Le autorità cinesi hanno imposto a tutti gli Internet café di installare un nuovo software che registra le visite ai 500.000 siti esteri vietati in Cina. Il software può dividere i siti sulla lista nera in cinque categorie. Quotidianamente, tutti i computer degli Internet café invieranno dati al centro di polizia. Chiunque voglia usare un computer in un Internet café deve registrarsi con un documento. Secondo le statistiche ufficiali, alla fine di aprile il numero di navigatori su Internet in Cina ha raggiunto i 56,6 milioni. A Pechino oltre 300.000 studenti frequentano gli Internet Café.

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Internet cafè in Cina, dopo l'incendio la repressione

di Marco Del Corona
13 giugno 2002

Dopo i pompieri e le ambulanze, è l’ora della polizia. L’incendio che a Pechino ha ucciso 24 clienti di un Internet café ha indotto le autorità cinesi a sigillare tutti i locali della capitale con accesso al web. «Occorrono controlli più stretti», rimarca l’agenzia di Stato Xinhua , che si compiace delle verifiche in corso a Tianjin, del blocco delle nuove licenze di Canton, della sorveglianza a Shanghai, delle norme allo studio persino a Hong Kong. A Pechino, su ordine del sindaco Liu Qi, solo 200 dei 2.400 locali potranno essere riaperti, gli altri dovranno mettersi in regola o sparire. Su tutto l’ammonimento del Quotidiano del Popolo : «Non lasciamo che gli Internet café distruggano i nostri ragazzi», il web «è una droga che tormenta l’anima». Il bar Lanjisu - distrutto dal più grave incendio dell’ultimo mezzo secolo avvenuto a Pechino - non aveva né licenza né uscite di sicurezza. Tuttavia il sospetto è che il governo della Repubblica Popolare abbia approfittato della circostanza. Non tanto (o non solo) per garantire l’incolumità dei cybernauti, ma piuttosto per reprimere le libertà rese possibili dalla Rete. Una certezza per gli utenti che affollano le chat line («Hanno trasformato una tragedia in un pretesto»), per gli studenti delusi («il nostro mondo ora è più piccolo») e per le organizzazioni che vigilano sui diritti umani. La speranza, infine, è che al picco di attenzione e severità segua il rilassamento.
Incoraggiato dalla metà degli anni Novanta per le potenzialità legate allo sviluppo finanziario e commerciale, l’accesso al web si è diffuso in modo esponenziale: secondo stime pubblicate in aprile da Nielsen/NetRatings gli utenti sono 57 milioni, un dato che pone la Cina al secondo posto nel mondo dietro gli Usa (166 milioni) e davanti al Giappone (51). Solo il 5% però ha un computer in casa ed ecco il ruolo cruciale dei cyber café cinesi, 200 mila a fine marzo, di cui 17 mila (numeri ufficiali) chiusi per irregolarità.
Qui sta la contraddizione e la radice dell’ansia del regime. Il web dà la possibilità di leggere i siti dei grandi media internazionali, di visitare quelli di organismi come Amnesty International. La dirigenza comunista ha varato, sostiene Human Rights Watch (Hrw), almeno una sessantina di gruppi di regole sull’accesso al web, comprese le punizioni per i trasgressori. Lo stesso presidente Jiang Zemin ha lanciato appelli contro le «informazioni pericolose» che minano lo Stato. Un rapporto di Hrw del 2001 sottolinea come «queste norme danno al governo un’ampia discrezionalità per bloccare e punire ogni forma di espressione». Le unità speciali di polizia istituite (anche a livello locale) per pattugliare la rete agiscono 24 ore su 24. Sono obbligatori software che oscurano gli indirizzi proibiti. E’ incoraggiata la delazione: funzionano linee telefoniche aperte per segnalare Internet café illegali o gestori che non registrano i clienti e gli indirizzi da questi visitati. E i militanti democratici noti per essere stati arrestati a causa di attività «sovversive» esercitate grazie al web sono decine. Una incruenta (forse) ma efficace Tienanmen silenziosa.


Fonte: Il Corriere della Sera

Cina: Internet provider si impegnano a non diffondere "informazioni pericolose"


06.07.02 - Un numero crescente di Internet service provider (Isp) sta siglando accordi con le autorità cinesi per un’accurata selezione del materiale che apparirà in rete. Lo ha riferito in questi giorni l’agenzia statale Xinhua (Nuova Cina), sostenendo che si tratta di un programma di ‘auto-disciplina’. In questo modo gli Isp garantiscono al governo che non diffonderanno sul web informazioni che possano "compromettere la stabilità politica e sociale" del Paese. Ai provider è anche richiesto di promuovere un "uso civile" di Internet e di tutelare i diritti d’autore. In Cina è già bloccato da tempo l’accesso ad alcuni siti stranieri. Inoltre il mese scorso le autorità hanno annunciato la chiusura di migliaia di Internet café, luoghi pubblici dove ci si connette alla rete tramite computer. La decisione è stata presa in seguito al rogo divampato il 16 giugno scorso all’interno del Lanjisu Cyber Café di Pechino e costato la vita a 25 persone. In realtà il governo cinese cerca da anni di rafforzare il controllo dell’informazione via Internet. Ne è riprova il fatto che non ha mai esitato ad arrestare giornalisti o creatori di siti web che esprimevano il proprio dissenso attraverso la rete. 

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