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di Mauro
Manzin
13 giugno 2002
Perchè
scoppi una guerra è necessario che ci sia un nemico. E,
quando a chi la guerra vuole a tutti i costi innescarla sembra
che l’identificazione di questo nemico non sia ancora ben
definita, ecco che scattano tutta una serie di meccanismi per
cui la figura del nemico la si crea a uso e consumo di chi
vede nel conflitto lo strumento indispensabile per portare a
termine il proprio disegno politico. E chi se non i media,
giornali o televisione che sia, riescono a concretizzare tale
progetto? Undici anni fa a tutti, serbi, croati, musulmani
bosniaci o sloveni serviva un nemico. A tutti era
indispensabile il controllo dei mezzi d’informazione. E così
nella ex Jugoslavia si passò dalla stampa dell’«ancien
regime» titoista, la stampa del partito unico che esaltava
colui che non si poteva discutere, alla stampa di un altro
partito unico non meno atroce del precedente: il nazionalismo.
Con poche e rare eccezioni, ci vengono in mente i ragazzi
terribili di «Mladina» che innescarono alla fine degli anni
Ottanta la cosiddetta «Primavera di Lubiana», pensiamo al
coraggio dei redattori croati del «Feral Tribune». Il resto
era piattume. E se qualche voce solitaria comunque si ergeva
fuori del coro veniva immediatamente sovrastata dalle urla
frenetiche innescate dallo sciovinismo nazional-popolare.
Perversa parabola quella jugoslava. Dal Dio partito si è
passati al Dio nazione. Il risultato? Invece di fare
informazione si è fatta solo propaganda. Quale meccanismo si
è allora innescato nei giornali, nelle radio e nelle tv dei
Balcani? La prima cosa che è stata fatta è stata quella di
produrre uno straniero. Noi, come esseri umani, siamo
soggettivi e siamo dipendenti dall’oggettività del mondo
che ci circonda. Ma quando si crea il nemico la prima cosa che
si fa, la prima mossa che la stampa e i media di regime fanno,
è quella di distruggere nell’immagine dell’altro la
soggettività umana. Così la produzione dell’immagine del
nemico diventa produzione di disumanità. La conseguenza più
importante che ne deriva è che queste categorie di pensiero,
filtrate e plasmate da un’informazione edulcorata, drogata e
distorta, facilitano e giustificano forme di comportamento che
altrimenti non sarebbero accettate nei confronti di un altro
essere umano. Così i comportamenti normalmente immorali o
illegali diventano desiderabili prima, legali e morali poi.
Così anche i campi di concentramento trovano una loro logica
e lo sterminio della popolazione civile nemica diventa
giustificabile.
Creato il nemico, innestatolo su un substrato storico e
sociale farcito dall’humus più adatto a far germogliare i
fiori del male della guerra ecco che si innesca nel «mondo ex»
(per usare stilemi cari a Predrag Matvejevic) dei Balcani la
seconda fase del processo: quella della propaganda.
Anch’essa strettamente collegata a un profondo processo di
disinformazione. Il fine di ogni regime totalitario, o meglio
delle «democrature» ex jugoslave è l’identificazione
nello slogan ideologico «Il Grande Fratello ti guarda!». Il
dittatore, o sarebbe il caso di dire, il presidente-dittatore
comunque legittimato al potere dal consenso elettorale (Tudjman
e Milosevic insegnano) deve convincere il suo popolo che non
esiste alcun angolo dove potersi nascondere. Come sanno poi
tutti gli abili propagandisti, il regime ha bisogno di un
fine, che è cosa santa e sul quale non vi può essere
discussione (negazione del pluralismo democratico su cui si
basa la libertà d’informazione). C’è poi sempre e ancora
il nemico, il quale è il colpevole del mancato raggiungimento
di questo fine. E, a conclusione di questo percorso, ecco che
spunta la verità con la «V» maiuscola. La verità che non
sopporta altre verità a lei contrarie o eticamente distinte.
E, quel che deve far riflettere, è che la propaganda
grande-croata che fu di Tudjman o quella grande-serba di
Milosevic, pur con le loro varianti balcaniche, nel rispettare
queste regole universali del totalitarismo, assomigliano
dannatamente alla più temibile macchina di propaganda
conosciuta nel ventesimo secolo e che ha avuto in Joseph Göbbels
il suo artefice. A tale proposito c’è una storiella serba
che ci può aiutare a comprendere come ha funzionato la
propaganda di Milosevic. Un serbo viaggia su un’autostrada
europea contromano. Tutte le altre automobili lo scansano
bruscamente. Poi il serbo sente un appello alla radio: «Attenzione
- strepita lo speaker - sull’autostrada c’è un pazzo che
guida contromano». «Ci sono almeno diecimila pazzi
contromano», replica arrabbiato il serbo mentre schiaccia con
più veemenza il piede sull’acceleratore.
Il regime miloseviciano ha imposto ai serbi la visione di una
realtà che era completamente diversa da quella contemplata
nel mondo e questo è stato il risultato di un processo
avviato alla fine degli anni Ottanta nelle università e nei
media da Milosevic stesso e dalla sua nomenklatura. Nel 1992
in un’intervista al «Washington Post» la sociologa serba
Vesna Pesic affermava: «La maggioranza dei serbi non è
informata. Comunque informarsi è possibile. Se si vuole ci
sono pubblicazioni che raccontano di tutti gli orrori che
stanno avvenendo in Bosnia. Tuttavia la maggioranza della
gente non vuole sapere». Così come i tedeschi ancora 45 anni
dopo la caduta del nazismo forse anche i serbi tra qualche
decennio si chiederanno l’un l’altro: «Tu sapevi quello
che stava accadendo, ma non hai voluto vedere».
L’intero macromondo ex jugoslavo è rimasto vittima di una
sorta di psicosi di massa che può nascere e proliferare solo
nel XX secolo con la sua cultura di massa e la trasformazione
dell’informazione in disinformazione e, quindi, in
propaganda. Un processo iniziatosi, in Europa e nel mondo, già
ai tempi della prima guerra mondiale attraverso l’azione dei
giornali, dei manifesti e del cinema. Processo perfezionato
poi, nella seconda guerra mondiale, dagli Stati Uniti e che
trova il suo simbolo iconografico nel dito puntato dello Zio
Sam che esclama: «Ho bisogno di te!»
Ora che i dittatori sono caduti, ora che la guerra non miete
più la sua vittima preferita, ossia la verità, è tempo di
ricominciare. Ma, paradossalmente, il primo passo dobbiamo
farlo noi, presupponenti giornalisti occidentali pronti a
vedere l’evangelica pagliuzza nell’occhio dell’altro
senza accorgersi della trave che mina la nostra vista.
Dobbiamo fare in modo che di ex Jugoslavia si parli ancora
oggi che non tuona più il cannone, che i Balcani non vengano
relegati in una «breve» a piè di pagina. Perché il bello
comincia solo adesso. Perché nel cuore dell’Europa devono
nascere e consolidarsi nuove democrazie, che vanno
accompagnate nel loro sviluppo con il germe della pluralità
d’informazione. Un insegnamento per l’Est che bussa alle
porte dell’Europa. Un insegnamento per l’Europa che
rischia di assopirsi, grassa e stanca dei suoi suoi presunti
allori.
Fonte: Il Piccolo - Giornale di Trieste
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