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di Goffredo
Buccini
19 maggio 2002
Il
grande sonno finisce oggi, i famosi cani da guardia della
democrazia americana ricominciano a mordere. Ma chissà se
qualcuno ricorda ancora Bill il Reprobo. Chissà se, nel
giorno del doloroso risveglio della libera stampa, qualcuno
dedica un pensiero a Bill Maher, il provocatore del talk show
«Politically incorrect», oscurato a furor di popolo dai
network e dagli sponsor per avere detto dagli schermi della Abc
che «codardi» non erano i kamikaze che si schiantavano con
un aereo contro un grattacielo, ma gli Stati Uniti «che
lanciano missili Cruise da duemila miglia». Era il 29
settembre, diciotto giorni dopo la tragedia delle Torri e del
Pentagono: e quelle frasi suonavano, comprensibilmente,
insopportabili per una nazione ferita.
Eppure tutto comincia da lì.
Ari Fleischer, portavoce del presidente Bush, colse
l’infelice sortita di Maher per ammonire tutti, giornalisti
e anchorman: «Bisogna stare attenti a quel che si dice».
Fece seguire, poi, nuovi inviti, sempre più pressanti: «Non
dobbiamo aiutare il nemico». E i media, senza eccezione, si
misero sull’attenti: Bill il Reprobo fu solo il primo
caduto, il più goffo, nella guerra persa dall’informazione
indipendente e dalla critica libera. Sulla American War di
Bush contro il terrorismo calò l’autocensura. Ora, otto
mesi più tardi, lo scandalo degli allarmi su Al Qaeda,
lanciati da Cia e Fbi prima dell’11 settembre e ignorati
dalla Casa Bianca, ha un clamoroso effetto collaterale. La
stampa sterza, s’interroga sul proprio ruolo, decide che
accettare le veline quotidiane del Pentagono senza fare una
piega non equivale di per sé a un buon servizio reso alla
patria. E a guidare l’inversione di rotta sono due tra le
firme più prestigiose: Bob Woodward e Dan Rather.
Woodward, l’uomo del Watergate, torna in pista sulla prima
pagina del Washington Post, con quello che minaccia di
essere l’inizio di una serie di articoli
sull’Amministrazione. Smentisce le versioni ufficiali con
cui Fleischer e Condoleezza Rice, la più ascoltata
consigliera di Bush, tentano di bloccare la frana politica che
si sta riversando su Washington. «Quelli della Cia e dell’Fbi
erano allarmi generici», dicono loro. Macché, «annunciavano
un attacco negli Stati Uniti», scrive lui, snocciolando pezzi
di verbale ottenuti dalle sue gole profonde. Rather, il più
famoso opinionista di Cbs News, si spinge oltre.
Ammette che «il patriottismo è stato così forte, negli
Stati Uniti dopo l’11 settembre, da avere impedito ai
giornalisti americani di porre questioni dure sulla conduzione
della guerra contro il terrorismo». E’ solo l’avvio di un
mea culpa che coinvolge un’intera categoria: «Quella di cui
stiamo parlando, piaccia o no, è una forma di autocensura»,
spiega ai microfoni dell’inglese Bbc.
« Si comincia col patriottismo e si finisce per dire a se
stessi: "Io saprei qual è la domanda giusta ma, sai cosa
c’è?, non è questo il momento giusto per farla"».
Ne deriva, dice Rather, un «osceno paragone»: nei mesi dopo
l’attacco alle Torri, non essere abbastanza patriottico in
America «era come fare il dissidente in Sud Africa, ti
mettevano al collo un pneumatico in fiamme. Questa paura ci ha
fermati, ha fermato me per primo, non sono esente da critiche
e lo dico con umiltà. E’ stata una vergogna». In
quest’intervista memorabile, ma purtroppo tardiva, il
veterano degli opinionisti definisce infine cos’è il
patriottismo per un cronista: «Alzarsi in piedi, guardarli
negli occhi e fare le domande che loro non vogliono ascoltare,
quelle che servono a difendere i valori che il nostro Paese
sostiene».
Basta sfogliare le raccolte dei quotidiani per sapere chi sono
«loro»: i padroni del governo, che per mesi hanno bloccato
quelle domande.
Sulla guerra d’Afghanistan, trasformata in un serial
hollywoodiano senza riscontri sulle vittime civili. Sul campo
di concentramento di Guantanamo, dove le violazioni dei
diritti umani sono sempre state superate con la formula magica
dei «motivi di sicurezza» e ai giornalisti è sempre stato
impedito qualsiasi controllo reale. Sui duemila cittadini
arabi comparsi nelle carceri americane senza un’accusa
precisa e senza che si sollevassero seri problemi di legalità.
Il New York Times, il 7 ottobre 2001, titolava: «Il
nuovo slogan di Washington: attento a ciò che dici». E
citava Donald Rumsfeld, il ministro della Difesa, che, citando
a sua volta Winston Churchill, proclamava: «In tempo di
guerra, la verità è tanto preziosa che deve sempre essere
accompagnata da una scorta di bugie». Rumsfeld poi ha perfino
messo su un ufficio di disinformazione, negandone
l’esistenza. Cautela inutile perché, secondo gli ordini,
era già cominciato il grande sonno. Che, come ogni letargo,
prevede un amaro risveglio: anche Bush, il padre della patria
ferita, aveva schiacciato un pisolino, sui rapporti dei
servizi. Ora che i cani da guardia l’hanno fiutato, non
molleranno l’osso facilmente: perché hanno parecchio da
farsi perdonare. E lo sanno.
Fonte: Il Corriere della Sera
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