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29 maggio
2002
"La
situazione in Somalia è a posto e quella maledetta
giornalista comunista è stata sistemata''. E' così che,
secondo Giampiero Sebri, già coinvolto in indagini sul
traffico internazionale per lo smaltimento di rifiuti
tossico-nocivi, l'ex dirigente del Sismi Luca Rajola Pescarini
gli parlò nella primavera del 1994 (''aprile-maggio'') della
vicenda dell'uccisione di Ilaria Alpi e Mirah Hrovatin a
Mogadiscio.
La circostanza era stata già rivelata da Sebri al settimanale
''Famiglia Cristiana'' nel dicembre del 2000 ed è stata
confermata venerdì scorso davanti ai giudici della corte di
assise di appello di Roma, titolare del processo di appello
bis al somalo Hashi Omar Hassan, già condannato all'ergastolo
per i due delitti avvenuti a Mogadiscio il 20 marzo 1994 ed
ora di nuovo sotto processo per stabilire l'eventuale
sussistenza della premeditazione, circostanza indispensabile
per valutare se concedere o meno all'imputato le attenuanti
generiche.
Nel corso dell'interrogatorio, Sebri ha parlato di due
distinti incontri con Rajola e con l'imprenditore Giancarlo
Marocchino nel corso dei quali si sarebbe fatto riferimento
all' interesse dei giornalisti per i traffici illeciti nel
paese del nord Africa. La corte si è riservata, così come
chiesto dal pg Salvatore Cantaro, di mettere a confronto Sebri
con Rajola e Marocchino ed ha disposto per il 3 giugno
prossimo le audizioni dell' attuale direttore del Sisde Mario
Mori e dell' ex ambasciatore somalo presso la Santa Sede
Hussen Alì. Nel corso dell' audizione, Sebri ha ricordato un
primo incontro con Marocchino e Rajola nell' ottobre del '93
nel corso del quale l'imprenditore, con interessi in Somalia,
avrebbe accennato, nell'ambito di un'operazione di
trasferimento di rifiuti tossico-nocivi, ad un interessamento
dei giornalisti per le vicende della cooperazione italiana in
Somalia.
Circostanza tornata di attualità nella primavera del '94,
secondo il racconto di Sebri, quando, durante un suo incontro
con Rajola che gli proponeva di trasferirsi nel paese africano
''vista la mia esperienza già maturata'' - ha sottolineato -
si sarebbe parlato dell' avvenuta eliminazione della
''giornalista comunista''. Prima di Sebri, la corte aveva
sentito Antonietta Donadio Motta, vicequestore della polizia
in servizio ad Udine all' epoca dei fatti, e il dirigente
della Digos di Roma Lamberto Giannini.
Al centro delle loro audizioni il nominativo della fonte che,
alla questura di Udine ed anche al Sisde, indicò i nominativi
dei presunti mandanti del duplice omicidio. La prima ha
ribadito di non poter rivelare la fonte, il secondo, che ha
svolto le indagini, ha sottolineato di non aver mai appreso
tale nominativo. Nel corso dell' udienza del 10 maggio,
l'avvocato Domenico D'Amati, legale di parte civile per la
famiglia Alpi, aveva depositato una memoria nella quale si
sottolineava ''l'amarezza di Giorgio e Luciana Alpi nel
constatare che due organi dello Stato indicano nome e cognome
dei mandanti degli omicidi'' e che da tali ''organi non
scaturisce alcun utile risultato processuale. Il fatto che
tali organi si avvalgano della facoltà di serbare il segreto
sulle fonti non può essere accettato quale definitivo
sbarramento alla prosecuzione delle indagini''. Per questo
motivo il legale aveva chiesto anche le audizioni del generale
Mario Mori, direttore del Sisde, e di Gianni De Gennaro, capo
della polizia ''affinché chiariscano i motivi, se ancora
sussistono, per i quali a distanza di 8 anni non possa essere
rivelata la fonte dalla quale Sisde e Digos di Udine appresero
i nomi dei mandanti''.
Fonte: Ansa
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