IL NOSTRO NUOVO RAPPORTO 2002

"Giornalisti e media fra orrori e speranze: L’informazione nelle repubbliche della ex Jugoslavia: 1990-2001

a cura di Informazione senza frontiere e  dell’Osservatorio internazionale sulla libertà di informazione

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La stampa americana rompe la tregua: «Basta patriottismo»
Tra la Casa Bianca e i media svanisce l’«effetto 11 settembre». Ad aprire le ostilità due firme prestigiose: Bob Woodward e Dan Rather

di Goffredo Buccini
19 maggio 2002  

Il grande sonno finisce oggi, i famosi cani da guardia della democrazia americana ricominciano a mordere. Ma chissà se qualcuno ricorda ancora Bill il Reprobo. Chissà se, nel giorno del doloroso risveglio della libera stampa, qualcuno dedica un pensiero a Bill Maher, il provocatore del talk show «Politically incorrect», oscurato a furor di popolo dai network e dagli sponsor per avere detto dagli schermi della Abc che «codardi» non erano i kamikaze che si schiantavano con un aereo contro un grattacielo, ma gli Stati Uniti «che lanciano missili Cruise da duemila miglia». Era il 29 settembre, diciotto giorni dopo la tragedia delle Torri e del Pentagono: e quelle frasi suonavano, comprensibilmente, insopportabili per una nazione ferita.
Eppure tutto comincia da lì.
Ari Fleischer, portavoce del presidente Bush, colse l’infelice sortita di Maher per ammonire tutti, giornalisti e anchorman: «Bisogna stare attenti a quel che si dice». Fece seguire, poi, nuovi inviti, sempre più pressanti: «Non dobbiamo aiutare il nemico». E i media, senza eccezione, si misero sull’attenti: Bill il Reprobo fu solo il primo caduto, il più goffo, nella guerra persa dall’informazione indipendente e dalla critica libera. Sulla American War di Bush contro il terrorismo calò l’autocensura. Ora, otto mesi più tardi, lo scandalo degli allarmi su Al Qaeda, lanciati da Cia e Fbi prima dell’11 settembre e ignorati dalla Casa Bianca, ha un clamoroso effetto collaterale. La stampa sterza, s’interroga sul proprio ruolo, decide che accettare le veline quotidiane del Pentagono senza fare una piega non equivale di per sé a un buon servizio reso alla patria. E a guidare l’inversione di rotta sono due tra le firme più prestigiose: Bob Woodward e Dan Rather.
Woodward, l’uomo del Watergate, torna in pista sulla prima pagina del Washington Post, con quello che minaccia di essere l’inizio di una serie di articoli sull’Amministrazione. Smentisce le versioni ufficiali con cui Fleischer e Condoleezza Rice, la più ascoltata consigliera di Bush, tentano di bloccare la frana politica che si sta riversando su Washington. «Quelli della Cia e dell’Fbi erano allarmi generici», dicono loro. Macché, «annunciavano un attacco negli Stati Uniti», scrive lui, snocciolando pezzi di verbale ottenuti dalle sue gole profonde. Rather, il più famoso opinionista di Cbs News, si spinge oltre. Ammette che «il patriottismo è stato così forte, negli Stati Uniti dopo l’11 settembre, da avere impedito ai giornalisti americani di porre questioni dure sulla conduzione della guerra contro il terrorismo». E’ solo l’avvio di un mea culpa che coinvolge un’intera categoria: «Quella di cui stiamo parlando, piaccia o no, è una forma di autocensura», spiega ai microfoni dell’inglese Bbc.
« Si comincia col patriottismo e si finisce per dire a se stessi: "Io saprei qual è la domanda giusta ma, sai cosa c’è?, non è questo il momento giusto per farla"».
Ne deriva, dice Rather, un «osceno paragone»: nei mesi dopo l’attacco alle Torri, non essere abbastanza patriottico in America «era come fare il dissidente in Sud Africa, ti mettevano al collo un pneumatico in fiamme. Questa paura ci ha fermati, ha fermato me per primo, non sono esente da critiche e lo dico con umiltà. E’ stata una vergogna». In quest’intervista memorabile, ma purtroppo tardiva, il veterano degli opinionisti definisce infine cos’è il patriottismo per un cronista: «Alzarsi in piedi, guardarli negli occhi e fare le domande che loro non vogliono ascoltare, quelle che servono a difendere i valori che il nostro Paese sostiene».
Basta sfogliare le raccolte dei quotidiani per sapere chi sono «loro»: i padroni del governo, che per mesi hanno bloccato quelle domande.
Sulla guerra d’Afghanistan, trasformata in un serial hollywoodiano senza riscontri sulle vittime civili. Sul campo di concentramento di Guantanamo, dove le violazioni dei diritti umani sono sempre state superate con la formula magica dei «motivi di sicurezza» e ai giornalisti è sempre stato impedito qualsiasi controllo reale. Sui duemila cittadini arabi comparsi nelle carceri americane senza un’accusa precisa e senza che si sollevassero seri problemi di legalità. Il New York Times, il 7 ottobre 2001, titolava: «Il nuovo slogan di Washington: attento a ciò che dici». E citava Donald Rumsfeld, il ministro della Difesa, che, citando a sua volta Winston Churchill, proclamava: «In tempo di guerra, la verità è tanto preziosa che deve sempre essere accompagnata da una scorta di bugie». Rumsfeld poi ha perfino messo su un ufficio di disinformazione, negandone l’esistenza. Cautela inutile perché, secondo gli ordini, era già cominciato il grande sonno. Che, come ogni letargo, prevede un amaro risveglio: anche Bush, il padre della patria ferita, aveva schiacciato un pisolino, sui rapporti dei servizi. Ora che i cani da guardia l’hanno fiutato, non molleranno l’osso facilmente: perché hanno parecchio da farsi perdonare. E lo sanno.


Fonte: Il Corriere della Sera

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