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28 maggio
2002
La confidenzialità
dell’informazione su Internet rimessa in causa
L’11 settembre 2001, solo qualche ora dopo gli attentati che
hanno distrutto il World Trade Center, agenti del Federal
Bureau of Investigation (FBI) si sono presentati negli
uffici di AOL, Earthlink e Hotmail (principali fornitori di
accesso a Internet) per istallare sui server un analizzatore
logico di nome Carnivore. Quest’ultimo permette
d’intercettare le comunicazioni elettroniche dei clienti del server. L’obiettivo di tale visita era stata
giustificata con l’esigenza di controllare le eventuali
tracce elettroniche lasciate dagli autori degli attentati.
Questa sorveglianza dell’informazione sulla rete è stata
definitivamente legalizzata il 24 ottobre 2001, con
l’adozione dalla Camera dei deputati del "Patriot Act".
Tale legge antiterrorista autorizza l’FBI a collegare il
sistema Carnivore sulla rete di ogni fornitore di accesso a
Internet per sorvegliare la circolazione dei messaggi
elettronici e conservare le tracce della navigazione sul web
di ogni persona sospettata di contatti con una potenza
straniera. Il "Patriot Act" prevede anche
l'ammorbidimento delle leggi che regolano le intercettazioni
telefoniche. Al di là del rispetto della vita privata, è il
segreto delle fonti dei giornalisti che si vede pesantemente
rimesso in causa della carta bianca data all'FBI. Inoltre
tutti i sistemi di criptaggio, che permettono agli internauti
di cifrare i loro messaggi per proteggerne il contenuto, sono
già sottoposti agli effetti di un programma, con tanto di
virus, chiamato “Lanterna magica” ("Magic Lantern")
usato sempre dall’FBI. Inviato normalmente per e-mail,
questo virus, del tipo “spia da tastiera", registra i
tasti premuti dagli internauti. Il virus permette così
all’FBI di identificare facilmente la chiave di ogni
criptaggio. Dopo la rivelazione alla stampa di tale
operazione, il Dipartimento all’informazione ha smentito di
disporre di tale programma ma ha ammesso di star lavorando su
tale possibilità.
Guerra in Afghanistan:
l'informazione sotto alta sorveglianza
Fin dal 7 ottobre 2001, data di inizio dell’operazione
“Enduring freedom”, il Pentagono ha tentato di controllare
le immagini del conflitto con l’Afghanistan. Un contratto di
esclusività concluso tra il Pentagono e l’impresa Space
Imaging ha interdetto quest’ultima da “vendere o
distribuire qualsiasi immagine scattata dal satellite Ikonos"
ai media, che così sono stati privati delle immagini dei
bombardamenti americani scattate da uno dei satelliti civili
che garantisce la più alta risoluzione possibile delle foto.
Allo stesso tempo, una dozzina di media che hanno trasmesso le
operazioni militari hanno puntualmente visto il loro lavoro
ostacolato dalle forze speciali americane e almeno cinque
giornalisti e collaboratori sono stati picchiati o minacciati
dai soldati americani o dai loro alleati afghani.
Nell’aprile 2002, Ebadullah Ebadi, traduttore e assistente
del quotidiano Boston Globe, è stato violentemente picchiato,
sotto gli occhi di militari americani, da combattenti afghani
ingaggiati dalle forze speciali USA. Il Washington Post ha
sottolineato che ”in confronto con le guerre più recenti,
come quella del Golfo, il Pentagono ha imposto dei controlli
più stretti per l’accesso dei giornalisti alle operazioni
militari”. Persino dentro la radio Voice of America sono
state imposte
restrizioni. Nel dicembre 2001, Bob Reilly, direttore di Voice
of America, ha imposto ai responsabili di redazione di
applicare un testo adottato dal Congresso americano che
impediva la diffusione per radio di “interviste a tutti
coloro che lavorano per quelle nazioni che sostengono il
terrorismo”. I media stranieri non sono stati certo
risparmiati. Il 12 novembre 2001, bombardieri americani hanno
distrutto, a Kabul, i locali di Al Jazeera , TV del Qatar,
provocando danni irrimediabili. Nel febbraio 2002, il
Pentagono ha rifiutato di aprire una inchiesta su tale fatto,
limitandosi a dire che i locali della televisione erano
stati considerati obiettivo militare perché si sospettava che
al loro interno fossero rifugiati militanti di Al-Qaida.
Nessuna scusa è stata mai presentata alla TV del Qatar,
peraltro regolarmente accusata dal Pentagono di mostrare video
di Osama bin Laden “incoraggiando così i sentimenti anti
americani nel Medio oriente”. Le istallazioni dei media
afghani sotto il controllo dei talibani, Radio Shariat e la
televisione pubblica – peraltro vietata dai talibani fin dal
1996 - , erano già stati bombardati nell’ottobre del
2001.
Guantanamo: nessuna
immagine consentita
L’11 gennaio 2002, alcuni giornalisti della CNN, CBS e The
Army Times, sono stati autorizzati a fotografare e a filmare a
Kabul, l’imbarco di venti prigionieri per la base militare
di Guantanamo (Cuba). Dopo la partenza dei prigionieri, i
giornalisti si sono visti notificare l’interdizione a
diffondere le immagini. Un portavoce del Pentagono ha spiegato
ai giornalisti che le immagini erano contrarie ai trattati
internazionali in quanto “degradanti” per i prigionieri.
Vari media hanno supinamente accettato tale spiegazione. Forti
di questa esperienza, il Pentagono ha invocato gli stessi
motivi, più quelli riguardanti la sicurezza nazionale, alcuni
mesi più tardi, per proibire alla stampa di trasmettere
immagini sul trasferimento dei detenuti dal campo di X-Ray a
quello di Delta, ambedue nella base di Guantanamo.
Il tentativo di
manipolazione
Parecchie volte l’amministrazione del presidente Bush ha
tentato di restringere la circolazione dell’informazione o
di controllarla. Un tentativo che si è scontrato con la
tradizione che vuole la stampa americana autoconsiderarsi come
i “cani da guardia” della democratizia del paese. Il
5 ottobre 2001, il presidente Bush, invocando motivi di
sicurezza nazionale, ha dato istruzioni ai principali membri
del suo governo di non trasmettere ai parlamentari alcune
informazioni confidenziali per timore di “soffiate” dei
parlamentari alla stampa Qualche giorno prima, il quotidiano
Washington Post aveva pubblicato un articolo circa
l’informazione data ai parlamentari secondo cui la
probabilità di un nuovo attacco terrorista contro gli USA era
elevato. Subito dopo lo stesso Bush era stato costretto ad una
precipitosa smentita. Il 19 febbraio 2002, il New York Times
ha rivelato che l’Ufficio di influenza strategica (OSI,
Office of Strategic Influence), un servizio del Dipartimento
della difesa, propone di ricorrere a false informazioni da
trasmettere ai media stranieri. Pochi giorni dopo e a causa
dello scandalo causato da tali rivelazioni, Ari Fleischer,
portavoce della Casa Bianca, ha affermato che Bush ignorava il
progetto dell’OSI e aveva ordinato la chiusura di tale
ufficio.
Il cattivo esempio
Molti paesi autoritari, come ad esempio la Tunisia, hanno
usato il crescente timore di attacchi terroristici per meglio
soffocare la stampa critica, accusata di fare il gioco di
coloro che mettono le bombe. In Cina, il regime ha
intensificato la sua repressione contro le pubblicazioni non
autorizzate nella regione Xinjiang, dove i separatisti
musulmani sono diventati subito “terroristi” finanziati da
bin Laden. In questa regione, l’amministrazione cinese
avrebbe distrutto un grande numero di libri e pubblicazioni
ritenute “pericolose”. Un responsabile del Partito
comunista cinese ha riconosciuto tutto ciò quasi volentieri:
“ La campagna antiterrorista iniziata dopo l’11 settembre
su scala planetaria ha aiutato le autorità cinesi a
rafforzare la repressione esercitata contro la minoranza
musulmana di questa provincia”. Nel novembre 2001; Lord
Robertson, segretario generale della Nato, durante un suo
viaggio in Russia ha dichiarato che la Nato dopo l’11
settembre “guardava con occhi diversi
il tentativo della Russia di combattere il terrorismo in
Cecenia”. Una dichiarazione emblematica che relega in
secondo piano la politica della Nato sui temi del rispetto dei
diritti civili dell’uomo. Frasi che allo stesso tempo hanno
confortato l’amata russa, da tempo desiderosa di condurre in
Cecenia una guerra senza testimoni e che controlla severamente
l’accesso della stampa in tale regione.
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