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di Camilla Lai
30 aprile 2002
«In questo paese bisogna imparare a fare i conti con
l'inaspettato». Mancano pochi giorni al momento in cui dovrà
comparire, per la seconda volta, davanti alla corte egiziana
per la sicurezza dello stato ma l'appuntamento con la
giustizia non sembra aver fatto perdere a Saad Eddin Ibrahim
la sua tranquillità. Docente di sociologia all'università
americana del Cairo, in possesso di doppia cittadinanza
egiziana e americana, ma soprattutto militante di diritti
umani, Ibrahim ha fondato nel 1988 il centro Ibn Khaldun per
la democrazia e i diritti dell'uomo, con il quale ha sostenuto
numerose battaglie civili (tra le altre, campagne di
educazione elettorale rivolte alle donne, prestiti e
microcredito per sottrarre i più poveri ai finanziamenti
interessati dell'attivismo islamico). Battaglie che le autorità
egiziane hanno sempre tollerato, almeno fino a quando il
centro non ha annunciato la sua intenzione di voler monitorare
le elezioni per verificarne la legalità. Per Ibrahim le
manette sono scattate la notte del 30 giugno 2000. Dopo sei
settimane di carcere viene processato in base alla legge di
emergenza promulgate nel 1981 dopo l'assassinio di Sadat, che
esclude il ricorso in appello. Innumerevoli i capi di
imputazione: corruzione, sottrazione di fondi esteri,
manipolazione dei mezzi di comunicazione, diffusione di
informazioni false per danneggiare l'immagine internazionale
dell'Egitto. L'attenzione internazionale che ha suscitato il
caso di Saad Eddin (in suo favore si sono mosse sette
organizzazioni umanitarie, tra cui Amnesty International) ha
spinto la Cassazione, il 6 febbraio scorso, ad annullare la
sentenza di primo grado.
Qual è stata la motivazione?
Hanno ammesso che il processo non si era svolto in modo
conforme alla legge. La Cassazione, l'unico tribunale egiziano
non direttamente influenzato dall'esecutivo, non sindaca il
merito della decisione, ma sostiene che durante il processo la
violazione di norme sostanziali aveva inficiato la correttezza
della procedura.
E ora?
Il governo non è obbligato a rifare il processo e spesso
capita che processi annullati finiscano nel dimenticatoio. Ma
il mio andrà avanti e potrà durare dai 2 mesi a un anno. Nel
frattempo, possono decidere di rimettermi in carcere.
Colpendo lei, che è anche cittadino americano, stanno
forse cercando di ridurre al silenzio tutti gli attivisti?
Sì, e bisogna ammettere che il governo è riuscito, almeno in
parte, nel suo scopo di intimidire chi lotta per la difesa dei
diritti umani nel paese. Le nostre giornate somigliano ormai a
quelle dei guerriglieri. Ci riuniamo ancora tutti i martedì
pomeriggio, in altre sedi, visto che hanno chiuso e devastato
il nostro centro. È stata una mossa stupida, perché noi
proiettavamo all'esterno l'immagine di un Egitto migliore.
È ottimista?
Per forza. So che alla fine vinceremo la lotta allo sviluppo,
perché il futuro è nostro alleato. Sono sei anni che provano
a farmi tacere. Hanno cominciato nel 1994, quando l'Ibn
Khaldun organizzò la prima conferenza sui diritti delle
minoranze nel mondo arabo.
Dopo sei anni, qual è stata la goccia che ha fatto
traboccare il vaso?
Ce lo siamo chiesti con i miei avvocati per 45 giorni. Mi
hanno arrestato il 30 giugno. Il 29 era uscito il mio
ultimo articolo sul quotidiano al Magalla, intitolato
«Gomlokeya».
Che significa?
È una parola che ho coniato io, da gomhoreya
(repubblica) e malakeya (monarchia o dinastia), per
spiegare il contributo arabo al sistema politico del
ventunesimo secolo: una nuova forma di governo, sembra una
democrazia ma in realtà è una devoluzione di potere da padre
a figlio. L'articolo è stato subito ritirato.
Scomparso e quindi nemmeno ammissibile agli atti del processo.
Come imposterete la difesa?
Sosteniamo l'incostituzionalità della legge di emergenza
e del decreto ministeriale numero 4 del 1992, in base al quale
i fondi esteri devono ricevere una previa autorizzazione
governativa.
L'accusano di aver sottratto fondi dell'Unione europea,
anche se la stessa Ue smentisce il fatto...
Quando fondai il centro Ibn Khaldun, nel 1988, trovai un
articolo nel codice civile che mi consentì di dotare il
centro studi di personalità giuridica mantenendo autonomia di
movimento. Ho preferito pagare le tasse piuttosto che essere
esente e non poter pensare liberamente. Per un po' ha
funzionato. Riceviamo fondi Ue dal 1998. E il decreto numero 4
non si applica a noi, proprio perché siamo una società senza
scopo di lucro. I fondi passano attraverso il governo, perché
l'Egitto ha firmato la Dichiarazione di Barcellona con
l'Europa. Per capire bisogna fare attenzione al momento in cui
hanno colpito. L'Ue ci aveva finanziato un programma per
monitorare le elezioni, visto che l'Egitto rifiuta osservatori
internazionali, con la scusa dell'interferenza imperialista
neocoloniale. Già nel 1995 avevamo prodotto un rapporto che
denunciava le frodi nell'intero sistema elettorale e numerosi
casi di violenza nei distretti in cui i candidati dei Fratelli
musulmani rappresentavano la maggioranza. Il dossier è stato
usato come prova a sostegno dei candidati che avevano perso le
elezioni e che hanno presentato ricorso (88 cause, ndr).
Anche sul processo è ottimista?
No. So che c'è sempre un prezzo da pagare. Il mio mi sembra
minimo, rispetto alla lotta per la democrazia,
all'emancipazione umana, ai diritti dei bambini palestinesi.
Cosa pensa della situazione in Palestina?
È come nell'82, ai tempi dell'invasione del Libano. L'unica
differenza è che ora i palestinesi sono più forti, perché
stanno lottando da soli nella loro terra contro la brutale
macchina militare israeliana. In passato avevano avuto il pur
poco efficace sostegno di altri stati arabi. Stavolta stanno
mostrando al mondo la propria forza e l'impotenza dei regimi
arabi
Fonte:
Il Manifesto
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