I NOSTRI
DOSSIER

Operazione "Enduring Freedom"
Tra libertà di informazione, censura di guerra e autocensura

G8 a Genova: I fatti di luglio
In collaborazione con:
Federazione nazionale della stampa e Associazione stampa ligure


 

torna alla HOMEPAGE

Perù: giornalisti nel mirino

di Nicoletta Negri
1 maggio 2002  

nella foto: Parenti di giornalisti uccisi testimoniano alla Commissione della in Huanta, nella provincia di Ayacucho, l'11 aprile del 2002. (Foto di Silvia Izquierdo (2) - AP)

Diciannove sono i giornalisti uccisi negli anni '80 in Perù
Quasi due all’anno, uno ogni sei mesi. In quegli anni il Peru’ era internazionalmente considerato un paese democratico.
Jaime Ayala Sulca, corrispondente del quotidiano La Repubblica, fu ucciso il 13 agosto del 1984 nell’accampamento militare di Huanta. Circa dieci giorni prima Ayala si era presentato davanti al comandante Alvaro Artaza Adrianzen per chiedere spiegazioni sui maltrattamenti compiuti dai militari contro sua madre e suo fratello. Non usci’ mai dallo stadio che ospitava l’accampamento militare. Fu torturato, appeso per le braccia con i polsi legati dietro la schiena, sommerso in acqua, picchiato. Come lui decine di persone ogni giorno. Venivano spogliati dei vestiti e delle scarpe, legati e uccisi. Nel suo caso volevano solo intimidirlo, ma quando si seppe che stavano facendo indagini sulla sua scomparsa, il comandante decise di eliminarlo: lo fece assassinare a botte, senza sprecare proiettili, e poi tagliare a pezzi. I suoi resti vennero sepolti in varie parti dello stadio.


Confessare le atrocità non basta a condannare
La sorte di Ayala e’ stata resa nota da un militare che ha deciso di parlare dopo che nelle ultime settimane la Commissione della Verita’ ha fatto luce su vari casi di violazioni dei diritti umani in Peru’ negli anni ’80 e ’90.
Fra questi la storia di Hugo Bustios Saavedra, corrispondente del settimanale Caretas assassinato con una granata il 24 novembre 1988. Per la sua morte furono subito accusati alcuni membri dell’esercito, ma il caso fu archiviato. Responsabili dell’archiviazione furono principalmente Moises Pantoja Rodulfo, in seguito promotore della legge di amnistia, e Alipio Montes de Oca, protagonista di uno dei “vladi-video” che dimostrarono come il capo dei servizi segreti Vladimiro Montesinos si comprasse a suon di dollari magistrati, parlamentari e giornalisti. Nel 1995 la legge di amnistia voluta da Fujimori sollevo’ da ogni responsabilita’ il personale militare implicato in casi di violazioni dei diritti umani. Nel 1997 la Corte Interamericana per i Diritti Umani sanziono’ il governo peruviano per aver permesso la prescrizione del crimine di Bustios, ma due dei responsabili dell’assassinio, Victor La Vera Hernandez e Amador Vidal Sambento, furono promossi al grado di colonnello e di comandante. Bustios era “reo” di aver denunciato vari casi di abusi delle forze armate. Sette persone furono testimoni dell’assassinio e identificarono i responsabili, ma dopo la morte di un paio di loro gli altri si chiusero in un silenzio impenetrabile. Finche’ il suo caso non fu riportato davanti alla pubblica opinione il 12 aprile 2002 durante una sessione della Commissione della Verita’.
Voluta dal governo provvisorio succeduto alla caduta di Fujimori, la Commissione e’ stata istituita il 2 giugno del 2001. Le sessioni pubbliche sono iniziate nell’aprile del 2002 e stanno permettendo di far luce su numerosi casi di violazioni dei diritti umani avvenute in quegli anni.
Sofia Macher, membro della Commissione, ha dichiarato che “e’ una grande opportunita’ per le istituzioni, per le forze armate e per i partiti politici di dare una spiegazione al paese su cio’ che e’ avvenuto.” Ed ha aggiunto che “e’ l’unica maniera di rilegittimare le forze armate cosicche’ la societa’ civile torni a credere in esse”.
Ma la ricostruzione delle violenze e dei massacri di quegli anni dovrebbe anche servire a ricostruire il quadro storico e a contestualizzare i fatti e le responsabilita’. E’ la richiesta che e’ venuta dalle migliaia di prigionieri politici tuttora incarcerati che scontano l’aver reagito con la ribellione – a volte armata, a volte no – contro le violenze dei militari e dell’ingiustizia sociale.

Fonte: Selvas

Per ulteriori informazioni e per scriverci: isf@fol.it