IL NOSTRO NUOVO RAPPORTO 2002

"Giornalisti e media fra orrori e speranze: L’informazione nelle repubbliche della ex Jugoslavia: 1990-2001

a cura di Informazione senza frontiere e  dell’Osservatorio internazionale sulla libertà di informazione

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Giornalismo e propaganda nella tragedia balcanica
Nella perversa parabola jugoslava il regime scelse di «disumanizzare» il nemico

di Mauro Manzin
13 giugno 2002

Perchè scoppi una guerra è necessario che ci sia un nemico. E, quando a chi la guerra vuole a tutti i costi innescarla sembra che l’identificazione di questo nemico non sia ancora ben definita, ecco che scattano tutta una serie di meccanismi per cui la figura del nemico la si crea a uso e consumo di chi vede nel conflitto lo strumento indispensabile per portare a termine il proprio disegno politico. E chi se non i media, giornali o televisione che sia, riescono a concretizzare tale progetto? Undici anni fa a tutti, serbi, croati, musulmani bosniaci o sloveni serviva un nemico. A tutti era indispensabile il controllo dei mezzi d’informazione. E così nella ex Jugoslavia si passò dalla stampa dell’«ancien regime» titoista, la stampa del partito unico che esaltava colui che non si poteva discutere, alla stampa di un altro partito unico non meno atroce del precedente: il nazionalismo. Con poche e rare eccezioni, ci vengono in mente i ragazzi terribili di «Mladina» che innescarono alla fine degli anni Ottanta la cosiddetta «Primavera di Lubiana», pensiamo al coraggio dei redattori croati del «Feral Tribune». Il resto era piattume. E se qualche voce solitaria comunque si ergeva fuori del coro veniva immediatamente sovrastata dalle urla frenetiche innescate dallo sciovinismo nazional-popolare.
Perversa parabola quella jugoslava. Dal Dio partito si è passati al Dio nazione. Il risultato? Invece di fare informazione si è fatta solo propaganda. Quale meccanismo si è allora innescato nei giornali, nelle radio e nelle tv dei Balcani? La prima cosa che è stata fatta è stata quella di produrre uno straniero. Noi, come esseri umani, siamo soggettivi e siamo dipendenti dall’oggettività del mondo che ci circonda. Ma quando si crea il nemico la prima cosa che si fa, la prima mossa che la stampa e i media di regime fanno, è quella di distruggere nell’immagine dell’altro la soggettività umana. Così la produzione dell’immagine del nemico diventa produzione di disumanità. La conseguenza più importante che ne deriva è che queste categorie di pensiero, filtrate e plasmate da un’informazione edulcorata, drogata e distorta, facilitano e giustificano forme di comportamento che altrimenti non sarebbero accettate nei confronti di un altro essere umano. Così i comportamenti normalmente immorali o illegali diventano desiderabili prima, legali e morali poi. Così anche i campi di concentramento trovano una loro logica e lo sterminio della popolazione civile nemica diventa giustificabile.
Creato il nemico, innestatolo su un substrato storico e sociale farcito dall’humus più adatto a far germogliare i fiori del male della guerra ecco che si innesca nel «mondo ex» (per usare stilemi cari a Predrag Matvejevic) dei Balcani la seconda fase del processo: quella della propaganda. Anch’essa strettamente collegata a un profondo processo di disinformazione. Il fine di ogni regime totalitario, o meglio delle «democrature» ex jugoslave è l’identificazione nello slogan ideologico «Il Grande Fratello ti guarda!». Il dittatore, o sarebbe il caso di dire, il presidente-dittatore comunque legittimato al potere dal consenso elettorale (Tudjman e Milosevic insegnano) deve convincere il suo popolo che non esiste alcun angolo dove potersi nascondere. Come sanno poi tutti gli abili propagandisti, il regime ha bisogno di un fine, che è cosa santa e sul quale non vi può essere discussione (negazione del pluralismo democratico su cui si basa la libertà d’informazione). C’è poi sempre e ancora il nemico, il quale è il colpevole del mancato raggiungimento di questo fine. E, a conclusione di questo percorso, ecco che spunta la verità con la «V» maiuscola. La verità che non sopporta altre verità a lei contrarie o eticamente distinte.
E, quel che deve far riflettere, è che la propaganda grande-croata che fu di Tudjman o quella grande-serba di Milosevic, pur con le loro varianti balcaniche, nel rispettare queste regole universali del totalitarismo, assomigliano dannatamente alla più temibile macchina di propaganda conosciuta nel ventesimo secolo e che ha avuto in Joseph Göbbels il suo artefice. A tale proposito c’è una storiella serba che ci può aiutare a comprendere come ha funzionato la propaganda di Milosevic. Un serbo viaggia su un’autostrada europea contromano. Tutte le altre automobili lo scansano bruscamente. Poi il serbo sente un appello alla radio: «Attenzione - strepita lo speaker - sull’autostrada c’è un pazzo che guida contromano». «Ci sono almeno diecimila pazzi contromano», replica arrabbiato il serbo mentre schiaccia con più veemenza il piede sull’acceleratore.
Il regime miloseviciano ha imposto ai serbi la visione di una realtà che era completamente diversa da quella contemplata nel mondo e questo è stato il risultato di un processo avviato alla fine degli anni Ottanta nelle università e nei media da Milosevic stesso e dalla sua nomenklatura. Nel 1992 in un’intervista al «Washington Post» la sociologa serba Vesna Pesic affermava: «La maggioranza dei serbi non è informata. Comunque informarsi è possibile. Se si vuole ci sono pubblicazioni che raccontano di tutti gli orrori che stanno avvenendo in Bosnia. Tuttavia la maggioranza della gente non vuole sapere». Così come i tedeschi ancora 45 anni dopo la caduta del nazismo forse anche i serbi tra qualche decennio si chiederanno l’un l’altro: «Tu sapevi quello che stava accadendo, ma non hai voluto vedere».
L’intero macromondo ex jugoslavo è rimasto vittima di una sorta di psicosi di massa che può nascere e proliferare solo nel XX secolo con la sua cultura di massa e la trasformazione dell’informazione in disinformazione e, quindi, in propaganda. Un processo iniziatosi, in Europa e nel mondo, già ai tempi della prima guerra mondiale attraverso l’azione dei giornali, dei manifesti e del cinema. Processo perfezionato poi, nella seconda guerra mondiale, dagli Stati Uniti e che trova il suo simbolo iconografico nel dito puntato dello Zio Sam che esclama: «Ho bisogno di te!»
Ora che i dittatori sono caduti, ora che la guerra non miete più la sua vittima preferita, ossia la verità, è tempo di ricominciare. Ma, paradossalmente, il primo passo dobbiamo farlo noi, presupponenti giornalisti occidentali pronti a vedere l’evangelica pagliuzza nell’occhio dell’altro senza accorgersi della trave che mina la nostra vista. Dobbiamo fare in modo che di ex Jugoslavia si parli ancora oggi che non tuona più il cannone, che i Balcani non vengano relegati in una «breve» a piè di pagina. Perché il bello comincia solo adesso. Perché nel cuore dell’Europa devono nascere e consolidarsi nuove democrazie, che vanno accompagnate nel loro sviluppo con il germe della pluralità d’informazione. Un insegnamento per l’Est che bussa alle porte dell’Europa. Un insegnamento per l’Europa che rischia di assopirsi, grassa e stanca dei suoi suoi presunti allori.


Fonte: Il Piccolo - Giornale di Trieste

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