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di Francesco Battistini
15 aprile 2002
Fotoreporter
uccisi. Operatori impallinati. Giornalisti espulsi.
Qualcosa conta l'informazione, in questa guerra più che in
altre: non si vedevano da un pezzo, tanti colleghi presi a
bersaglio da un esercito regolare.
Dai Territori si esce coi rullini nascosti sotto l'elmetto (Nablus),
oppure pagando passaggi in trattore a contadini coraggiosi (Ramallah).
Ieri, i generali di Tsahal hanno finalmente riaperto alla
stampa alcune zone occupate, precisando però che restano off
limits «per motivi di sicurezza» i punti più
importanti: il campo profughi di Jenin, dove c'è stato forse
il peggior massacro; la Natività di Betlemme, dove continua
l'assedio; la Mukatà di Ramallah, dov'è bloccato Arafat.
L'Associazione della stampa internazionale ha già protestato
con l'esercito, rifiutando l'invito a «coordinarsi e a
sottoporre ad approvazione» il lavoro dei giornalisti in
alcune aree del Paese.
L'arrivo delle grandi star dell'informazione non ha migliorato
le cose.
La Cnn ha ricevuto l'ordine di non definire «insediamento
di coloni» il quartiere ebraico di Gilo.
E fra tante difficoltà, è fiorito anche il macabro mercato
dei video che i kamikaze filmano prima di farsi esplodere. I
reporter israeliani conoscono bene le regole dell'informazione
di questa guerra, e infatti non se ne incontra mai uno al
seguito dei soldati, nelle città palestinesi occupate: Amira
Hass, l'unica che osi scrivere da Ramallah per il quotidiano Ha'aretz
, è considerata un caso nazionale.
Le tv palestinesi, l'emittente degli hezbollah sono
un'agiografia dell'intifada: Yaakov Ezra, speaker arabo della
radio israeliana, ha ricevuto anche qualche minaccia per i
suoi reportage troppo indipendenti.
E la rete Channel 2 è impegnata in un lungo braccio di ferro
con l'esercito, per non avere accettato un filtro sulle
immagini. Quando cinque poliziotti palestinesi sono stati
trovati morti in un appartamento di Ramallah, un colpo alla
tempia, il caso ha voluto che due piani sopra ci fossero gli
studi di Abu Dhabi tv, che hanno visto i militari israeliani
salire per le scale a compiere la strage: l'inviato
dell'emittente araba, davanti a decine di colleghi stranieri,
una sera è stato prelevato e cacciato con l'accusa d'avere
trasmesso «servizi incendiari». Mahmud Abu Zuluf, 82 anni,
anziano direttore del quotidiano palestinese Al-Kuds ,
non si stupisce: «Ci sono due settori soltanto in cui
israeliani e arabi hanno sempre trovato punti comuni: i
traffici della malavita e la propaganda dei giornali».
Fonte:
Il Corriere della Sera
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