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11 aprile 2002
In
15 giorni dall'inizio dell'offensiva israeliana contro le
città sotto il controllo dell'Autorità palestinese, si sono
contati almeno cinquanta casi di impedimento alla
libertà dei giornalisti (giornalisti feriti, espulsi,
minacciati, etc.). L'armata israeliana ha preso di mira i
giornalisti e oggi si può parlare di una vera e deliberata
politica di intimidazione dato che le autorità di Israele
trattano numerosi giornalisti come "nemici" accusati
di essere "pro palestinesi". Israele ha fatto di
tutto per nascondere agli sguardi della stampa internazionale
le operazioni militari e gli abusi che le accompagnano.
Gli attentati alla libertà di stampa si sono moltiplicati nel
corso di questi ultimi giorni. Dal momento che le autorità
israeliane hanno dichiarato Ramallah "zona militare
interdetta", il 31 marzo, i giornalisti hanno giorno dopo
giorno lavorato con difficoltà crescenti.
Minacciati, malmenati, intralciati nel loro lavoro, espulsi,
feriti, privati dei loro accrediti e dei loro passaporti:
così le autorità israeliane tentano di limitare la libera
circolazione dei giornalisti e dell'informazione.
Nonostante lo stato di Israele abbia ratificato il Trattato
internazionale relativo ai diritti civili e politici, in cui
l'articolo 19 garantisce "la libertà di cercare,
ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni
mezzo e senza riguardo a frontiere", l'armata israeliana
si è impegnata con la violenza a impedire ai giornalisti di
mostrare le immagini della sua ultima offensiva.
La situazione della libertà di stampa non era mai stata così
in pericolo nella storia dello stato di Israele.
Dal 29 marzo almeno cinque giornalisti sono stati feriti:
Carlos Handal, cameraman per la catena egiziana Nile TV, Anthony
Shahid, giornalista americano del quotidiano Boston Globe,
Madjadi Banoura, cameraman di Al Jazeera, Iyad Hamad,
giornalista palestinese che lavora per APTN e Jerome
Marcantetti, cameraman della televisione francese LCI.
Almeno
otto giornalisti palestinesi sono stati arrestati. Secondo
Hamdi Farraj, direttore della televisione palestinese Ar Rouah,
due dei suoi giornalisti, Ashraf Farraj e Jalal Hameid,
arrestati il 3 aprile, sarebbero ancora detenuti. Altri
giornalisti sono stati maltrattati e umiliati.
Così è accaduto ad Atta Iweisat, fotografo per il quotidiano
israeliano Yediot Aharonot e per l'agenzia Gamma,
il quale è stato
catturato dai soldati che lo hanno accusato di non avere
l'accredito da giornalisti. Iweisat è stato tenuto per più
di un'ora inginocchiato, sotto la pioggia, la testa bassa e le
mani ammanettate dietro la schiena. A Ramallah due cameramen
che lavorano per Reuters e MBC sono stati costretti a
spogliarsi durante un controllo avvenuto sulla strada.
Una ventina di giornalisti sono stati bersaglio di colpi di
arma da fuoco. Almeno quattro proiettili sono stati
indirizzati verso Nasser Nasser, un fotografo dell’Associated
Press che stava scattando immagini da un veicolo blindato
a Ramallah. I giornalisti di un convoglio di sette auto
blindate della stampa internazionale, che volevano assistere
all’arrivo di Anthony Zinni nel quartier generale di Yasser
Arafat, sono stati presi di mira da colpi di proiettile. Nel
momento che il convoglio ha fatto manovra per tornare indietro
la vettura della CNN è stata centrata da un proiettile che ha rotto il lunotto
posteriore. L’hotel City Inn Palace a Ramallh , dove sono
raggruppati molti giornalisti stranieri, è regolarmente
bersaglio di proiettili.
Non si contano più i giornalisti che sono stati ostacolati
nei loro movimenti.
Alcuni esempi: a Betlemme, quattro giornalisti italiani sono
stati bloccati per più di 24 ore in un convento vicino alla
basilica. Quattro giornalisti turchi sono stati trattenuti per
molte ore nel centro stampa da soldati israeliani che li hanno
perquisiti e hanno sequestrato i passaporti, impedendo loro di
lasciare l’edificio. Il giornalista britannico Inigo Gilmore,
del Sunday Telegraph,
si è visto confiscare per 24 ore il suo passaporto da soldati
israeliani a Ramallah. In tutti questi casi la situazione si
è sbloccata solo per l’intervento delle ambasciate dei
relativi governi.
Il Dipartimento dell’informazione del governo israeliano ha
ritirato l’accredito a due giornalisti di Abou
Dhabi TV, accusati di diffondere “propaganda
anti-israeliana”. Uno di loro è stato successivamente
espulso. Lo stesso Dipartimento ha indirizzato lettere
ai responsabili degli uffici locali delle catene
televisive americane NBC
e CNN, rimproverando loro di “violare in maniera grossolana”
l’ordine dell’esercito che impedisce a tutti i reporter di
lavorare nelle zone militare dichiarate proibite. I media
palestinesi, al solito, sono stati nuovamente e duramente
tartassati dall’esercito israeliano.
Il 30 marzo, soldati israeliani sono penetrati negli uffici
della radiotelevisione palestinese Voice of Palestine, che ha
di nuovo dovuto chiudere le sue trasmissioni a Ramallah. I
soldati hanno obbligati i quattro giornalisti che si trovavano
all’interno ad uscire. L’edificio del ministero della
Cultura che ospita una radio e una televisione locale è stata
occupato. Sempre a Ramallah, le forze israeliane sono
penetrate con la forza in un ufficio, sede di molti media
palestinesi e stranieri fra cui l’agenzia Reuters.
Questa politica restrittiva nei confronti della stampa non
data solo dalla fine di marzo. Dall’inizio della seconda
Intifada, nel settembre 2000, vi sono stati almeno 53 casi di
giornalisti feriti da colpi di arma da fuoco e un giornalista
italiano, Raffaele Ciriello, è stato ucciso (foto) da
una sventagliata partita da un tank israeliano. Nessuna seria
inchiesta è stata aperta dalle autorità israeliane e nessun
provvedimento è stato preso verso i soldati che hanno sparato
ai giornalisti.
Nel 2002 meno della metà dei giornalisti palestinesi ha visto
rinnovato il tesserino di accredito. Secondo Fawaz Kamal,
nell’anno scorso i giornalisti palestinesi forniti di
accredito erano 600, oggi meno di 300 lo possiedono. Awadh
Awadh che lavora per l’AFP,
ha ricevuto il rifiuto per “ragioni di sicurezza”. In
altri casi le autorità si limitano a rispondere con un
sibillino “la richiesta è ancora da esaminare”. Alcuni
giornalisti dispongono di un accredito valido due mesi –
contro i due anni del normale accredito – e altri ancora
dispongono di una nuovo documento che li colloca tra non
meglio identificati “assistenti di giornale”. Da ricordare
che l’accredito è indispensabile per poter circolare tra
Israele e i territori occupati.
Infine, per la prima volta da quando Reporters sans frontiéres
lavora in Israele, il Dipartimento dell’informazione ha
rifiutato, il 5 aprile, di rilasciare l’accredito ai
giornalisti dell’organizzazione. Il portavoce del
Dipartimento, Danny Seaman, ha giustificato la decisione
spiegando che Reporters sans frontiéres è diventata una
organizzazione “politica” dal momento in cui ha
classificato nel novembre 2001, Shaul Moffaz, il capo di stato
maggiore dell’armata israeliana come uno dei predatori e
nemici della libertà di stampa.
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