguiti e decidiamo di eludere la sorveglianza cambiando i
nostri programmi.
L'idea originaria, infatti, era quella di visitare, nel
pomeriggio, le redazioni dei due maggiori giornali
d'opposizione, Azadiya Welat, che pubblica in curdo, e Yedinci
Gundem, scritto invece in turco. Dopo lunghe e tormentate
discussioni, dopo un finto giro turistico per la città e dopo
un breve soggiorno in albergo, decidiamo invece di andare a
vedere solo la redazione di Gundem.
Prima, però, nel corso del finto giro turistico, facciamo
tappa alla libreria Avesta, che pubblica e vende libri in
curdo, la lingua proibita. Tanto proibita da essere
considerata inesistente. Infatti, ci spiega una dipendente
della libreria, pubblicare e vendere libri in curdo non è
esplicitamente vietato dalla legge, perché vietarlo
significherebbe ammettere l'esistenza della lingua stessa. Chi
compra questi libri, però, può avere grossi problemi.
Naturalmente, le saccheggiamo la libreria: io stessa acquisto
una grammatica curda redatta in francese e un altro libro
scritto per metà sempre in francese e per l'altra metà in
curdo.
Verremo a sapere successivamente, nel corso di un incontro con
due degli studenti che sono stati arrestati per aver
presentato una petizione per l'insegnamento della lingua curda,
che solo dallo scorso autunno un emendamento della
costituzione permette le trasmissioni e le pubblicazioni in
lingue diverse dal turco, purché non si parli di politica. È
invece vietato, continua la dipendente di Avesta, pubblicare
libri in turco che parlino della questione curda.
Ma non è solo per questo che il settimanale Yedinci Gundem ha
continui problemi con le forze dell'ordine. Quando finalmente,
inerpicandoci per una stretta e ripida scala all'ultimo piano
di una palazzina, raggiungiamo la redazione, la
caporedattrice, Deurim Goktas, ci spiega quali sono i problemi
di un giornale che pubblica in turco: «Non ci occupiamo solo
della questione curda. Il nostro giornale parla di diritti
civili violati in tutta la Turchia, a livello nazionale,
quindi». Gundem, che vende quasi 30 mila copie, non può però
pubblicare in tutta la Turchia: la pubblicazione infatti è
vietata nelle province sotto regime militare, quindi quelle a
maggioranza curda. Tra queste, proprio Diyarbakir,
naturalmente.
Oltre a ciò, come ci spiegherà poi il caporedattore della
sede di Istanbul, Huseyin Deniz, la censura colpisce
costantemente: su 40 numeri usciti da quando il giornale è
passato dalla frequenza quotidiana a quella settimanale, 39
sono stati bloccati o hanno comunque subito procedimenti
legali. E non sempre per articoli politici in senso stretto:
è sempre Deurim (donna, curda e giornalista: una delle
miscele più esplosive in Turchia) a raccontarci che l'anno
scorso sono stati denunciati per un articolo storico sulle
donne. Il processo è ancora in corso.
In effetti, da quando il giornale è diventato settimanale, è
più difficile per le autorità censurarlo: "Ora lo
pubblichiamo il sabato - sogghigna Deurim, - giorno di riposo
anche per la polizia e l'autorità giudiziaria, così il lunedì,
quando intervengono, ormai è troppo tardi".
Non per questo però non ci sono problemi: due settimane prima
del nostro incontro un giornalista è stato arrestato a Batman
mentre fotografava una manifestazione: è stato accusato di
far parte dei manifestanti. Nel momento in cui abbiamo
incontrato Deurim, era ancora in carcere. Nella redazione di
Batman, ci informa Huseyin, gli arresti sono frequenti. A
volte viene oscurato il sito internet (www.yedincigundem.com),
così come, mentre vi scrivo, non è possibile accedere al
sito dell'altro giornale di opposizione, Azadiya Welat (www.welat.com).
E in tutto sono 28 i giornalisti uccisi dal 1992, anno di
nascita di Yedinci Gundem.
Fonte: Inviati di Pace
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