DOSSIER: Operazione "Enduring Freedom"
Tra libertà di informazione, censura di guerra e autocensura

USA: NUOVA STRETTA DI VITE ALL'INFORMAZIONE ELETTRONICA 

12.06.02 - Il ministro della Giustizia e il direttore del Federal Bureau of Investigation, Robert Mueller, hanno presentato il 30 maggio 2002 il loro progetto di riforma della polizia federale. La principali novità di tale progetto consiste nell'autorizzazione, concessa agli agenti federali, di poter porre sotto controllo le comunicazioni elettroniche di qualunque persona sia sospettata di terrorismo. E ciò senza richiedere l'autorizzazione del giudice. L'FBI potrà quindi istallare sui server un analizzatore logico di nome Carnivore. Quest’ultimo permette d’intercettare le comunicazioni elettroniche dei clienti del server e analizzare tutti i dati di natura commerciali, economici e scientifici. Tali inchieste potranno essere svolte anche a titolo "preventivo", senza quindi che alcuna prova sussista sia sulle persone che sulle organizzazioni sorvegliate. Le principali organizzazioni di difesa della libertà di espressione e dei diritti civili negli USA hanno duramente protestato contro questa riforma che ricorda loro le "ore d'ombra del maccartismo". 

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Bush in Europa: un'occasione per ricordare tutti i vincoli che l'amministrazione americana ha imposto, dopo l'11 settembre,  all'informazione 

28 maggio 2002

La confidenzialità dell’informazione su Internet rimessa in causa

L’11 settembre 2001, solo qualche ora dopo gli attentati che hanno distrutto il World Trade Center, agenti del Federal Bureau of Investigation (FBI) si sono  presentati negli uffici di AOL, Earthlink e Hotmail (principali fornitori di accesso a Internet) per istallare sui server un analizzatore logico di nome Carnivore. Quest’ultimo permette d’intercettare le comunicazioni elettroniche dei clienti del server. L’obiettivo di tale visita era stata giustificata con l’esigenza di controllare le eventuali tracce elettroniche lasciate dagli autori degli attentati. Questa sorveglianza dell’informazione sulla rete è stata definitivamente legalizzata il  24 ottobre 2001, con l’adozione dalla Camera dei deputati del "Patriot Act". Tale legge antiterrorista autorizza l’FBI a collegare il sistema Carnivore sulla rete di ogni fornitore di accesso a Internet  per sorvegliare la circolazione dei messaggi elettronici e conservare le tracce della navigazione sul web di ogni persona sospettata di contatti con una potenza straniera. Il "Patriot Act" prevede anche l'ammorbidimento delle leggi che regolano le intercettazioni telefoniche. Al di là del rispetto della vita privata, è il segreto delle fonti dei giornalisti che si vede pesantemente rimesso in causa della carta bianca data all'FBI. Inoltre tutti i sistemi di criptaggio, che permettono agli internauti di cifrare i loro messaggi per proteggerne il contenuto, sono già sottoposti agli effetti di un programma, con tanto di virus, chiamato “Lanterna magica” ("Magic Lantern") usato sempre dall’FBI. Inviato normalmente per e-mail, questo virus, del tipo “spia da tastiera", registra i tasti premuti dagli internauti. Il virus permette così all’FBI di identificare facilmente la chiave di ogni criptaggio. Dopo la rivelazione alla stampa di tale operazione, il Dipartimento all’informazione ha smentito di disporre di tale programma ma ha ammesso di star lavorando su tale possibilità.

Guerra in Afghanistan: l'informazione sotto alta sorveglianza

Fin dal 7 ottobre 2001, data di inizio dell’operazione “Enduring freedom”, il Pentagono ha tentato di controllare le immagini del conflitto con l’Afghanistan. Un contratto di esclusività concluso tra il Pentagono e l’impresa Space Imaging ha interdetto quest’ultima da “vendere o  distribuire qualsiasi immagine scattata dal satellite Ikonos" ai media, che così sono stati privati delle immagini dei bombardamenti americani scattate da uno dei satelliti civili che garantisce la più alta risoluzione possibile delle foto. Allo stesso tempo, una dozzina di media che hanno trasmesso le operazioni militari hanno puntualmente visto il loro lavoro ostacolato dalle forze speciali americane e almeno cinque giornalisti e collaboratori sono stati picchiati o minacciati dai soldati americani o dai loro alleati afghani. Nell’aprile 2002, Ebadullah Ebadi, traduttore e assistente del quotidiano Boston Globe, è stato violentemente picchiato, sotto gli occhi di militari americani, da combattenti afghani ingaggiati dalle forze speciali USA. Il Washington Post ha sottolineato che ”in confronto con le guerre più recenti, come quella del Golfo, il Pentagono ha imposto dei controlli più stretti per l’accesso dei giornalisti alle operazioni militari”. Persino dentro la radio Voice of America sono state imposte 
restrizioni. Nel dicembre 2001, Bob Reilly, direttore di Voice of America, ha imposto ai responsabili di redazione di applicare un testo adottato dal Congresso americano che impediva la diffusione per radio di “interviste a tutti coloro che lavorano per quelle nazioni che sostengono il terrorismo”. I media stranieri non sono stati certo risparmiati. Il 12 novembre 2001, bombardieri americani hanno distrutto, a Kabul, i locali di Al Jazeera , TV del Qatar, provocando danni irrimediabili. Nel febbraio 2002, il Pentagono ha rifiutato di aprire una inchiesta su tale fatto, limitandosi a dire che i locali della televisione  erano stati considerati obiettivo militare perché si sospettava che al loro interno fossero rifugiati militanti di Al-Qaida. Nessuna scusa è stata mai presentata alla TV del Qatar, peraltro regolarmente accusata dal Pentagono di mostrare video di Osama bin Laden “incoraggiando così i sentimenti anti americani nel Medio oriente”. Le istallazioni dei media afghani sotto il controllo dei talibani, Radio Shariat e la televisione pubblica – peraltro vietata dai talibani fin dal 1996 - , erano già stati bombardati nell’ottobre del 2001. 

Guantanamo: nessuna immagine consentita 

L’11 gennaio 2002, alcuni giornalisti della CNN, CBS e The Army Times, sono stati autorizzati a fotografare e a filmare a Kabul, l’imbarco di venti prigionieri per la base militare di Guantanamo (Cuba). Dopo la partenza dei prigionieri, i giornalisti si sono visti notificare l’interdizione a diffondere le immagini. Un portavoce del Pentagono ha spiegato ai giornalisti che le immagini erano contrarie ai trattati internazionali in quanto “degradanti” per i prigionieri. Vari media hanno supinamente accettato tale spiegazione. Forti di questa esperienza, il Pentagono ha invocato gli stessi motivi, più quelli riguardanti la sicurezza nazionale, alcuni mesi più tardi, per proibire alla stampa di trasmettere immagini sul trasferimento dei detenuti dal campo di X-Ray a quello di Delta, ambedue nella base di Guantanamo. 

Il tentativo di manipolazione

Parecchie volte l’amministrazione del presidente Bush ha tentato di restringere la circolazione dell’informazione o di controllarla. Un tentativo che si è scontrato con la tradizione che vuole la stampa americana autoconsiderarsi come i “cani da guardia” della  democratizia del paese. Il 5 ottobre 2001, il presidente Bush, invocando motivi di sicurezza nazionale, ha dato istruzioni ai principali membri del suo governo di non trasmettere ai parlamentari alcune informazioni confidenziali per timore di “soffiate” dei parlamentari alla stampa Qualche giorno prima, il quotidiano Washington Post aveva pubblicato un articolo circa l’informazione data ai parlamentari secondo cui la probabilità di un nuovo attacco terrorista contro gli USA era elevato. Subito dopo lo stesso Bush era stato costretto ad una precipitosa smentita. Il 19 febbraio 2002, il New York Times ha rivelato che l’Ufficio di influenza strategica (OSI, Office of Strategic Influence), un servizio del Dipartimento della difesa, propone di ricorrere a false informazioni da trasmettere ai media stranieri. Pochi giorni dopo e a causa dello scandalo causato da tali rivelazioni, Ari Fleischer, portavoce della Casa Bianca, ha affermato che Bush ignorava il progetto dell’OSI e aveva ordinato la chiusura di tale ufficio.
 
Il cattivo esempio

Molti paesi autoritari, come ad esempio la Tunisia, hanno usato il crescente timore di attacchi terroristici per meglio soffocare la stampa critica, accusata di fare il gioco di coloro che mettono le bombe. In Cina, il regime ha intensificato la sua repressione contro le pubblicazioni non autorizzate nella regione Xinjiang, dove i separatisti musulmani sono diventati subito “terroristi” finanziati da bin Laden. In questa regione, l’amministrazione cinese avrebbe distrutto un grande numero di libri e pubblicazioni ritenute “pericolose”. Un responsabile del Partito comunista cinese ha riconosciuto tutto ciò quasi volentieri: “ La campagna antiterrorista iniziata dopo l’11 settembre su scala planetaria ha aiutato le autorità cinesi a rafforzare la repressione esercitata contro la minoranza musulmana di questa provincia”. Nel novembre 2001; Lord Robertson, segretario generale della Nato, durante un suo viaggio in Russia ha dichiarato che la Nato dopo l’11 settembre “guardava con occhi diversi 
il tentativo della Russia di combattere il terrorismo in Cecenia”. Una dichiarazione emblematica che relega in secondo piano la politica della Nato sui temi del rispetto dei diritti civili dell’uomo. Frasi che allo stesso tempo hanno confortato l’amata russa, da tempo desiderosa di condurre in Cecenia una guerra senza testimoni e che controlla severamente l’accesso della stampa in tale regione. 

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