«Non ci fanno lavorare»
L’ultima intervista di Raffaele Ciriello

14.03.02 - «
È evidente la volontà di tenere lontana la stampa da quello che sta succedendo. Da una settimana sto cercando di seguire le operazioni militari e sistematicamente non ci riesco o faccio molta fatica. Anche se il più delle volte i mezzi per tenere la stampa lontana non sono una sventagliata ma un ferreo posto di blocco». E’ l’ultima testimonianza di Raffaele Ciriello. L’ha raccolta lunedì Giancarlo Santalmassi, di Radio 24-Il Sole 24 Ore , qualche ora dopo che proiettili dell’esercito israeliano avevano colpito l’hotel dei giornalisti a Ramallah. «Siamo stati stesi a terra per mezz’ora - ha raccontato Ciriello - mentre piovevano proiettili nella stanza mia e dei colleghi. Una stanza è stata centrata, fortunatamente l’operatore della tv americana che la occupava in quel momento non c'era». Il fotoreporter temeva un’escalation delle violenze: «Ramallah - ha detto - è una città paralizzata».


 

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L'armata israeliana impedisce con la violenza di mostrare le immagini della sua ultima offensiva nei territori occupati

11 aprile 2002  

In 15 giorni dall'inizio dell'offensiva israeliana contro le città sotto il controllo dell'Autorità palestinese, si sono contati almeno cinquanta casi di impedimento alla libertà dei giornalisti (giornalisti feriti, espulsi, minacciati, etc.). L'armata israeliana ha preso di mira i giornalisti e oggi si può parlare di una vera e deliberata politica di intimidazione dato che le autorità di Israele trattano numerosi giornalisti come "nemici" accusati di essere "pro palestinesi". Israele ha fatto di tutto per nascondere agli sguardi della stampa internazionale le operazioni militari e gli abusi che le accompagnano.
Gli attentati alla libertà di stampa si sono moltiplicati nel corso di questi ultimi giorni. Dal momento che le autorità israeliane hanno dichiarato Ramallah "zona militare interdetta", il 31 marzo, i giornalisti hanno giorno dopo giorno lavorato con difficoltà crescenti. 
Minacciati, malmenati, intralciati nel loro lavoro, espulsi, feriti, privati dei loro accrediti e dei loro passaporti: così le autorità israeliane tentano di limitare la libera circolazione dei giornalisti e dell'informazione.
Nonostante lo stato di Israele abbia ratificato il Trattato internazionale relativo ai diritti civili e politici, in cui l'articolo 19 garantisce "la libertà di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere", l'armata israeliana si è impegnata con la violenza a impedire ai giornalisti di mostrare le immagini della sua ultima offensiva.
La situazione della libertà di stampa non era mai stata così in pericolo nella storia dello stato di Israele.
Dal 29 marzo almeno cinque giornalisti sono stati feriti: Carlos Handal, cameraman per la catena egiziana Nile TV, Anthony Shahid, giornalista americano del quotidiano Boston Globe, Madjadi Banoura, cameraman di Al Jazeera, Iyad Hamad, giornalista palestinese che lavora per APTN e Jerome Marcantetti, cameraman della televisione francese LCI. Almeno otto giornalisti palestinesi sono stati arrestati. Secondo Hamdi Farraj, direttore della televisione palestinese Ar Rouah, due dei suoi giornalisti, Ashraf Farraj e Jalal Hameid, arrestati il 3 aprile, sarebbero ancora detenuti. Altri giornalisti sono stati maltrattati e umiliati. 
Così è accaduto ad Atta Iweisat, fotografo per il quotidiano israeliano Yediot Aharonot e per l'agenzia Gamma, il quale è stato catturato dai soldati che lo hanno accusato di non avere l'accredito da giornalisti. Iweisat è stato tenuto per più di un'ora inginocchiato, sotto la pioggia, la testa bassa e le mani ammanettate dietro la schiena. A Ramallah due cameramen che lavorano per Reuters e MBC sono stati costretti a spogliarsi durante un controllo avvenuto sulla strada.

Una ventina di giornalisti sono stati bersaglio di colpi di arma da fuoco. Almeno quattro proiettili sono stati indirizzati verso Nasser Nasser, un fotografo dell’Associated Press che stava scattando immagini da un veicolo blindato a Ramallah. I giornalisti di un convoglio di sette auto blindate della stampa internazionale, che volevano assistere all’arrivo di Anthony Zinni nel quartier generale di Yasser Arafat, sono stati presi di mira da colpi di proiettile. Nel momento che il convoglio ha fatto manovra per tornare indietro la vettura della CNN è stata centrata da un proiettile che ha rotto il lunotto posteriore. L’hotel City Inn Palace a Ramallh , dove sono raggruppati molti giornalisti stranieri, è regolarmente bersaglio di proiettili.
Non si contano più i giornalisti che sono stati ostacolati nei loro movimenti. 
Alcuni esempi: a Betlemme, quattro giornalisti italiani sono stati bloccati per più di 24 ore in un convento vicino alla basilica. Quattro giornalisti turchi sono stati trattenuti per molte ore nel centro stampa da soldati israeliani che li hanno perquisiti e hanno sequestrato i passaporti, impedendo loro di lasciare l’edificio. Il giornalista britannico Inigo Gilmore, del Sunday Telegraph, si è visto confiscare per 24 ore il suo passaporto da soldati israeliani a Ramallah. In tutti questi casi la situazione si è sbloccata solo per l’intervento delle ambasciate dei relativi governi.
Il Dipartimento dell’informazione del governo israeliano ha ritirato l’accredito a due giornalisti di Abou Dhabi TV, accusati di diffondere “propaganda anti-israeliana”. Uno di loro è stato successivamente espulso. Lo stesso Dipartimento ha indirizzato lettere  ai responsabili degli uffici locali delle catene televisive americane NBC e CNN, rimproverando loro di “violare in maniera grossolana” l’ordine dell’esercito che impedisce a tutti i reporter di lavorare nelle zone militare dichiarate proibite. I media palestinesi, al solito, sono stati nuovamente e duramente tartassati dall’esercito israeliano.
Il 30 marzo, soldati israeliani sono penetrati negli uffici della radiotelevisione palestinese Voice of Palestine, che ha di nuovo dovuto chiudere le sue trasmissioni a Ramallah. I soldati hanno obbligati i quattro giornalisti che si trovavano all’interno ad uscire. L’edificio del ministero della Cultura che ospita una radio e una televisione locale è stata occupato. Sempre a Ramallah, le forze israeliane sono penetrate con la forza in un ufficio, sede di molti media palestinesi e stranieri fra cui l’agenzia Reuters.
Questa politica restrittiva nei confronti della stampa non data solo dalla fine di marzo. Dall’inizio della seconda Intifada, nel settembre 2000, vi sono stati almeno 53 casi di giornalisti feriti da colpi di arma da fuoco e un giornalista italiano, Raffaele Ciriello, è stato ucciso (foto) da una sventagliata partita da un tank israeliano. Nessuna seria inchiesta è stata aperta dalle autorità israeliane e nessun provvedimento è stato preso verso i soldati che hanno sparato ai giornalisti.
Nel 2002 meno della metà dei giornalisti palestinesi ha visto rinnovato il tesserino di accredito. Secondo Fawaz Kamal, nell’anno scorso i giornalisti palestinesi forniti di accredito erano 600, oggi meno di 300 lo possiedono. Awadh Awadh che lavora per l’AFP, ha ricevuto il rifiuto per “ragioni di sicurezza”. In altri casi le autorità si limitano a rispondere con un sibillino “la richiesta è ancora da esaminare”. Alcuni giornalisti dispongono di un accredito valido due mesi – contro i due anni del normale accredito – e altri ancora dispongono di una nuovo documento che li colloca tra non meglio identificati “assistenti di giornale”. Da ricordare che l’accredito è indispensabile per poter circolare tra Israele e i territori occupati.
Infine, per la prima volta da quando Reporters sans frontiéres lavora in Israele, il Dipartimento dell’informazione ha rifiutato, il 5 aprile, di rilasciare l’accredito ai giornalisti dell’organizzazione. Il portavoce del Dipartimento, Danny Seaman, ha giustificato la decisione spiegando che Reporters sans frontiéres è diventata una organizzazione “politica” dal momento in cui ha classificato nel novembre 2001, Shaul Moffaz, il capo di stato maggiore dell’armata israeliana come uno dei predatori e nemici della libertà di stampa. 

Per ulteriori informazioni e per scriverci: isf@fol.it