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di Marco D'Eramo
19 aprile 2002
Nel
marzo 1795, Alexandre Vandermonde, titolare della prima
cattedra di economia politica istituita nella Francia
post-rivoluzionaria, scriveva queste parole a proposito
dell'invenzione del telegrafo: «[Essa] può rendere possibile
l'istituzione della democrazia presso un grande popolo. Molti
uomini rispettabili, tra cui va annoverato Jean-Jacques
Rousseau, hanno ritenuto che l'istituzione della democrazia
fosse impossibile presso un grande popolo. Come infatti il
popolo potrebbe decidere tutto insieme? [...] L'invenzione del
telegrafo è un elemento nuovo di cui Rousseau non ha potuto
tener conto nei suoi calcoli. Esso può servire a parlare a
grandi distanze e tanto distintamente come in una sala. I
cittadini francesi potranno comunicare tra loro tutto quello
che vorranno...».
Non può fare a meno di venire in mente Internet, con tutte le
sue promesse di democrazia diretta, tanto più che il
telegrafo fu definito a suo tempo «la strada istantanea del
pensiero». Questo brano è il progenitore di infinite altre
promesse di pace universale e di democrazia diffusa che
saranno apportate dall'ultima - in ordine di tempo -
innovazione tecnologica. I saint-simoniani credevano per
esempio che le ferrovie avrebbero messo fine alle guerre perché
avrebbero permesso ai popoli di conoscersi tra loro (mentre le
tradotte avrebbero portato divisioni e munizioni al fronte in
misura inaudita prima di allora).
Il passaggio di Vandermonde è citato da Armand Mattelart (nella
foto) come esempio della tesi portante della sua Storia
della società dell'informazione: «A ogni ciclo tecnologico
si rinnoverà il discorso redentore sulla promessa di
concordia universale, di democrazia decentrata, di giustizia
sociale e prosperità generale. E ogni volta si ripeterà
anche il fenomeno dell'amnesia nei confronti della tecnologia
precedente.
Dal telefono ottico, al cavo elettrico sottomarino, dal
telefono a Internet, passando per la radiotelevisione, tutti i
mezzi destinati a trascendere la trama spazio-temporale del
tessuto sociale richiameranno alla mente il mito collettivo
dell'agorà delle città dell'Attica.
Né la differenza, spesso radicale, delle condizioni storiche
in cui si verificherà il loro effettivo impianto
istituzionale, né le evidenti smentite arrecate alle promesse
iniziali, eclisseranno questo immaginario tecnologico di
stampo millenarista».
Storia della società dell'informazione è un volumetto denso,
falso magro, con tutti i pregi e difetti di qualcosa che
sembra una dispensa per un corso universitario monografico. I
pregi stanno proprio nel suo carattere bigino, vademecum,
Baedecker, di fitto susseguirsi di fatti, esempi, riferimenti
bibliografici che comunque restano molto al di qua di quella
straordinaria miniera che è L'invention de la communication
un po' l'opus magnum di Mattelart. I difetti di quest'ultimo
lavoro di Mattelart stanno perciò nell'inevitabile
schematicità, nelle idee tagliate un po' a colpi di accetta,
anche perché non è nei meandri filosofici e nelle
sottigliezze teoretiche che Mattelart dà il suo meglio.
Difetti aggravati dal carattere fuorviante del titolo. Come
sarebbe infatti possibile redigere una Storia della società
dell'informazione senza nemmeno una riga dedicata al fenomeno
della pubblicità e senza neanche un paragrafo consacrato a
spiegare come è nato e si è sviluppato Internet? È
possibile, perché in realtà si tratta non di un Storia della
società dell'informazione, quanto di una Storia dell'idea e
dell'ideologia di «società dell'informazione».
Il libro ripercorre infatti con puntigliosa meticolosità le
varie tappe con cui si è venuta elaborando e imponendo l'idea
stessa che la nostra società possa essere definita come «società
dell'informazione».
Ecco quindi Mattelart ricordarci che il termine rete è stato
codificato per la prima volta nel 1802 da un ufficiale del
genio francese in un saggio sulla ricognizione militare; o che
il termine «post-industriale» - che tanto nuovo e «postmoderno»
ci sembra - ha in realtà quasi un secolo di età perché è
stato coniato nel 1913 dall'indiano Ananda K. Coomaraswamy che
già allora coniugava l'idea di società postindustriale con
un rinnovato fiorire della diversità culturale minacciata
dall'omologazione di un «sistema unitario meccanizzato».
Il merito di Mattelart è di rimettere al loro tempo e al loro
luogo le conoscenze che alla fine degli anni '70 hanno diffuso
negli organismi internazionali la nozione di «società
dell'informazione», fino a che nel 1995 il summit del G7
ratifica il concetto di global society of information. La sua
è quindi anche una storia di gruppi di studio, comitati (inter)governativi,
commissioni, rapporti, in cui le epoche della storia vengono
scandite da date e da sigle che, a conferma della tesi di
Mattelart, cadono quasi sempre nel dimenticatoio. Eccoci, a
caso e alla rinfusa, imparare quando è avvenuto il primo
Congresso internazionale di statistica (Bruxelles 1853);
quando è nata l'idea stessa di think tank (la Rand
Corporation, 1946) e la nozione di «consulenti militari»
(che «si muovono oggi nei corridoi dei ministeri della guerra
come i gesuiti nelle regge della Controriforma»); quando
cominciano a diffondersi le società «futurologiche» (nel
1966 è fondata a Washington la World Futures Society, nel
1968 l'Institute for the Future; riviste intitolate The
Futurist, Futures, Technological Forecasting).
Sfilano davanti a noi sigle come Dot Force (Digital
Opportunity Task Force); o l'impronunciabile C4ISR che tra i
militari designa le tecnologie di Command/ Control/Communication/Computation/Intelligence/
Surveillance/Reconnaissance.
In quanto storia dell'ideologia, questo libro offre
interessanti percorsi intellettuali di alcuni ideologi della
«società dell'informazione».
Vengo così a sapere che Marhall McLuhan (quello del «villaggio
globale» e di «il medium è il messaggio») era uno
specialista di letteratura elisabettiana convertitosi al
cattolicesimo di cui era un fervente praticante. O che
Nicholas Negroponte, «profeta dell'era cyber, autore di Being
digital, azionista di Wired, periodico dei cultori di
Internet, prima di fondare nel 1979 il Media Lab al Mit
(Massachusetts Institute of Technology), aveva lavorato presso
la Rand Corporation e l'Ibm Cambridge Scientific Center sulla
prospettiva urbana "informatizzata"».
Mattelart ci riepiloga anche una serie di idee e iniziative «di
sinistra»: nel 1968 Amitai Etzioni della Harvard Business
School introduce nel dibattito sociologico il tema della
democrazia partecipativa nella nuova «società attiva»; o la
serie di progetti che usano le nuove comunicazioni per
esperienze di democrazia diretta: la Kothmale Community Radio
in Sri Lanka (1989), il Village Knowledge Centre a Chennay (ex
Madras) in India (1998), i Gasaleka & Mamelodi Telecntres
in Sudafrica (1998).
Ma è proprio la prospettiva politica di Mattelart a suscitare
più perplessità. A forza di combattere le amnesie collettive
e di ricordare come ogni innovazione tecnologica abbia
generato la sua utopia tecnocratica di democrazia decentrata o
di «capitalismo senza frizioni» (Bill Gates), Mattelart
rischia di cadere nel «tutto è uguale a tutto».
A forza di demistificare la distruzione delle frontiere e la
disseminazione partecipativa della «società
dell'informazione», pare sfociare solo nel miserabilismo
stavolta in versione cyber, quella del techno-apartheid e del
digital divide. Mattelart finisce per appiattirsi così sull'anti-americanismo
versione gallicana, sul protezionismo statalista francese e
sulla sua «eccezione culturale».
Il più che sacrosanto smascheramento degli inni al web, dei
peana alla rete e alle sue taumaturgiche virtù sociali si
risolve in una sorta di sguardo conservatore, perché poi è
vero che telegrafo, ferrovie, telefono, automobili radio,
aerei, tv, Internet, ci hanno completamente rivoluzionato la
vita e la società, pur se non ci hanno portato democrazia e
pace universale. Basti pensare al fondamentale Il secondo Io
in cui Sherry Turkle ci ha mostrato come il computer cambi le
strutture stesse del nostro io.
C'è un'ideologia della «società dell'informazione», ma c'è
anche una sua realtà. Mattelart pare non aver colto fino in
fondo le implicazioni del brano di Félix Guattari che riporta
in testa al suo capitolo conclusivo: «L'intelligenza e la
sensibilità sono oggetto di un'autentica mutazione,
determinata dalle nuove macchine informatiche che s'insinuano
sempre di più nei meccanismi della sensibilità, del gesto e
dell'intelligenza.
Assistiamo oggi a una mutazione della soggettività ancora più
importante di quella determinata dall'invenzione della
scrittura e della stampa...».
Fonte:
Le Monde
Diplomatique
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