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4 maggio 2002
I drammatici fatti dell'11
settembre a New York hanno aumentato il rischio della censura
e dell'autocensura da parte degli organi di informazione e dei
giornalisti. E' il giudizio condiviso dai tanti inviati di
guerra che hanno partecipato ad un convegno su questo tema
promosso oggi a Firenze da Informazione senza frontiere (ISF),
Fnsi e Regione Toscana in occasione della Giornata
internazionale della libertà di stampa.
''Le 60 guerre avvenute solo dal 1991 al 2001 - ha detto Carlo
Salvicchi, presidente di ISF - che hanno provocato centinaia
di migliaia di morti e 17 milioni di profughi, hanno
accresciuto il ruolo dell' informazione, ma reso sempre più
pericoloso il mestiere di inviato. Per questo occorre
attrezzarsi per poter dare una risposta sempre più
professionale ai tanti tentativi di pilotare la comunicazione
nei teatri di guerra''.
Salvicchi ha annunciato tra le prossime iniziative
dell'associazione 'impegno per favorire entro l'estate un
incontro in Medio Oriente tra giornalisti e società civile
israeliana e palestinese e l'attuazione del Progetto Eurolink,
cofinanziato dall'Ue, per la nascita e la formazione di media
e di giornalisti indipendenti ''per la costituzione della
democrazia in Serbia e Montenegro''.
In apertura dei lavori, coordinati dal segretario di ISF, Pino
Rea, l'assessore regionale alla comunicazione Chiara Boni ha
annunciato l'intenzione di costituire un Centro studi
internazionale, aperto agli editori e all'università, in seno
all'Osservatorio sulla libertà di informazione costituito
alcuni anni fa a Firenze da Isf e dalla Regione. ''Questo
centro - ha aggiunto - per rigore, autorevolezza ed
imparzialità dovrà essere guardato con fiducia e rispetto da
qualunque parte del mondo venga messo in discussione il
diritto ad informare e ad essere informati''.
Hanno poi portato la loro esperienza, sollecitati dalle
domande del capo della redazione toscana della Rai Stefano
Marcelli, gli inviati Francesco Battistini (Corriere della
Sera), Maurizio Naldini (La Nazione), Ennio
Remondino (Rai), Alice Chasan direttrice del Word
Press Review di New York, Geneva Overholser studiosa della
Columbia University, Sarah de Jong della Federazione
internazionale dei giornalisti.
Quest'ultima ha ricordato come in Afghanistan solo una minima
parte dei 5 mila giornalisti presenti sia preparata ad
affrontare i pericoli e le situazioni in cui possono
imbattersi i corrispondenti di guerra ed ha espresso
preoccupazione per il crescente utilizzo dei free lance da
parte dei grandi gruppi editoriali. ''Sono giornalisti senza
tutela - ha aggiunto Sarah de Jong - che costano meno alle
aziende e corrono più rischi degli altri per cercare notizie
sempre nuove''.
''Vedo segnali negativi nel mondo - ha detto il segretario
nazionale della Fnsi Paolo Serventi Longhi - tendenti a
limitare l'informazione, vedo tagli all' informazione
all'estero anche da parte dei giornali e delle testate
televisive e radiofoniche italiane ed europee, e vedo una
preoccupante riduzione del numero dei testimoni per raccontare
i grandi fatti del nostro tempo''.
Fonte: ANSA
"Basta giornalisti
morti in guerra! Basta giornalisti feriti, picchiati,
intimoriti, minacciati! Basta con i tentativi dei poteri,
spesso militari, di conculcare la libertà di informazione
colpendo fisicamente i giornalisti!". Paolo Serventi
Longhi, segretario della Federazione nazionale della stampa
italiana (Fnsi) é intervenuto a Firenze a un seminario sul
tema "Guerra e informazione", promossa da
Informazione senza frontiere alla vigilia della celebrazione
della Giornata internazionale per la libertà di stampa.
Serventi Longhi ha ascoltato i drammatici dati illustrati da
Sarah De Jong, responsabile del settore sicurezza della
Federazione internazionale dei giornalisti, da cu risulta che
negli ultimi undici anni sono stati 1.100 i giornalisti uccisi
sui fronti di guerra. "É evidente che la vicinanza dei
giornalisti a fatti tragici comporta dei rischi in questa
professione. Rischi che le aziende editoriali ed il mondo
delle istituzioni devono, per parte loro, cercare di ridurre
al minimo. Anche i giornalisti - ha detto Serventi Longhi -
devono imparare a difendersi, come le aziende editoriali
devono imparare a tutelare i giornalisti".
"L'editore può, ad esempio, coprire con polizze
assicurative speciali i giornalisti che vengono inviati in
zone di guerra. L'editore può anche promuovere -ha aggiunto
Serventi Longhi- corsi di formazione per i giornalisti, i
fotoreporter e i fotocineoperatori insegnando come evitare i
rischi". Il segretario della Fnsi ha dichiarato che é
intenzione della categoria professionale italiana "porre
il problema delle morti in zone di guerra in maniera seria,
non solo con iniziative che ricordino i colleghi caduti ma
anche con iniziative che evitino altre morti".
"Occorre una mobilitazione di tutto il sistema
dell'informazione per salvaguardare la pelle di chi ha il
dovere di fare informazione, di chi ha il compito di
raccontare quello che succede".
Fonte: ADNKRONOS
Tempi duri per la libertà di
stampa, a livello mondiale. Il rapporto annuale
dell’organizzazione francese ‘Reporters Senza Frontiere’
(Rsf), presentato oggi in occasione della XII Giornata
internazionale della libertà di stampa, parla chiaro: la
situazione è decisamente peggiorata nel 2001. In tutti i
continenti, l’esercizio di questo diritto fondamentale ha
subito pesanti attacchi. Violenze fisiche, contro persone
(omicidi, pestaggi, minacce), misure repressive (censura,
carcere) ma anche danni alle infrastrutture (antenne,
tipografie, redazioni di testate). I giornalisti uccisi
durante l’esercizio della professione nel 2001 sono stati 31
(8 in Afghanistan) mentre attualmente sono 106 quelli detenuti
in diversi penitenziari del mondo. “Fatta eccezione per il
numero dei morti, tutti gli altri dati registrano un notevole
incremento rispetto al 2000: i fermi e gli arresti sono
aumentati del 50 per cento, le intimidazioni e le aggressioni
del 40 per cento, la censura contro i media del 28 per
cento”, si legge nel rapporto di Rsf. “Sono sempre di più
gli operatori dei mass media arrestati per aver denunciato
casi di corruzione, per aver criticato un’amministrazione o
per aver espresso la propria preoccupazione, insomma per aver
fatto il proprio mestiere”. Circa un terzo degli abitanti
del pianeta vive ancora in Paesi in cui la libertà di stampa,
semplicemente, non è riconosciuta. “Si tratta degli ultimi
Paesi comunisti – precisa Rsf – come la Cina ma anche di
regimi a partito unico come la Siria e l’Iraq, di dittature
militari come l’ex Birmania, di monarchie come l’Arabia
Saudita”. Nella lista nera sono incluse anche nazioni come
la Tunisia, Panama, Guatemala e Colombia. “La repressione è
tornata massiccia anche in Bangladesh, Eritrea, Haiti, Nepal,
Zimbabwe”, aggiunge Rsf. Nel rapporto sono comunque
segnalate delle “buona notizie”. “Alcune vittime di
regimi che non sopportano l’informazione alternativa hanno
riacquistato la libertà. È il caso del giornalista Nizar
Nayyouf – precisa Rsf – che ha lasciato le carceri siriane
dove è rimasto detenuto per nove anni o della giornalista e
scrittrice San San Nweh, liberata nel luglio scorso dopo sette
anni trascorsi nella prigione di Insein a Yangon”. Rsf
ricorda tuttavia che proprio il Myanmar conserva il triste
primato, assieme all’Iran, del più alto numero di
giornalisti imprigionati. Tra i pochi Paesi in cui sono stati
segnalati progressi, anche il Cile, dove l’articolo 6/b
della legge sulla sicurezza interna, varato nel 1958, è stato
infine abrogato. Prevedeva una pena fino a cinque anni di
carcere per chi “calunniava o ingiuriava” le più alte
cariche dello Stato. In Perù, secondo Rsf, “l’era
Fujimori sembra definitivamente tramontata e la stampa ha
potuto tornare ad esercitare la propria funzione, senza timore
di rappresaglie”. Anche nel continente africano diversi
giornalisti agli arresti sono tornati in libertà, come è
accaduto in Etiopia, del Togo e della Repubblica democratica
del Congo. Tuttavia, in tali Paesi, le pressioni esercitate da
chi è al potere non sono certo diminuite e la libertà di
stampa resta sotto costante minaccia.
Fonte: www.misna.org
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